di Emanuele Confortin

foto Matteo Bailo – Emanuele Confortin; archivio Alberto Peruffo

L’assunto è semplice, ripetere una via aperta da Renato Casarotto significa intraprendere un viaggio, di quelli tosti. Me ne sono reso conto qualche anno fa, quando ho avuto la possibilità di salire la linea tracciata dal fortissimo alpinista vicentino sulla parete ovest della Cima della Busazza (2894 m) nel gruppo del Civetta. Assieme a me c’era l’amico Matteo Bailo, il quale, va detto sin d’ora, si è sciroppato il tratto chiave da capo cordata.

Conoscevo quella muraglia da tempo, inclusa la famigerata fessura gialla e strapiombante salita da Casarotto nel maggio 1976, assieme a Giuseppe Cogato e Giacomo Albiero. Scalando sulla vicina Torre Venezia, o sulla Cima del Bancon, o sulla Torre di Babele nell’anfiteatro della Val Corpassa, non si può ignorare la mole della Busazza. Mille metri verticali, isolati dal mondo, poco o per nulla ripetuti e ancora meno in voga. Con Matteo si sussurrava «Casarotto… Busazza» già da tre anni, ma vuoi il meteo, vuoi la forma fisica, oppure (le mie) palle, il progetto era slittato di stagione in stagione. La relazione però stava sempre lì allo stesso posto, a pagina 180 di Passione Verticale, la guida firmata da Pier Verri, Liana Chiodero, Lucio Faccin e Aldo de Zordi (DBS, Danilo Zanetti Editore), appoggiata sul comodino. L’ho letta e riletta almeno una cinquantina di volte, tanto da mandare a memoria i 955 metri misurati dalla base alla cima.

Al di là dei gradi, tosti, anche “solo” sul V, era quel R3 marcato Verri a inibirmi, assieme al mito del pezzo di manico di scopa incastrato a metà fessura, per assicurare un passaggio altrimenti improteggibile. Tratto che solo in seguito ho saputo fosse stato superato con una tecnica di artificiale molto ingegnosa, usando una sorta di cricco a vite in metallo, estensibile, fissato dall’apritore nella fessura per superare la parte più ostica. Inutili i cunei in legno. La “confidenza” sul crick mi fu fatta al teatro Olimpico di Vicenza, ad aprile 2016, durante la serata Due Amori, organizzata per il 30esimo della scomparsa di Casarotto. Fu lì, nel mezzo delle tribune che incontrai quasi per caso un anziano signore accomodato su una seggiola, con il bastone da passeggio stretto in mano. Era Giacomo Albiero, reduce dalla storica salita del ’76, commosso fino alle lacrime sapendo che 40 anni dopo, qualcuno ancora decidesse di «tribolare» lungo una linea tanto ostica.

Per inquadrare l’itinerario prendo a prestito le parole di Pier Verri, autore della prima solitaria (27 agosto 1991) e della prima libera – VIII grado, stretto – assieme a Gianpaolo Galiazzo (estate 1996). «Prima via delle Dolomiti valutata settimo grado, la Casarotto alla Busazza spalanca le porte a “nuovi” gradi, impostando la storia alpinistica di nuove avventure, fatte di fatiche e di capacità, ma anche di etica. Renato Casarotto, con le sue imprese ha aperto itinerari che hanno lasciato un segno, lungo pareti importanti, spesso con gradi elevati, affrontando tutto con “esasperante” pazienza e umiltà. Uno dei capolavori dei suoi primi anni di arrampicata è proprio questa grande via sulla Busazza, che sottolinea il carattere deciso di Casarotto che sa mantenere fede alle proprie idee, tanto da togliere i chiodi a pressione di precedenti tentativi… È una via importante, alpinistica, con un tratto da fare in libera molto impegnativo che richiede margine per riuscire a proteggersi adeguatamente. Una salita meritevole, che conta ancora poche ripetizioni, degna però di essere rivista, rivalutata, scalata».

È anche su quel “margine” appena citato da Verri che ho perso il sonno. Poi la soluzione, trovata ben prima di risalire la Val Corpassa verso i bastioni della Busazza: «Matteo, quella è roba tua», e così è andata. Per dovere di cronaca, i manici di scopa non c’erano, ed eccetto un chiodo a lama piantato dal basso verso l’alto, la fessura non offre altro se non una spaccatura di 30 centimetri – strapiombante e non proprio solida – dove ci sarebbe stato proprio bene un bel monster-friend, di quelli da portar su con la teleferica, scelta comunque consigliata ai ripetitori. Che dire, è stata la prima e ultima volta che ho visto Matteo sbuffare a quel modo, e una volta in sosta scaricare l’adrenalina con un urlo quasi soffocato, per non rompere la quiete circostante. Bravo!

Busazza a parte, sembra impossibile che un alpinista come Renato Casarotto non sia ancora noto a tutti. Classe 1948, il fuoriclasse vicentino deve per forza figurare tra i massimi interpreti della montagna, come lo sono stati, fra i pochi in Italia, Walter Bonatti e Reinhold Messner. La sua folgorante parabola alpinistica si è consumata durante gli anni Settanta e Ottanta, restando però a lungo in secondo piano, forse perché oscurata da altre grandi esperienze contemporanee. Forse perché terminata bruscamente nel fondo di un crepaccio, ai piedi del K2, o forse perché troppo innovativa, anche a quell’epoca.

Casarotto ha proposto il proprio alpinismo, unico e difficilmente ripetibile, nel momento in cui tutto o quasi stava accadendo: la corsa alla conquista degli Ottomila in stile alpino, leggero e senza ossigeno; l’innalzamento delle difficoltà su roccia seguito alla rivoluzione del Nuovo Mattino, con il sovvertimento della ‘scala chiusa’ imposta dall’UIAA; poi le ripetizioni in libera delle super-vie aperte in artificiale; e ancora il rifiuto del chiodo a pressione o di ogni altro mezzo non etico. Renato Casarotto ha fatto parte di questo cambiamento, proponendo però una versione spiccatamente personale, difficile da capire, definita “alpinismo totale”.

È da solo che il fuoriclasse vicentino ha trovato questa dimensione, ripetendo o aprendo vie su grandi pareti, spesso durante la stagione fredda, rifiutando i collegamenti radio, gli appoggi esterni o i depositi di materiale lungo la via. Il suo approccio alla montagna è stato estremamente rigoroso. Casarotto ha scelto l’isolamento assoluto con permanenze prolungate in parete, malgrado il freddo, le bufere e i pericoli oggettivi. Tramite l’alpinismo è riuscito ad arrivare nel profondo della sua condizione di uomo, ad avvicinare i propri limiti fino a trovare la chiave per superarli. È questo il concetto trasmesso da “Solo di Cordata”, ritratto filmico su Casarotto, realizzato nel 2015 da Davide Riva, vincitore del premio Città di Imola come migliore film italiano al Trento Film Festival 2016.

Il tentativo di dare una misura all’alpinismo totale di Casarotto, passa per forza attraverso le sue principali realizzazioni solitarie. Nel giugno 1977, in 17 giorni apre una via nuova di 1.600 metri sulla parete nord dello Huascaran (6.769 metri) in Perù. Con lui c’era l’inseparabile moglie Goretta Traverso – musa ispiratrice e compagna di una vita, nonché prima donna italiana a salire in vetta a un ottomila –, rimasta in attesa al campo base, dove ha sperimentato la stessa solitudine del marito.

Due anni dopo è il momento dell’apertura di una via di 1.500 metri sull’inviolato pilastro nord-est del Fitz Roy, in Patagonia, battezzato Pilastro Goretta.

Tra il 21 e il 28 giugno 1983 realizza una straordinaria prima ascensione sullo sperone nord del Broad Peak, in Karakorum, uscendo a 7.550 metri. Impresa quest’ultima di grande rilevanza non solo per le difficoltà tecniche e psicologiche superate, da solo e in autonomia, ma anche per la concezione: limitarsi allo sperone, non necessariamente alla cima, dando così all’itinerario prevalenza rispetto alla salita di un ottomila. Scelta coraggiosa nell’epoca della corsa alle montagne più alte della terra, che denota la modernità dell’alpinismo di Casarotto.

Il 1982 è l’anno di una delle sue più lunghe odissee, il trittico del Monte Bianco. Esperienza durata 15 giorni, trascorsi da solo, in pieno inverno, senza contatti con l’esterno, senza radio, con tutto il materiale necessario contenuto in uno zaino da 40 chili. La linea scelta è di gran classe, e inizia il 1 febbraio attaccando la via Ratti-Vitali sull’Aiguille Noir de Peuterey. Dopo la difficile discesa e lo spostamento sul ghiacciaio, segue la via Gervasutti-Boccalatte al Picco Guglielmina, dal 7 al 9 febbraio. La salita proseguirà quindi lungo la celebre via Bonnington sul Pilone Centrale del Freney, sopravvivendo a giorni di bufera e condizioni al limite. L’ingaggio totale terminerà il 15 febbraio, raggiungendo Chamonix.

La prova del Monte Bianco è il preludio ad un’altra straordinaria realizzazione. Nel 1984 giunge in Alaska, dove compie la prima salita della cresta sud-est del McKinley, nota come The ridge of no return (La cresta del non ritorno), così come l’avevano chiamata Peter Metcalf e Glenn Randall dopo un tentativo fallito. Renato Casarotto impiegò dodici giorni a raggiungere i 6.190 metri di vetta, da solo e in completa autonomia, sperimentando per la prima volta un sentimento nuovo – così come confidò in seguito agli amici –, mai conosciuto prima, o comunque mai a quel modo, la paura.

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Renato Casarotto al ritorno dalla prima invernale alla Via Gervasutti sulla Est delle Grandes Jorasses (1985). Foto archivio Alberto Peruffo, Intraisass

L’ultimo progetto scelto dal fuoriclasse vicentino lo riporta in Pakistan, per realizzare il coronamento della sua carriera. Siamo nell’estate 1986 quando torna sul K2, sette anni dopo il fallimento della spedizione alla Magic Line guidata da Messner. Casarotto cerca la perfezione: aprire una nuova via sullo sperone sud-ovest della montagna. Dopo giorni di saliscendi riesce ad uscire dalle maggiori difficoltà della parete, ma a quota 8.300 metri, a poco più di 300 metri dalla vetta è costretto a gettare la spugna. Una ritirata dovuta al maltempo, per questioni di sicurezza dunque, terminata con il cedimento di un ponte di neve e la caduta fatale in un crepaccio, quasi a valle, vicinissimo al campo base e a Goretta.

Solo oggi, a più di tre decenni dalla scomparsa si inizia a dare una misura alla sua eredità alpinistica. Uno dei principali biografi di Casarotto è senza dubbio Roberto Mantovani, storico dell’alpinismo nonché amico intimo del fuoriclasse vicentino e di Goretta: «La sua esperienza alpinistica è rimasta a lungo un lascito muto a causa della mancanza di metro di valutazione per gli alpinisti di allora», vincolati alla velocità quale valore assoluto. Casarotto è riuscito a generare stupore e meraviglia, il suo alpinismo è «una scatola magica verso una doppia dimensione, il paesaggio ambientale e il paesaggio interno, la dimensione personale dell’uomo». Secondo Mantovani l’aspetto “visibile” dello stile Casarotto è quello prettamente tecnico, il superamento di difficoltà, l’isolamento, le condizioni meteo. C’è poi la parte più “sottile” e nascosta della sua esperienza in montagna. «Ha voluto mettere se stesso in condizioni tali da poter avvicinare il vero limite, quel limite che mette ogni aspetto della persona in gioco. La capacità di superare la paura e l’insicurezza, di trovare nella volontà quella spinta necessaria per salire sempre più su».

Non ci sono dubbi. Casarotto ha contribuito a ridimensionare i canoni dell’alpinismo del suo tempo, offrendo un’interpretazione personale, senz’altro moderna dell’alpinismo. Probabilmente ora e adesso è il momento di riconoscere la sua eredità, magari ripetendone le vie, o comunque ascoltando le testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino, accompagnandolo in parete o nella vita.