In inverno, sulla Via Dolomieu

testo e foto di Franco Nicolini

Un giorno un amico mi chiese: «Ma tu come fai a conciliare la passione per i concatenamenti con la famiglia?». Non nascondo che la domanda mi mise un po’ in difficoltà. In effetti, mi avevano rivolto altre volte lo stesso quesito, ma fino a quel momento avevo trovato sempre una scusa buona per cambiare discorso. Quel giorno, invece, non ne fui capace.

Quel mio amico era un turista milanese “innamorato” di Molveno e del Gruppo di Brenta. Non era un alpinista, ma un gran camminatore e più di una volta lo avevo accompagnato a fare delle belle e lunghe escursioni sulle montagne di casa mia. Gli piaceva parlare, ma soprattutto era curioso di capire la psicologia degli scalatori che considerava persone dal carattere particolare. Io allora gli chiedevo in che senso e lui rispondeva: «Voi alpinisti siete molto concentrati su voi stessi, a volte anche un po’ egocentrici, ma allo stesso tempo siete capaci di un altruismo fuori del comune. Cercate in tutti i modi di raggiungere i vostri sogni, trascurando, spesso, quelli di vi è accanto e tuttavia siete sempre pronti ad aiutare gli altri e, se necessario, a rischiare la vita, pur di salvarne un’altra».

Io, allora, commentavo: «Una sorta di dottor Jekyll e mister Hyde».

E lui convinto: «In un certo senso».

Pur divertendomi a non dargli ragione, in fondo, sapevo che non si sbagliava di molto. E quel giorno glielo dissi. «È vero: quando noi alpinisti decidiamo di realizzare una scalata ci concentriamo solo sul nostro progetto, chiudendoci in una sorta di bolla nella quale non facciamo entrare nessuno. Ma non sempre è così: in alcuni momenti sentiamo il bisogno di rompere quella bolla e di condividere con qualcuno le nostre idee».

Il mio amico, allora,  guardandomi, mi chiese: «E a te è mai capitato?».

«Sì, recentemente».

«Chi era quel qualcuno?».

«La mia famiglia».

«Lo immaginavo. E allora ti rinnovo la domanda: è possibile conciliare la passione per i concatenamenti con l’amore per la famiglia?».

Io gli risposi sicuro: «Sì. Quattro anni fa, dopo la traversata con gli sci del Lagorai, ho inventato una nuova formula di concatenamento, proprio per cercare di contemperare i due amori più importanti della mia vita».

Il mio amico rimase colpito dall’affermazione e mi chiese di spiegargli meglio la questione. E così feci.   

Franz Nicolini, Via Dolomieu

Era il gennaio del 1997, in quel periodo mi stavo allenando per una competizione internazionale di sci alpinismo e trascorrevo molte ore della giornata nel Gruppo di Brenta, salendo e scendendo, in velocità, ripidi pendii di neve. 

Un giorno, all’incirca intorno al quindici del mese, mentre ero impegnato nella discesa dal Piz Galin, la stupenda piramide calcarea sopra l’abitato di Andalo, l’occhio mi cadde sulle vette centrali della catena dolomitica. Erano cariche di neve, ad eccezione delle guglie più ardite, dove la forza del vento e la verticalità delle pareti non permettevano alla coltre bianca di attecchire, lasciando “nuda” la roccia.  

La visione era spettacolare: quelle parti scoperte di dolomia, dal colore pallido, sembravano emergere da un mare di nuvole, come se non fossero legate alla terra. Mi fermai allora a contemplarle e, quasi senza volerlo, pensai che sarebbe stato fantastico scalarle, ripetendo la “Via Dolomieu”, l’itinerario compiuto otto anni prima nel cuore del Gruppo di Brenta.  Questa volta, però, non l’avrei fatto per dimostrare agli altri di essere un bravo alpinista. No, questa volta, l’avrei fatto per me stesso, per il piacere di scalare in inverno montagne incantate che la neve rendeva ancora più misteriose e inaccessibili.

La sera rientrai a casa, convinto di realizzare il progetto al più presto. Appena aprii la porta, mi venne incontro Sandra con appoggiato al petto nostro figlio Federico che non voleva sentirne di addormentarsi. Appena il piccolo mi vide, si drizzò, protendendosi nella mia direzione, affinché lo prendessi in braccio. Io lasciai cadere velocemente lo zaino a terra e sorreggendo il bambino da sotto le ascelle, lo feci girare in aria, provocando le sue risate di gioia. Poi lo strinsi forte a me e gli diedi un bacio sulla guancia.

«Adesso, prova ad addormentarlo tu, se ci riesci…» mi disse allora mia moglie, con un tono di leggero rimprovero per avere svegliato del tutto Federico.

«D’accordo».

Con il piccolo mi diressi, così, verso la sua camera, dove trovai mia figlia Elena intenta a finire i compiti. La salutai e le chiesi come aveva trascorso la giornata, poi mi sedetti sul letto e ascoltai le sue parole, cercando di addormentare nel frattempo il fratellino.

Elena parlava con voce dolce, dimostrando di essere una bambina serena. Le avevo trasmesso la passione per la montagna e spesso mi chiedeva se poteva venire con me ad arrampicare.

Nello stesso istante pensai di essere un padre davvero fortunato: Federico, accoccolato tra le mie braccia, mi trasferiva il calore del suo corpo e il suo bisogno di protezione mi faceva sentire indispensabile; Elena, con il suo sguardo curioso e semplice, mi trasmetteva tutta la fiducia e l’ammirazione che provava nei miei confronti.     

Questi sentimenti riempivano il mio cuore, alimentando il senso di responsabilità paterna e la consapevolezza di costituire per i miei figli un punto di riferimento. In quel momento, capii che dovevo essere più presente nella loro vita, cercando di conciliare l’amore per la famiglia con la professione di alpinista.

Così quella sera, nella cameretta di Elena e Federico, decisi che durante il concatenamento invernale della “Via Dolomieu” non avrei pernottato nei bivacchi, come sarebbe stato più logico per risparmiare energie e tempo negli spostamenti da una cima all’altra, ma sarei tornato a casa, dalla mia famiglia.

A cena ne parlai a mia moglie. Sandra, pur non essendo contenta, aveva ormai accettato la mia professione, così, nell’apprendere i miei propositi si limitò ad annuire, chiedendomi, però, di farle capire il perchè avevo deciso di scalare, da solo e in inverno, le vette centrali della catena del Brenta.

Franz Nicolini, Via Dolomieu

Per la verità non trovai subito le parole adatte per spiegarle le mie ragioni, ma dopo pochi attimi tirai fuori tutto il mio entusiasmo. Non so se riuscii veramente a convincerla, tuttavia, parlare con lei, mi caricò moltissimo e mi aiutò a scoprire meglio le mie sensazioni. Prima di coricarmi, infatti, annotai così nel mio diario preparatorio al nuovo concatenamento:

“Sono passati poco più di sette anni da quel primo concatenamento delle cime della catena centrale del Gruppo di Brenta, realizzato nell’estate 1989 e dedicato al geologo francese Déodat Dolomieu.

Da allora sono seguite altre avventure, altri orizzonti sono apparsi ai miei occhi, ma è rimasta la sensazione di poter fare qualcosa di diverso su e giù per quelle montagne che si prestano ogni giorno al nostro sguardo, in tutta la loro bellezza e particolarità.

Il Gruppo di Brenta per noi guide alpine, per noi Molvenesi, non è solo un riferimento geografico, il nostro segno di riconoscimento, è una parte della nostra vita che ci assicura, tra l’altro, una fonte di mezzi economici per affrontarla.

L’inverno è la stagione dove la montagna non contaminata da impianti sciistici, da alberghi in quota, rimane da sola e tutto si svolge nel silenzio più assoluto, dove c’è spazio solo per i rumori della natura, del vento, di qualche pianta secca che si stacca dalla terra, di qualche piccola slavina di neve o di sassi mossi da un camoscio che fugge al tuo arrivo.

Per questo ho pensato di confrontarmi in pieno inverno con la montagna, la sua solitudine e la nostra, affrontandola con rispetto e la consapevolezza dei suoi pericoli e dei nostri mezzi.

Il concatenamento rappresenta non tanto un’impresa alpinistica o atletica, ma la volontà di evidenziare l’umiltà e la singolarità di qualcosa che è nello stesso tempo unico e singolare.

La montagna non si conquista, si percorre o per un sentiero o per una parete, con il rispetto e l’ammirazione che viviamo, lungo le navate di certe chiese o di un museo, nel vedere i capolavori lasciati dalle mani degli uomini e, nel caso dei nostri monti, da una regia che ha voluto che provassimo sensazioni bellissime man mano che si sale verso l’alto.”

Ultimato di scrivere, quando riposi la penna, capii che il mio nuovo concatenamento sarebbe stato un “viaggio” all’interno dell’anima.

Il 24 gennaio, alle cinque del mattino, diedi così inizio alle scalate, dirigendomi verso il primo obiettivo, l’elegante Cima Margherita, alta 2845 metri.

Con gli sci d’alpinismo, dopo avere coperto un dislivello di 1600 metri, raggiunsi il Rifugio Pedrotti e da lì mi portai all’attacco della “Via Videsott”, sulla parete sud-sud-ovest di Cima Margherita. L’abbondante coltre nevosa attenuava i rumori, diffondendo, tutt’intorno, un alone di quiete. Solo il battito del mio cuore spezzava l’immobilità della montagna, di fronte alla quale mi sentivo piccolo e consapevole che il minimo errore non sarebbe stato perdonato.

Emozionato, cominciai a salire, prima lentamente, ma poco dopo, superate le prime difficoltà, con maggiore determinazione. Toccata la cima, iniziai subito la discesa attraverso la “Via Normale”, alla fine della quale mi spostai celermente in direzione della seconda tappa della giornata, Cima Brenta Bassa, una vetta di 2809 metri, adiacente al Rifugio Pedrotti.        

Attaccai lo spigolo ovest, conosciuto come lo “Spigolo Fabbro”, inerpicandomi lungo tre caratteristici risalti di roccia, separati da due larghe e comode terrazze detritiche coperte da un alto strato di neve. Giunto in vetta feci due lunghi e profondi respiri per assaporare l’odore pungente dell’inverno che invita a cercare il calore del fuoco e quello degli amici.

Seguendo la “Via Normale” tornai alla base della montagna, raggiungendo la Bocca di Brenta e da lì la partenza dell’affilato spigolo sud della Cima Brenta Alta, la terza e ultima tappa del programma del giorno.

Poco dopo mezzogiorno, superato un dislivello di 450 metri e difficoltà di IV grado, arrivai sulla sommità del massiccio roccioso, a quota 2960 metri, appagato e soprattutto desideroso di tornare a casa, per raccontare le sensazioni vissute in quell’indimenticabile esperienza, fatta di neve, silenzi, panorami grandiosi, paura e felicità.

Sandra, quando mi sentì arrivare, mi venne incontro sulle scale, chiedendomi subito come fosse andata.

«Benissimo» le risposi, chiedendole un aiuto per portare su l’attrezzatura alpinistica. Poi continuai: «Ho impiegato meno tempo del previsto e, quando sono arrivato all’attacco della Brenta Bassa, ero già…». Non feci in tempo a terminare la frase che alle spalle di mia moglie sbucarono, improvvisamente, il piccolo Federico ed Elena.

Erano eccitati e capii che non vedevano l’ora di vedermi. «Ehilà!» esclamai allora con allegria. Nello stesso istante ebbi la certezza di avere preso la decisione giusta nel rientrare a casa. In un certo senso la mia famiglia era diventata il mio “compagno” di concatenamento.

A cena raccontai le emozioni vissute durante la lunga giornata di arrampicate.

Elena, con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani che sorreggevano le guance rosee, ascoltava attenta. «E la cosa che ti ha colpito di più?» mi chiese ad un certo punto.

Io non ebbi dubbi: «Vedere da lontano, sulle cime di fronte, le mie tracce impresse nella neve».

«E perché?».

«Perché le consideravo la mia “firma”, la prova che ero passato da lì, avendo così la certezza di non vivere un sogno».

Prima di addormentarmi, ripensai alle intense emozioni vissute durante il concatenamento e alla soddisfazione provata parlandone con la mia famiglia. “Unire”, in inverno, tre vette in un giorno, non lo consideravo una prestazione eccezionale, anche se non potevo nascondere una certa soddisfazione, ma l’occasione per prolungare nel tempo la sensazione d’appartenenza alla montagna. Sì, perché facendo parte di lei, avvertivo, con maggiore consapevolezza, la sua eternità, rispetto al soffio della vita di un uomo, la sua armonia, alla quale ci si può ispirare per rendere più intensa e nobile la nostra esistenza.

Il giorno seguente, il 25 gennaio, ritornai in quota, portandomi con gli sci d’alpinismo fino alla Busa degli Sfulmini. Il programma della mattinata prevedeva, nell’ordine, le scalate del Campanile Basso, del Campanile Alto e la traversata, da sud a nord, delle punte seghettate degli Sfulmini.

Senza esitare mi avvicinai così alla base del Campanile Basso, il “cuore” del Gruppo di Brenta, pronto per sentire il suo battito e lasciarmi trasportare dalla bellezza della sua forma, unica e irripetibile. Attaccai la “Via Normale”, innalzandomi con sicurezza tra lingue di neve bianchissima e lame di roccia, intiepidite da un timido sole invernale.   

Da lontano, rispetto alle cime confinanti, il Campanile Basso appare più piccolo e slanciato, ma quando si è al suo cospetto e si arrampica lungo le sue pareti possenti, si ha come la sensazione di trovarsi su un’isola disabitata, circondata da un mare infinito di roccia, dove è difficile scorgere anche la linea dell’orizzonte. E in quel momento, mi sentii approdato proprio su quest’isola, alla stregua di un esploratore alla scoperta di luoghi misteriosi.

Quando giunsi al termine della via, il magico silenzio che avvolgeva tutta la valle era infranto soltanto dallo scricchiolio dei miei ramponi che mordevano le nevi ghiacciate della cima.

Il cielo era di un azzurro terso e provocava un contrasto abbagliante con il candore di tutte le punte avvolte in una spessa coltre di neve.

Ero felicissimo e nello stesso tempo sbalordito nell’ammirare quel meraviglioso paesaggio a me così familiare, ma in pieno inverno così diverso.

Cercai di raggiungere il masso sotto il quale era custodito il libretto di vetta, da me firmato in estate centinaia di volte, ma l’impresa non fu per niente semplice, perché fui costretto a scavare un bel po’ per trovarlo fra la neve.

E’ sempre un’emozione grande firmare il libro di vetta del Campanile Basso, poiché per me rappresenta la cima più bella e più importante di tutto il Gruppo di Brenta.

Mentre ero immerso in questi pensieri, all’improvviso un colpo di vento iniziò a sfogliare il libro di vetta che tenevo fra le mani e come per magia il mio cuore sussultò nel riconoscere fra quelle pagine la scrittura infantile di mia figlia Elena.

Erano già trascorsi alcuni mesi dal giorno in cui avevo portato Elena per la prima volta in cima al Campanile Basso, tuttavia in quel momento mi sembrò di rivivere la stessa emozione.

Per lei era stata la sua prima arrampicata su una montagna così grande. Il tempo purtroppo non era stato indulgente con noi, nonostante fosse il mese di settembre, la temperatura era gelida e il freddo irrigidiva le sue piccole mani. Solo grazie alla sua testardaggine e ad una buona dose d’incoscienza tipica dei bambini, avevamo raggiunto la vetta.

Penso non esistono parole tanto profonde per descrivere la felicità di Elena e la mia in quel momento, mai come allora ci eravamo sentiti così vicini e così pienamente appagati.

Una gelida ventata mi fece ritornare improvvisamente alla realtà, avvertendomi che se non volevo restare in cima al Basso, assiderato, dovevo tornare sui miei passi.

Andai alla ricerca del primo chiodo per scendere in corda doppia, mentre un turbinio di neve che stava cancellando le mie tracce, come per un ultimo saluto, andò a muovere le canne delle campane presenti sulla vetta, facendole echeggiare per tutta la valle.

Forse era solo una fantasia, oppure ero stato contagiato da quell’aria così magica, tuttavia per me il saluto delle campane rappresentò un segno tangibile del mio legame affettivo per questo superbo monolito.

Franz Nicolini, Via Dolomieu

Giunto alla base del Campanile Basso, attraverso il Sentiero delle Bocchette, mi diressi verso la bella parete sud del Campanile Alto, iniziando a scalare subito lungo la “Via Paulke”, una delle più famose del Gruppo di Brenta.

Guadagnata la vetta, alta 2937 metri, discesi attraverso il “Camino Bettega”, un itinerario poco frequentato, ma comodo per spostarmi in direzione degli Sfulmini, quattro grossi gendarmi rocciosi, schierati tra il Campanile Alto e la Torre di Brenta.

L’arrampicata di questi quattro pinnacoli, chiamati Punta Sud, Punta Centrale, Punta Principale e Punta Nord non sarebbe stata difficile, ma proprio mentre mi accingevo a intraprendere la traversata, le condizioni del tempo peggiorarono improvvisamente e il cielo, in pochi minuti, si riempì di un fitto strato di nuvole basse, facendo calare la nebbia tutt’intorno.

Mi fermai per analizzare la situazione e decidere se rinunciare o continuare. In fondo non dovevo dare conto a nessuno, se non alla mia determinazione, ma alla fine, dopo avere considerato i possibili rischi, decisi di andare avanti. Di lì a poco, tuttavia, cominciò a nevicare e in breve mi trovai in mezzo ad una vera e propria bufera. A quel punto capii che dovevo fare in fretta e uscire il prima possibile da quelle punte seghettate che la forza del vento e il turbinio della neve stavano trasformando nelle porte di un inferno. Per fortuna conoscevo bene quella via e facendomi spazio nel muro di nebbia, completati la traversata, scendendo per la “Via Normale” e, quindi, attraverso il “Canalone delle Armi”. Recuperati gli sci, mi diressi infine verso Molveno.

Per due giorni il cattivo tempo mi costrinse a casa e ne approfittai, così, per recuperare un po’ di energie e per stare di più con i miei figli.

Il 27 gennaio, finalmente sotto un cielo terso e freddo, ripresi le scalate. Partii da casa prestissimo, con gli inseparabili sci d’alpinismo, alla volta della Busa degli Sfulmini, con l’intenzione di salire, nell’ordine, lo “Spigolo est” della Torre di Brenta, la “Via Normale” di Cima delle Armi e la “Via Detassis” di Cima Molveno.

Le montagne, essendo cariche di neve, presentavano un maggiore rischio di valanghe. Mi mossi allora con la massima cautela e per fortuna tutto andò bene.

Il 28 gennaio fu la volta dello Spallone dei Massodi e di Cima Brenta. Come d’abitudine, partii da Molveno prestissimo, ma, forse, complice la pigrizia, quella mattina feci un errore di cui mi resi conto quando era ormai troppo tardi.

Avevo deciso di salire lo Spallone dei Massodi attraverso il camino della parete sud, conosciuto come il “Camino Agostini”. Arrivato alla base del canale, mi accorsi che le pareti erano ricoperte da uno strato di ghiaccio vivo e durissimo. Nello zaino, però, avevo portato un paio di ramponi in alluminio, leggerissimi, una vera novità per l’epoca, ma inadatti per superare quei muri ghiacciati. Al punto dove ero arrivato, tornare indietro non era più possibile, cosicché imprecando contro me stesso, calzai i ramponi e iniziai a salire. Come previsto le punte metalliche erano troppo tenere per quel tipo di ghiaccio e così, non riuscendo a fare presa con piedi, scivolai in continuazione e fui costretto, di fatto, a progredire con le mani. E ben presto, al loro posto, mi ritrovai delle maschere di sangue.

Tutta la salita, lunga quasi 300 metri, fu un vero tormento e quando, esausto, uscii dal camino per affrontare una gola e finalmente l’ultima parete prima della vetta, lanciai un urlo di liberazione. In cima allo Spallone cercai di medicarmi alla meglio e senza neanche rivolgere uno sguardo fugace al panorama, mi diressi subito verso le Bocchette Alte, fino allo Spigolo sud di Cima Brenta, la mia seconda meta della giornata.   

Per mia fortuna l’arrampicata di questo spettacolare e affilatissimo spigolo, conosciuto come lo “Spigolo Castiglioni” si svolse senza imprevisti. Anzi, durante la salita, ritrovai la serenità e la voglia di godermi lo spettacolo della natura, tanto è vero che, toccata la cima, mi sdraiai sulla neve, fissando il cielo, in quel momento solcato da ammassi di nuvole sfilacciate, simili ad una miriade di filamenti di cotone.

Durante la via di discesa, lungo lo “Scivolo nord”, ebbi la sorpresa di trovare gli amici Felice Spellini e Adriano Franchi. Mi erano venuti incontro per accompagnarmi fino a Molveno. Fui contento di vederli, soprattutto perché non mi sentii più solo. L’ambiente invernale, infatti, era avvincente, ma allo stesso tempo amplificava in me la sensazione di solitudine. I rumori, compagni dei viaggiatori solitari, non cadenzavano i miei passi, in quanto erano ovattati dal manto nevoso e le rocce, sotto la spessa coltre candida, sembravano essersi eclissate in un mare infinito, senza approdi e punti di riferimento. Il bianco uniforme della neve dilatava, alla mia vista, lo spazio circostante, aumentando l’impressione di trovarmi in un luogo sconosciuto, eppure, a me familiare, per averlo percorso tante volte. Ma era tutto così diverso, così carico di neve.

Franz Nicolini, Via Dolomieu

Allorché raggiunsi i miei amici quel mondo, tanto lontano, tornò improvvisamente a rivivere, pulsando delle nostre voci che si diffusero nell’aria, riempiendo il silenzio creato dal letargo invernale.

La sera, a casa, mia moglie mi chiese di raccontarle le esperienze vissute durante la giornata. Le parlai allora delle gioie dell’alpinismo invernale solitario, ma anche delle preoccupazioni vissute e degli ostacoli incontrati. Poi le dissi: «La difficoltà maggiore non è stata arrampicare su pareti cariche di neve o scendere lungo pendii con il pericolo di valanghe. No, la difficoltà maggiore è stata scalare tra l’immensità del silenzio e capire di essere solo un puntino solitario al cospetto di una natura possente e inviolabile, dove per rimanere in vita occorre avere la capacità di entrare in un’altra dimensione, dove non esistono confini di spazio e di tempo».

Il giorno seguente mi alzai prestissimo. Mi attendevano le ultime due vette per completare il programma: il Crozzon di Brenta e Cima Tosa. Nella “Via Dolomieu” realizzata otto anni prima, in estate, queste stesse cime le avevo scalate, invece, per prime, così pensai che, quel giorno, avrei chiuso un cerchio, un itinerario ideale, durante il quale avevo superato le dimensioni del tempo e dello spazio.

La salita al Crozzon si rilevò subito impegnativa, ma soprattutto molto pericolosa, allorquando affrontai la sottile e frastagliata cresta di collegamento con Cima Tosa. Durante questo tragitto, infatti, fui costretto a passare sotto delle insidiosissime placche verticali di neve ghiacciata, con la speranza che non cadessero giù. In diversi punti, istintivamente, non respirai, come se il mio ansimare potesse muovere quelle lastre taglienti e scivolose. La mia buona stella mi aiutò infine ad arrivare in cima alla Tosa, dove finalmente sfogai tutta la mia soddisfazione in un grido di felicità. Avevo toccato la sedicesima vetta, completando il mio concatenamento.

Scendendo verso Molveno mi accorsi con meraviglia che dal camino del rifugio Croz dell’Altissimo usciva fumo. Evidentemente c’era qualcuno. Curioso accelerai così la discesa e quando giunsi dinanzi alla porta del rifugio, mi si parò davanti il gestore che mi sorrise, facendomi con il capo un segno di seguirlo dentro.

Aveva aperto apposta per me, per festeggiare, con una tazza buonissima di brodo caldo, il successo del mio concatenamento.

Sorbii quel brodo con avidità, assaporando il profumo che rilasciava nella stanza e l’amicizia con la quale era stato preparato. Quando lo finii, mi rivolsi al gestore e con riconoscenza gli dissi: «Grazie, Felice». 

Lui allora mi guardò e mi diede una pacca sulla spalla. Era sul suo modo di complimentarsi, schietto, senza parole ma ricco di umanità. Durante tutto il concatenamento Felice mi aveva in un certo senso seguito come un’ombra e ad ogni passo percepivo la sua presenza, come se fosse legato alla mia corda. Purtroppo, dopo la realizzazione invernale della “Via Dolomieu”, Felice parteciperà sempre meno alle mie avventure, ma solo fisicamente, perché la sua amicizia e i suoi insegnamenti sono rimasti con me. Per sempre.

By | 2017-01-23T18:07:20+00:00 23 gennaio, 2017|

Un commento

  1. ivo ferrari febbraio 9, 2017 al 8:46 pm - Rispondi

    Ho letto il libro sui “concatenamenti” di Franz … e lo consiglio vivamente, oltre allo scritto sopra riportato ci sono molte altre salite e “riflessioni” su di un modo “diverso” e ” libero” di andare per monti. Bravo Franz

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