di Fabrizio Goria

Io lo sapevo che sarebbe stato difficile. Ho bisogno di una cosa per vivere bene: la verticalità. E la città in cui ci stiamo trasferendo non solo non ha la verticalità orografica, ma nemmeno quella antropica. Colpa di una legge del 1910 che prevede che nessun edificio sia alto più di 6,1 metri rispetto alla strada adiacente. E io, abituato a panorami montani, o al massimo a grattaceli in grado di compensare malamente la mia passione per le vette? Come avrei potuto vivere a Washington, DC? La risposta è stata immediata: scoprendola.

In genere un soggetto di sesso maschile, intorno ai trent’anni, decide di mettere su famiglia, di pianificare il futuro, di trovare certezze. Ed è quello che ho fatto anche io. Però ricominciando da capo. A Washington, DC (e sottolineo DC, poi capirete perché). Tutta è colpa di mia moglie. Lei è un’economista, io un giornalista finanziario. Lei è più dotata di me nello studio ed è stata presa per un dottorato a SAIS Johns Hopkins, a DC. Non c’è stato momento d’esitazione per me. La decisione era già presa. Partiamo. Lasciamo l’Europa. Poi mi sono fermato un istante e ho pensato “E come faccio con le montagne, le arrampicate, la verticalità?”. Per un torinese di nascita come me, è impossibile pensare a un panorama senza massicci montuosi. Non a caso mi sono sposato una trentina. Perfino a Roma, dove ho vissuto per anni, cercavo con lo sguardo i Castelli. E apprezzavo le poche giornate limpide di Milano, l’ultima mia città italiana, solo perché laggiù, in lontananza, si riusciva a scorgere il Monte Rosa. Poi ho pensato al Denali, la maggior vetta del continente nordamericano, e ho calcolato come spedire la mia attrezzatura alpinistica. Il più era fatto. E così, si parte.

Ammetto che non ho effettuato il classico viaggio da un lato all’altro dell’Atlantico. Ho voluto effettuare uno stopover in Islanda, a Reykjavik, per prepararmi mentalmente a DC, città torrida d’estate e severa d’inverno. Ero da solo, era fine settembre e faceva già freddo nella capitale islandese. Silvia era arrivata a Washington un mese prima – io dovevo terminare un corso di alpinismo con la Scuola Graffer a Trento – e continuava a inondarmi di foto di una città colorata, variegata, vivace, eccentrica. “Strano, deve essere cambiata assai negli ultimi anni”, ho pensato mentre sorseggiavo una birra in un baretto in una Reykjavik battuta dal vento artico. E mi domandavo come avrei potuto far convivere la mia passione più grande, cioè arrampicata e alpinismo, con una città costruita su una palude come Washington. Poco male, al massimo in quattro o cinque ore d’aereo ci sono le Rockies.

L’arrivo a Dulles era stato come lo immaginavo: ero stravolto. Il jet lag, unito ai 20 gradi di differenza con l’Islanda, mi ha messo ko. Ma vedere mia moglie di nuovo ha fatto dimenticare tutta la stanchezza. Rammento ancora il primo giro per DC. Da Columbia Heights, dove abitiamo, lungo la 14esima NW, una lunga lingua d’asfalto che viaggia fino a Logan Circle, uno dei quartieri storicamente più signorili. Non posh come Georgetown, ma composto da residenti che in Italia definiremmo come borghesi.

Le tipiche case di DC

Le tipiche case di DC

La 14esima NW è uno dei miracoli della nuova DC, mi dicono tutti gli amici che ci hanno accolto nella capitale americana. Fino a una decina di anni fa era impossibile pensare di metter piede laggiù. Droga, sparatorie, brutti ceffi, vecchi capannoni e una nemmeno troppo nascosta sensazione di disagio diffuso. Gli amici che vivono già da anni a Washington mi raccontano quanto sia mutata la città negli ultimi 20 anni. Dove c’era la violenza, si è agito gentrificando in modo coscienzioso i quartieri. Si sono creati comitati spontanei di cittadini che, esasperati da quel mondo senza futuro per i propri figli che era la DC degli anni Novanta, hanno deciso di creare nuove opportunità. Hanno protestato, hanno marciato, e l’amministrazione cittadina non si è tirata indietro. Ha promesso un’inversione di rotta e nel corso di una decina di anni ha modificato integralmente la fisionomia di intere parti della città. Acciaio, vetro, cemento, ma anche pannelli solari e fonti sostenibili di energia: è stata messa in cantiere una delle più immense operazioni di riqualificazione urbana che l’America ricordi.

È stata questa la prima impressione che ho avuto mettendo un piede davanti l’altro alla scoperta di DC. I buildings di Washington sono nuovi, innovativi e sostenibili. L’abitazione non è solo più un luogo dove riposarsi, ma anche da vivere. Un concetto che il tipico Washingtonian non aveva mai sperimentato prima. Ora il centro, a differenza di Baltimora, è vivo e muta. Non esiste un vero e proprio centro. Dipende dal giorno della settimana e dalla rete sociale in cui sei inserito. Mi ci è voluto poco per capire cosa significa. I funzionari di Fondo monetario internazionale (Fmi), World Bank, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve per esempio, vivono la loro DC fra Foggy Bottom e Dupont Circle, laddove il Potomac si avvicina sempre più e non ci sono le alture. È facile, in questa zona, sentirsi immersi in una sorta di film anni 70: i grandi building vetrati, i bar scintillanti, i parcheggiatori fuori dai ristoranti. Tutto rimanda a una sensazione di potere, per chi è in questa zona. E soprattutto, cosa che stupisce sempre un europeo, le abitazioni sono rare. Uffici, bar, ristoranti, hotel. Punto. Alienante, ma affascinante.

La cultura hipster (così come quella yuccie) invece si muove intorno a Logan, a Shaw e la parte alta di Capitol Hill. I locali sono minuscoli, molto spesso senza alcuna insegna e per trovare l’ingresso devi fare affidamento o a un autoctono o all’intuito. Nemmeno Google può dare una mano. Però, come quando Alice entra nella tana del Bianconiglio, una volta che si varca l’ingresso di uno di questi locali, che sia un bar o un ristorante, è inutile non restare affascinati dall’informalità generale. E questa è una costante che ha fatto la fortuna sia degli USA sia di DC. Fermiamoci a pensare a come gestire l’arrivo in una città che non si conosce se non marginalmente. Ci sono due possibilità: o la scopri piano piano, in modo timoroso, o ti fiondi nella nuova realtà in maniera violenta.

Uno dei frequenti tramonti di DC

Uno dei frequenti tramonti di DC

Io ho preferito questo secondo approccio. Ma anche e soprattutto perché la città stessa me lo ha permesso. È una città “aperta”. Non è come Parigi, dove la segmentazione è continua. Dal frazionamento fra classi sociali e professionali al Peripherique che si erge come una muraglia – economica, sociale, fisica – tra la Parigi che tutti conosciamo e le banlieu. Chi nasce fuori dal Peripherique dovrà lottare con tutte le sue forze per prendere con successo l’ascensore sociale. O pensiamo a Torino. Analogo discorso, solo che il muro tipico è quello dato dai torinesi stessi, quei pochi rimasti, che vivono ancora come se i Savoia fossero al potere. No. Washington non è così. Le barriere fisiche tra quartieri sono state abbattute insieme a quelle sociali. Il tutto in virtù di un visione di lungo termine, avviata alla fine del secolo scorso, che è stata mantenuta dagli amministratori locali. Il bene comune, in pratica, è stato messo in cima dell’agenda. E se per farlo bisognava investire miliardi di dollari nella creazione di spazi comuni, parchi, nuovi edifici scolastici, poco male. Il bilancio di questi investimenti si sarebbe osservato negli anni a venire. Così è stato.

Non importa chi sei, come sei vestito. Importa ciò che sai fare. Tanto è pettinata New York, quanto è informale Washington, nonostante la presenza dell’establishment politico. Non era così, come mi sottolineano gli amici. Le agenzie governative, così come le istituzioni internazionali e i think tank, esigevano un certo modus operandi e un dato modus vivendi. Insomma, era come una prigione dorata. Ora, complice il rinnovo di DC, una volta smesso quello che per molti è considerato “l’abito da lavoro”, ovvero il formal dress, ci sono alcune regole. Lo zaino è d’obbligo. Se non ne hai uno, sei uno sfigato. Idem la classica hoodie, la felpa col cappuccio. Stesso dicasi per la bici. Tutti si muovono in bici. Un po’ perché la metro funziona male, un po’ perché fa bene. Infatti, lo ammetto: il primo acquisto qui a DC è stata una mountain bike. Il secondo? Uno zaino. Sì, perché dentro c’è la vita di ogni Washingtonian. Del resto, imbrago e scarpette già c’erano.

E molti, da mio padre ai colleghi, mi chiedono: come si lavora a DC? Ecco, qui bisogna aprire un capitolo a parte. Qui tutti gli eventi dei think tank più grandi al mondo sono liberi, ci si può registrare senza problemi. Pensare la stessa cosa in Italia è impossibile. Il dress code non è un vincolo. È normale girare senza giacca, ma solo con la camicia (che loro considerano elegante, altrimenti t-shirt o polo). E il lavoro d’ufficio? La postazione al National Press Club c’è, ma la utilizzo poco, pochissimo. Perché chiudersi in un ambiente certo stimolante ma allo stesso tempo limitante? Meglio, quando possibile, armarsi di bici e zaino e gironzolare per i coffee shop della città. Viverla, in pratica. Del resto, da anni sono le stesse società che invogliano, specie per i lavori più creativi, a non stare chiusi nelle mura dell’ufficio. La flessibilità si applica, ormai, a qualunque settore. E c’è da dire che il rinascimento di DC ha agevolato questo mutamento. Le connessioni internet sono veloci, libere e diffuse capillarmente. E come mi ha sottolineato un collega del Washington Post incontrato non appena arrivato a Washington, “Go outside!”. Detto, fatto.

Rock Creek Park in versione autunnale

Rock Creek Park in versione autunnale

Già, ma la verticalità? Dove sono i monti che sempre hanno accompagnato il mio risveglio? Lo ammetto: la prima cosa che ho messo in valigia (o meglio, zaino, quello da alpinismo, però) non è stato il solito gessato. No, è stato il mio imbrago da arrampicata. Poi, dato che era rimasto un poco di spazio, ci ho fatto stare anche un paio di blazer. Poi ho cercato la palestra di roccia indoor più vicina. E il caso vuole che a poche miglia di distanza da DC ci sia una delle più grandi degli USA. Aggiudicato, mi sono detto. Ok, non ci saranno vette oltre i 2.038 metri (il Monte Mitchell in North Carolina), ma ci sono pur sempre le Rockies da visitare d’estate. Insomma, un ottimo compromesso. Certo, io continuo a puntare al trasferimento nella Washington che più apprezzo, lo Stato, con quella magnifica vetta che è il Mount Rainier. Per ora va bene anche DC. Anche perché, se è vero che la verticalità bisogna semplicemente cercarla, dato che pare invisibile agli occhi distratti dei funzionari governativi, è altrettanto vero che la wilderness, un concetto su cui torneremo e torneremo e torneremo, si può trovare a dieci minuti da casa. Dove? A Rock Creek Park, il parco più grande di Washington, gestito dal National Park Service. Cervi, lepri, serpenti, tassi, picchi e rapaci di ogni tipo sono presenti in grande quantità. E per trovare pace dal rumore assordante delle sirene che invade DC è possibile camminare dentro Rock Creek Park. È questo, adattato a un’area metropolitana, il concetto di wilderness che gli americani ricercano e proteggono gelosamente.

A ogni modo, la scoperta della verticalità urbana che può offrire DC è stata la più grande sorpresa. Ci sono falesie come Carderock o Seneca o Great Falls a distanza accettabile, entro un’ora e mezza di automobile, ma soprattutto è la scena indoor che è incredibile. A farla da padrona è Earth Treks, società fondata nel 1997 dalla guida dell’American mountain guides association (Amga) Chris Warner. Le sue sedi sono presenti in tre Stati: Colorado (Golden), Maryland (Columbia, Rockville, Timonium) e Virginia (Crystal City). Quest’ultima è la più grande palestra indoor di arrampicata della East Coast, con oltre 4200 metri quadrati disponibili. Infatti, la mia cordata di riferimento, composta da Massimo, Antonio, Paolo e il sottoscritto, appena ha un momento libero cerca di fiondarsi a Crystal City. I gradi? Dal 5.4 (5b) al 5.14 (8c), per tutte le capacità. Anche perché ormai l’arrampicata sportiva è diventata così popolare che è quasi impossibile, almeno a DC, non conoscere qualcuno che almeno una volta nella vita non ha indossato un imbrago. Si inizia sulla plastica, si continua sulla roccia, quella vera, sognando Joshua Tree o Yosemite. Del resto falesie interessanti, come abbiamo letto, non sono distanti. E la sezione locale dell’American Alpine Club (AAC), guidata da David Giacomin, è piena di iniziative per aumentare da un lato la consapevolezza dei rischi dell’arrampicata, dall’altro la socializzazione.

Earth Treks, Crystal City

Earth Treks, Crystal City

Oggi la capitale non è più la città con più sparatorie d’America. Oggi è tanto vibrante quanto rilassata. Washington è come una spugna trasformista. Assorbe le culture e le rimodella. E così si possono trovare i quartieri di Shaw e Adams Morgan con un florilegio di locali ora messicani ora portoricani ora coreani ora canadesi ora etiopi che in confronto Porta Venezia a Milano, per fare un esempio noto ai più, è nulla. In pratica, è come se l’Expo 2015 si fosse trasferito in questo lembo di terra fra l’austero e preppy New England e il sanguigno e sleazy South East. Solo che a differenza di Expo, qui il melting pot si vive tutti i giorni. E con esso, si vive anche la verticalità che tanto pensavo mi mancasse quando abbiamo deciso di trasferirci a Washington. Non ci saranno le Alpi a fare da contorno al mio risveglio, ma lamentarsi non è proprio possibile.