Nepal, tra i terremotati dell’Helambu

testo e foto di Davide Torri (ricercatore presso il Cluster of Excellence Asia-Europe in a Global Context, Karl Kaspers Centre for Advanced Transcultural Studies dell’Università di Heidelberg. Già docente di Antropologia delle Religioni, Introduzione all’Induismo e Religioni Indigene all’Università di Chester (UK). Svolge da anni ricerca in Nepal, dove attualmente si occupa di interazione tra Buddhismo e sciamanismo in Helambu.

Il pesante automezzo arranca per una mezza giornata buona prima di arrivare a Melamchiphul, dove si incontrano i torrenti Yolmo e Indrawati. È questa la porta che immette nella valle di Helambu. Da qui, la strada comincia a salire seguendo lo Yolmo Khola, e va stringendosi progressivamente. Prima del terremoto era percorribile almeno fino a Timbu in questa stagione, ma oggi ci toccherà scendere prima. L´autobus arriva fino a Kiul, poi la strada si interrompe: poco avanti si intravedono i fianchi scoscesi delle montagne sfregiati dalle frane, e dove una volta c´era il ponte rimane solo il fiume in piena, gonfio per le piogge monsoniche appena terminate.

Villaggio di Sermathang, di Davide Torri

Ricordiamo tutti il terremoto che nell´aprile del 2015 ha imposto un pesante tributo al Nepal, devastando la valle di Kathmandu ed altre zone del Paese himalayano. All’epoca, mentre gran parte dei media concentrava la sua attenzione sulla capitale, una porzione considerevole del Paese restava in ombra, lontana dai riflettori: le zone rurali, le colline (come qui chiamano le montagne sotto i quattromila metri), con i loro già fragili ecosistemi minacciati dal cambiamento climatico, con la loro ricchezza culturale in bilico tra le asperità della vita contadina e le promesse, spesso illusorie, di una rapida transizione verso un futuro di agiatezza economica a valle. Tra le mille valli di questo paese, una mi è particolarmente cara: la valle di Helambu, a mezza strada tra la distesa di Kathmandu e le cime innevate del Langtang, oltre le quali si trova l´altopiano tibetano.

Da oltre dieci anni svolgo le mie ricerche in questi luoghi, andando di villaggio in villaggio per raccogliere le storie delle persone e cogliere i segni del cambiamento, confrontando miti e leggende con documenti e testi, assistendo ai rituali del Buddhismo che qui costituisce la principale espressione religiosa, e le sue contaminazioni con un substrato di credenze parallele o addirittura anteriori che ancora resiste nelle credenze e nelle pratiche popolari.

Un aneddoto vuole che il nome Helambu sia derivato dalle locali parole che indicano due tra i principali prodotti che la terra qui offre ai suoi abitanti, le rape e le patate, la cui coltivazione assieme ad altri vegetali ed all´allevamento degli zomo (un bovino derivato dall´incrocio tra uno yak e una mucca) costituisce una delle principali attività economiche degli Hyolmo che hanno resistito alla tentazione di emigrare in città, e ancora risiedono nei vari villaggi di quello che per loro è un territorio sacro. Vogliono le leggende, infatti, che qui si trovi uno dei luoghi di meditazione di quel Padmasambhava, “Nato dal Fiore di Loto”, chiamato anche Guru Rinpoche, ovvero il “prezioso maestro”, considerato uno dei principali artefici della diffusione del Buddhismo in Tibet, nel corso dell´VIII secolo. Diversi luoghi lungo l´intera catena himalayana sono associati alla vita e alle imprese di questo personaggio, secondo la leggenda dotato di mistici e miracolosi poteri, e non manca quasi valle o vetta che non sia stata teatro delle sue gesta. Tra questi luoghi, tuttavia, alcuni sono considerati particolarmente speciali. Ad esempio, certe valli furono benedette dal “prezioso maestro” per fungere da rifugio spirituale in tempi di necessità, valli nascoste – secondo la tradizione – da sacre montagne e foreste incantate, ricche di erbe balsamiche ed acque medicamentose, di nascondigli, di reliquie.

Statua Padmasambhava, foto di Davide Torrie di luoghi magici dai prodigiosi poteri.

Kiul è solamente una manciata di case in cemento – oggi pericolosamente ricche di crepe sinistre – poste ai bordi dell´unica strada. Da un lato il fiume. Dall´altro la salita verso il crinale boscoso che nasconde alla nostra vista il villaggio di Sermathang. Tra noi e la meta, il sentiero serpeggia tra terrazzamenti coltivati e piccole case. Io e Sangye, guida e amico fidato da una vita, ci concediamo un piatto di riso e una tazza di kalo chya, thè nero, prima di cominciare la salita. Anche stavolta sono qui per conto dell´Università di Heidelberg, ma non solo per fare ricerca: l´Istituto di Studi Asiatici (SAI) ha legami importanti con il Nepal, e da subito si è attivata una raccolta fondi da destinare a varie iniziative a supporto della popolazione e del suo patrimonio storico artistico (SAI HELP NEPAL). Sono qui per un sopralluogo, e per stilare un rapporto sulla situazione in Sindhupalchok ed in Helambu in particolare.

Salendo da Kiul verso il villaggio di Sermathang, la vista del panorama alle nostre spalle aiuta a dimenticare per un attimo il sisma: la pianura è larga, i raccolti sembrano abbondanti e brillano per un attimo di un verde acceso nella luce abbagliante del sole. Ma basterà poi salire fino al santuario di Padmasambhava, seminascosto dalle nuvole gonfie di pioggia, per rammentarci che c´è ancora molto da ricostruire prima che a questa gloriosa valle sia restituito tutto quello che il terremoto le ha tolto. Lungo il sentiero, si intravedono le prime strutture in rovina, cumuli di macerie che già la vegetazione comincia a reclamare. Ci fermiamo a dormire in una modestissima casa di fortuna costruita con delle lamiere. Qui vive l´unico dottore della valle, che ci accoglie sorridendo mentre sta lavando dei funghi selvatici appena raccolti e che costituiranno il piatto principale della cena. Pur vicino alla settantina, va girando di villaggio in villaggio con uno zainetto pieno di medicinali, antibiotici, disinfettanti, per elargire un minimo di sostegno sanitario agli abitanti dei villaggi vicini. I suoi racconti mi tengono sveglio fino a notte fonda, mentre tutto intorno scende il silenzio, poi cedo alla stanchezza e mi distendo su una stuoia, ben avvolto nel mio sacco a pelo, mentre Sangye ed il dottore continuano a parlare tra loro.

La prima impressione richiama quella di una zona di guerra, forse non a caso. In mezzo a tanta distruzione mi balza subito agli occhi un dettaglio. Tra i cumuli di detriti, vestiti abbandonati, quaderni stracciati ed altri averi personali, spicca un libro di testo aperto su una carta geografica dell´Iraq. Fondata alla fine degli anni Ottanta, la Yangrima School aveva iniziato con due docenti e trentotto alunni. Ultimamente conta oltre duecento alunni e costituisce un importante polo educativo per ragazze e ragazzi fino ai quindici anni di età. Assieme alle scuole degli altri villaggi, a Melemchi o a Tarkeghyang, costituisce un punto fermo per la sopravvivenza del tessuto sociale locale. Senza scuole, e senza il consueto vociare degli scolari che affollano i sentieri per andare e tornare dalle lezioni, la valle appare più deserta di quel che è. Sono passati mesi dal sisma, ma per via del monsone le attività di ricostruzione non sono ancora cominciate. La gente ha a malapena avuto il tempo di costruire delle baracche di fortuna prima che cominciasse la stagione delle piogge, durante la quale, anche in condizioni normali, si susseguono frane e smottamenti, ed i sentieri si trasformano in torrenti impetuosi ed i torrenti impetuosi in fiumi in piena.

A sera arriviamo al villaggio di Bremang. Sangye mi indica sconsolato i resti della sua casa, mi mostra le altre case danneggiate, mi racconta le storie di chi è scampato per un soffio alla morte e di chi invece non ce l´ha fatta. Ci accoglie l´amico Pema. Nella sua casa di fortuna ci sistemiamo, dividendo lo spazio esiguo con la sua famiglia. L´unico locale funge anche da piccolo negozio, in cui si possono trovare generi di prima necessità, anche se ovviamente in quantità limitate. Di fronte ad una zuppa fumante e ad un goccio di liquore locale anche gli animi si sollevano, giungono altri amici, si chiacchera un poco e Sangye espone il suo progetto. Ha lavorato per anni come guida nel mondo del trekking, è un professionista serio e benvoluto da molti. Per una serie di circostanze inaspettate ed imprevedibili, ha stretto un legame particolare con gli escursionisti e gli alpinisti italiani. Ha persino a più riprese lavorato in una malga in Trentino. Nel suo appartamento a

Kathmandu conserva ancora incorniciato un ritaglio di giornale che mi mostra sempre con orgoglio, la pagina di un quotidiano locale della Val di Fiemme in cui campeggia una sua foto. Da tempo si è creato un gruppo di affezionatissimi amici, che non solo visitano di frequente la valle di Helambu in maniera sostenibile, ma che sono anche pronti a dare manforte per ricostruire dopo il disastro, tramite l´associazione Helambu Arcobaleno.

Potrebbe sembrare puro e semplice campanilismo, ma in Nepal al momento questi sono argomenti molto delicati. In un paese che vanta una grandissima varietà di culture, lingue, religioni, la caduta della Monarchia avvenuta nel 2008 si è accompagnata anche alla fine dell´Induismo come religione di stato, e la neonata repubblica del Nepal si è riscoperta teatro di innumerevoli movimenti tesi a rivendicare l´esistenza di innumerevoli identità locali. Per quanto colorato, pittoresco e folcloristico possa sembrare, questo revival delle minoranze etniche non è privo di ricadute politiche a volte anche violente. L´appartenenza ad una comunità piuttosto che ad un’altra è rivendicata con orgoglio, ed il nesso con un preciso territorio appare imprescindibile. Per gli Hyolmo, questa è la valle la cui foggia ricorda un loto ad otto petali, descritta da innumerevoli testi sacri, protetta da una prodigiosa catena di montagne. Al centro, la montagna Ama Yangri, “Madre Yangri”, è considerata anche la divinità protettrice della zona ed in suo onore vengono condotti dai lama diversi rituali.

Nei giorni seguenti visitiamo altri villaggi, raccogliamo altre drammatiche storie relative al sisma e alle sue conseguenze, ma assistiamo anche ad episodi di rinascita, di tenaci sfide, di solidarietà. Io a volte devo sembrare un poco scettico. Dico a Sangye che oramai la gente preferisce scendere a valle, i giovani vogliono emigrare all´estero per cercare lavoro. Ho assistito altre volte al declino delle realtà rurali e montane, anche in Italia. So che per rinascere occorrono tempo e pazienza. «Ce li abbiamo, tempo e pazienza, ce li abbiamo», mi dice Sangye. Poi mi strizza l´occhio e aggiunge «Servono anche un po’ di soldi, però, sai?».

Il terremoto del 2015, con le sue circa 9000 vittime accertate, le decine di migliaia di feriti ed i milioni di senza casa, ha messo in ginocchio la già fragile economia del Nepal che, lo ricordiamo, continua ad essere uno dei paesi più poveri dell´Asia. Come spesso accade, l´emergenza ha contribuito ad aggravare anche diversi altri problemi: speculazioni economiche e corruzione, traffico di esseri umani, mercato nero, carenza di infrastrutture sono solo alcuni dei problemi cronici di questo paese, ancora politicamente molto instabile per effetto della guerra civile combattutasi tra il 1996 ed il 2006. A due anni dal sisma, molto resta ancora da fare nei distretti di Sindhupalchok e Baruwa, dove si trovano la valle di Helambu ed il parco nazionale del Langtang. Basti pensare che in questa zona circa il 90% degli edifici venne distrutto. In alcuni casi, come in Langtang, interi villaggi vennero spazzati via da poderose frane che in un solo istante cancellarono per sempre centinaia di persone, le loro case, gli animali. Nell´ultimo anno, gli sforzi per ricostruire e riportare alla vita queste valli si sono intensificati: diverse case sono state ricostruite e molte altre opere sono state avviate, ma la strada da fare è ancora molta, e tutta in salita.

Esistono molte organizzazioni internazionali che si occupano di Nepal, non solo in relazione al terremoto. Una tra tutte è la Fondazione Senza Frontiere Onlus, legata all’alpinista Fausto De Stefani che tramite il progetto Rarahil Memorial School ha sostenuto e continua a sostenere il popolo nepalese, promuovendo progetti di grande spessore e valore umano. Un’altra organizzazione di sostegno alle popolazioni nepalesi che vi segnaliamo è Help, capofila di numerosi progetti di assistenza e affiancamento.

By | 2017-02-04T11:36:28+00:00 4 febbraio, 2017|

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