Quella volta che ho visto il (Gran) Paradiso

di Fabrizio Goria

Era da un po’ di tempo che ci pensavo. Iniziare con il Gran Paradiso sarebbe stato suggestivo. Primo, perché è un 4.000. Secondo, perché è l’unico 4.000 interamente nel territorio italiano. Terzo, perché le difficoltà sono modeste. Quarto, perché l’ambiente è non solo appagante, è stratosferico. Il problema, semmai, era trovare un momento libero per andarci. È vero che sono torinese, ma a quel tempo abitavo e lavoravo a Roma. Poi, quasi all’improvviso, venne il giorno. Ferie, due settimane, il ritorno da mio padre, la decisione senza nemmeno pensarci. Si va sul Gran Paradiso.

Ogni famiglia ha le sue piccole grandi abitudini settimanali. In più, se sei italiano, quasi sempre sono legate al cibo e alla convivialità. Chi sa che il sabato mangerà il pollo arrosto con le patatine preso nella rosticceria del mercato vicino casa, chi sa che il sabato sera è dedicato alla pizza, rigorosamente d’asporto. Chi sa che la domenica mattina si sveglierà un po’ più tardi del solito con il naso solleticato da un profumo bramato da sette giorni. Nel mio caso, quel profumo è quello della salsiccia abbrustolita con abbondante rosmarino da mio padre, preludio al più suntuoso dei piatti di Casa Goria: il risotto con la suddetta salsiccia. Spesso Silvia mi prende in giro – in realtà non mi prende in giro, ma certifica un fatto – sottolineando che non sono ancora capace di cucinarlo come mio padre. Almeno ora che viviamo a Washington uso la scusa della qualità della salsiccia, ma era così anche quando eravamo in Italia. Forse, arrivato a 60 anni riuscirò a superare quel maestro della rosolatura che è mio padre. Fino ai 24 anni – anche se vivevo fuori, tendevo a tornare sempre a casa la domenica – mi sono sempre svegliato così la domenica, con quel profumo. Ma c’è stata una volta che non è stato così. Mi sono svegliato presto, prestissimo. Credo fossero le 4 di mattina. E l’unico profumo a farmi compagnia era quella miscela di abbigliamento tecnico, sudore stantio, calze troppo usate il giorno prima e legno che tutti noi che andiamo in montagna conosciamo bene e apprezziamo poco. In modo legittimo mi sono domandato perché, nell’ordine: mi sono svegliato a quell’ora inumana, sono avvolto in un sacco-letto come una mummia, sono a quota 2.000 e non a casa.

L’approccio è quello classico per un neofita come me, abituato più al trekking che a questo genere di attività. Si cerca una guida, si telefona, si notifica la praticamente assente esperienza alpinistica, ci si coordina. Fatto sta che un conto è fare una telefonata, un conto è scalare il Gran Paradiso. Se è vero che si tratta di una vetta tutto sommato facile, probabilmente il più facile 4.000 delle Alpi, è altrettanto vero che non bisogna sottovalutare alcun aspetto. Prima di tutto, il fiato. Quello serve. Eccome, se serve. Pertanto, se volete cimentarvi, meglio iniziare a correre almeno tre volte a settimana, per circa 45 minuti, in totale esercizio aerobico. Aiuta ben più di quello che potreste immaginare. E questo l’ho compreso in ritardo.

Gran Paradiso, Emanuele Confortin

L’arrivo a Pont Valsavaranche coincide con la stagione degli amori dei giovani stambecchi. È inizio giugno, quindi nel piazzale di fronte all’Hotel Gran Paradiso, che mi ospiterà nella prima notte, c’è un po’ di timore per questi maestosi ungulati che a volte confondono le vetture parcheggiate con altri stambecchi. La prima notte la passo in hotel col pensiero all’auto nel piazzale, ma tant’è. Il mio essere cittadino, sebbene sia praticamente cresciuto fra le montagne delle Valli di Lanzo, è ancora troppo forte. I gestori dell’hotel sono persone affabili, i clienti in quel giorno sono pochi e restiamo a parlare, di fronte a un buon bicchiere di vino, delle montagne circostanti. C’è crisi, è vero, ma loro tramite internet riescono a lavorare bene. Certo, non aiuta la mancanza di neve in inverno. Ma comunque le attività che si possono svolgere anche in assenza di neve sono numerose. Dalle escursioni al torrentismo, passando per il parapendio, le opportunità non mancano. E l’alpinismo? Qui siamo nel Massiccio del Gran Paradiso, patria dell’alpinismo.

La salita al Rifugio Vittorio Emanuele II, dove mi attende la guida, è magnifica. Sul serio. È qualcosa che prima o poi deve essere fatta nella vita. Dal piazzale di Pont si può vedere solo una parte del Massiccio del Gran Paradiso. Per la precisione, di fronte abbiamo la Becca di Montchair sulla sinistra e la Cima di Breuil sulla destra. E nonostante siamo già a quasi 2.000 metri, tutto l’intero massiccio è nascosto dalle gole scavate dal torrente Savara, o Dora del Nivolet, dato che nasce proprio dai laghi omonimi. Solo salendo lungo il comodo sentiero (era la strada reale di caccia) che mi porterà al Vittorio Emanuele, dopo una cascata scenografica e una ripida salita, a quota 2.300 si vedrà la sagoma del Ciarforon, una montagna che non ha nulla da invidiare al Gran Paradiso. Lentamente a causa della neve rimasta, si avanza verso il rifugio, simile ad un hangar per aerei. Dopo la fatica della salita – tutto sommato facile, certo, ma lunga – la visione del Vittorio Emanuele è quasi onirica. Niente però di comparabile a ciò che ci aspetta l’indomani.

La sveglia alle 4, appunto. Siamo andati a dormire presto, io e la guida, come da prassi. Ci siamo tenuti leggeri a cena, un minestrone di verdure, un po’ di pane in modo che i carboidrati facciano il loro lavoro la mattina successiva, un eccellente bunet e due bicchieri di rosso. Poi alle 21 spaccate, in branda. Il sonno è stato piacevole, ma con quella miscela creata dal minore ossigeno e dall’euforia di scalare è stato difficile addormentarsi. Per fortuna il vino ha aiutato. È però il frastornante suono della sveglia del cellulare che fa porre le domande di cui sopra. Tempo di lavarsi i denti, darsi una sciacquata al volto, prendere un caffè doppio, mangiare un po’ di torta alle nocciole e via, si passa in rassegna tutta l’attrezzatura. Casco, c’è. Imbrago, c’è. Picche, ci sono. I ramponi, ci sono. Luce frontale, c’è. Il telefono è carico, il nostro animo pure, sono le 4.30 e tutto va bene. «Partiamo, forza. Il ghiaccio è buono e la temperatura è adeguata. In sei ore siamo su», mi dice la guida. Io ho un po’ di dubbi a riguardo, ma se lo dice lui…

Siamo solo in due cordate. Noi e un terzetto di francesi di Grenoble, che partono poco dopo di noi. Scorgiamo le loro frontali quando siamo ben oltre la spianata che permette di vedere Ciarforon e Monciair. Loro procedono in modo più lento e incerto di noi, e ogni tanto buttiamo un occhio dietro per vedere che non ci siano problemi. Come diceva mio nonno, «le montagne non si muovono. Al massimo si sgretolano, ma non si muovono». Se l’altra cordata avesse bisogno, meglio mollare l’ascesa e andare ad aiutarli. L’incertezza iniziale si esaurisce subito e presto li vediamo procedere in maniera decisa. Ora ci possiamo concentrare sul nostro percorso. Sotto i ramponi, il ghiaccio scricchiola e vive. Sopra, il cielo mostra tutta la sua magnificenza. Davanti, abbiamo una delle cime più iconiche delle Alpi occidentali.

Se penso alla storia dell’asino Cagliostro portato qui su nel 1931 dall’Abbé Henry e suo amico Dayné, mi viene da ridere. Chissà cosa avrà pensato il povero Cagliostro. Ho la fortuna di non soffrire il freddo e di amare l’acqua in formato solido, come dico sempre a Silvia e ai nostri amici che mi osservano con stupore quando vedono che non riesco a mettere i piedi nell’acqua in stato liquido, che sia una piscina o che sia il mare cristallino. Niente, non mi piace. Qualcuno ironizza affermando che non so nuotare, ma non è quello il punto. È che, lo posso garantire, gradisco assai lo sprofondare dei ramponi dentro il ghiaccio che quello dei miei arti nell’oceano. Ma si sa, noi che siamo malati di montagna siamo delle persone particolari. Ci piace il freddo, adoriamo il silenzio, amiamo osservare le albe lassù dove l’aria è più rarefatta.

Quando arriviamo alla Schiena d’Asino, cioè il punto in cui si incrociano le due vie normali che partono una dal Vittorio Emanuele e l’altra dal Rifugio Chabod, mi volto. Voglio fermarmi e guardare indietro. Lo spettacolo è mozzafiato. Scatto una foto che ora giace in un telefono e in un computer che chissà dove sono. Non c’è tempo però. Bisogna salire, e in fretta. Il ghiaccio è sempre buono, il cielo pure, ma il barometro sui nostri orologi ci fa notare che la pressione atmosferica sta calando in modo repentino. «Forza, acceleriamo. Le previsioni erano buone, ma sta cambiando il tempo», dice la guida. E allora si ricomincia a stantuffare, con gli scarponi che a mano a mano che si sale lungo il ghiacciaio diventano sempre più pesanti. La stanchezza si fa sentire quando arriviamo ai gendarmi della Becca di Montcorvé. Ci fermiamo per bere giusto due minuti. Poi si riparte. Più forte di prima. Dopo un quarto d’ora riguardo il barometro e pare essersi stabilizzato. Forse non c’è più bisogno di correre, mi dico. Ma è meglio farlo. Procediamo in conserva in modo sincopato, i movimenti sono precisi, calcolati. Si avanza con difficoltà e lentezza perché il ghiacciaio nasconde sempre insidie. Non bisogna sottovalutare nulla quando si cammina su questo terreno, ascoltare ogni singolo movimento del ghiaccio. Per fortuna, la guida mi ha istruito bene. Riusciamo a riconoscere con facilità i crepacci, nonostante il vento sposti la neve in modo effimero. E in men che non si dica, nonostante il freddo e il vento che ha iniziato a spirare anche dentro i nostri giubbotti, siamo alla fase più delicata. Bisogna passare lungo la cengia che dà sul Ghiacciaio della Tribolazione. Sì, perché se dal lato di Valsavaranche il Gran Paradiso ha una forma ben precisa, più rocciosa, dal lato di Cogne c’è quell’incredibile distesa di ghiaccio che è la Tribolazione. È un passaggio obbligato con spit, niente di difficile, ma l’esposizione è emozionante. Lo passiamo agevolmente anche perché abbiamo voglia di arrivare alla madonnina della cima, Metto quasi il piede in fallo, ma è poca cosa rispetto allo splendore che si intravede da lì. E poi la madonnina. Eccola. È lì. Andiamo, è quasi fatta la salita. Poi inizia la discesa, che deve essere come sempre molto attenta.

La vetta. Ognuno ha le sue vette. La mia, per quei tre giorni, è stata il Gran Paradiso. Vetta raggiunta, ma non senza difficoltà. Del resto, come si può pensare di salire su un 4.000 senza sforzi? Impossibile. Il sudore che cola dalle tempie è il segno della passione, così come il fiato corto è il segno che la prossima volta sarà meglio allenarsi con più dedizione e decisione. Quello che conta è che ci sia la consapevolezza di essere riuscito a realizzare la mia impresa e di aver riscoperto quanto può essere appagante la montagna.

Quando l’alpinismo entra dentro di te? Ognuno di noi ha dentro quel momento rivelatore. Quel barlume di luce che ti fa sognare giorno e notte le montagne, l’aria sottile, la fatica e il sudore e la puzza di calzini troppo usati. In cuor mio ho sempre saputo che la montagna era il mio personale habitat, sebbene per strane vicissitudini della vita ho dovuto metterla un po’ da parte. Il Gran Paradiso mi ha ricordato perché c’era questa unione tra uomo e montagna. Poi, purtroppo, la vita mi ha portato via dalle terre alte un’altra volta, per infine tornare in modo indissolubile. E credo che quindi avesse ragione mio nonno, senza ombra di dubbio, quando diceva che le montagne non si muovono. Sono sempre lì, pronte per noi. L’importante, prima o poi, è capirlo.

By | 2017-01-27T17:59:25+00:00 27 gennaio, 2017|

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