Nota della redazione: ci piace pensare che ciascuno di noi, lettori, alpinisti o semplici persone, disponga di un proprio talento, della capacità di fare qualcosa ad alto livello in modo naturale. Sì, è senz’altro così, solo che non sempre capita l’occasione di capire in cosa siamo davvero bravi, di scoprire dove è nascosta la “scatolina” in cui è custodito quel segreto peculiare. Talvolta la “rivelazione” avviene per caso, magri per scommessa o in risposta ad una provocazione. Non è forse per merito di qualche bullo che tentava di rubargli la bicicletta, sulle strade di Louisville, che un certo Cassius Marcellus Clay scoprì di essere portato per la boxe? Passando alla storia come Muhammad Ali? Cercando un po’ in giro si possono trovare diverse storie simili, di donne e uomini che quasi per caso, o per destino sono riusciti a trovare la propria strada, unendo abilità innata e passione. Ciò non implica per forza il successo, o la vittoria di qualche titolo, ma più semplicemente permette di completare se stessi trovando la strada giusta. Questo vale – ne siamo convinti – per il nostro ospite di oggi, Pierangelo Verri. Non c’è spazio e tempo per elencare ora il curriculum del “Pier”, segnato da diverse aperture di difficili vie nuove, solitarie, prime ripetizioni invernali, prime libere di itinerari storici in artificiale, soprattutto in Dolomiti. Quanto ci interessa è lo stile scelto sin dal principio, e adottato in oltre trent’anni di attività: estremamente rigoroso e onesto, segnato da eleganza innata, dal trasferimento in parete di un equilibrio tutto suo, basato sulla giusta dose di forza e leggerezza. Capita spesso di vederlo salire qualche linea sulle Placche Alte, a Schievenin, con la disinvoltura di chi naviga sul 6a… salvo poi incazzarsi (noi spettatori), leggendo alla base della via nomi come “Astro nascente”, “Schievefest”, “Locker room” tutte tra il 7b e il 7c, dove “chi ne ha” impreca non poco ad arrivare in catena. Ebbene Schievenin, questa valle così bella e affascinante a Quero (BL), sfuggita qualche anno fa al progetto di essere trasformata in una cava, dove generazioni di arrampicatori hanno trovato sole e ombra a sufficienza per temprare gli avambracci in vista di qualche avventura dolomitica. È qui che il giovane Verri ha scoperto la propria scatolina, quasi per caso, sopravvivendo – è proprio il caso di dirlo – alla prima avventura organizzata dall’amico Renato. Abbiamo chiesto al Pier di raccontarci un po’ di se stesso, e con piacere ospitiamo un suo scritto nel quale ritorna al giorno in cui scoprì la Valle, la roccia e quel talento che ancora oggi lo relega alla stretta cerchia dei più prolifici “dolomitisti” di sempre…

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testo e foto di Pierangelo Verri

La prima volta che arrampicai fu nella Valle di Schievenin, un pomeriggio di un giorno d’estate di 33 anni fa.  Me ne stavo seduto a pancia all’aria sul terrazzo di casa in preda a mille pensieri, quando Renato, un amico d’infanzia purtroppo recentemente scomparso, mi raggiunse in preda ad uno stato di euforia e mi propose come nuova esperienza il «free climbing». Era un periodo nero per me, mi trovavo in quella situazione in cui un ragazzo monellaccio, poco più che ventenne, deve abbandonare il fresco e avventuroso periodo adolescenziale per passare ad una maturità pianificata, in cui ognuno deve mettere la testa a posto e stare con i piedi per terra. La proposta dell’amico arrivò in quel momento come un fulmine a ciel sereno: dovevo togliermi da quello stato d’apatia e fuggire dall’ordinario, cercando con qualche nuova bravata di rimanere attaccato alle fantasticherie. Renato, premetto, non era un esperto in materia. Aveva fatto sì e no un paio di uscite durante il servizio militare, quindi fu lecito chiedergli, prima di farmi incastrare dalle sue abituali scorribande alla ricerca di nuove emozioni, con quale attrezzatura avesse inteso iniziarmi a questa nuova pratica. La sua risposta fu lapidaria, «conosco l’itinerario, per gente tosta come noi non serve nessun gingillo».

Il torrente Tegorzo solca la valle di Schievenin. Foto Pierangelo Verri

La Valle di Schievenin distava una quindicina di chilometri dalle nostre abitazioni, ma non la conoscevo per niente. C’ero capitato qualche volta d’estate, in groppa alla vespetta, per tormentare qualche giovane villeggiante. Ricordavo il paesello, ma non mi ero mai addentrato oltre, là dove la valle si restringe chiusa e soffocata da una miriade di salti rocciosi. Rimasi subito rapito dal torrente Tegorzo che scendeva saltellando di masso in masso. La valle si addentrava in un susseguirsi di costoloni ripidi e selvaggi oltre i quali, in qualche radura si intravvedevano delle casette isolate. Attorno la vegetazione era fitta e verdeggiante, di un colore brillante come mi è capitato poche volte di vedere nel pieno della stagione estiva, merito forse dell’aria fresca e frizzante. Ai lati della stretta stradina si innalzavano pareti rocciose, che mi parvero di bel aspetto, ma al pensiero di scalarle inverosimilmente enormi e strapiombanti.

Ero raggiante, ridestato da tanta bellezza e da quell’ambiente selvaggio e solitario che a due passi da casa avevo per la prima volta scoperto. Cercai in quel momento di disilludere il mio amico dall’idea di arrampicare, forse era meglio distendersi in un prato e godere di questo paradiso. Ma lui, con tono sarcastico e ridendo delle mie paure, mi provocò a tal punto che imprecai, affermando che ero proprio curioso di vedere dove sarebbe salito. Mi portò sotto la Roccia della Scuola, una parete di 20 metri leggermente appoggiata. Non ero per niente convinto, ma il mio compagno continuando a ridere di me, si tolse la maglietta se la infilò di lato ai pantaloncini e senza esitazioni si avviò. Si alzò raspando un po’ qua un po’ là, fin sotto ad un anello cementato dove la roccia era veramente povera di appigli. Lo vidi esitare, alzarsi, abbassarsi, tentennare, fino a cambiare l’espressione del viso che, dalla sicurezza di un veterano si trasformò nel volto di un cane bastonato. Si ricordò di colpo che era la terza volta che arrampicava e soprattutto che sopra non c’era più una corda che lo tirava. Fu un attimo di panico. Ma subito con mia sorpresa, prese la maglietta infilata nei pantaloni si allungò in precario equilibrio  e la infilò nell’anello, vi si appese con le mani e con due raspate si trascinò sopra, dove la roccia era più articolata. Raggiunto un terrazzino volse lo sguardo nuovamente assatanato e mi ordinò di salire. Era l’inizio di un’avventura destinata ad entrare nella mia vita, e sebbene in modo diverso, arrivando fino ad oggi.

Con il cuore in gola scrutai il cielo terso, cercai nel suo blu un respiro profondo, come se gonfiandomi a palloncino fossi stato più leggero. Cercai con la punta delle “Superga” di sentire ogni appoggio, con le mani di stringere bene ogni presa e poi con alcuni movimenti un po’ esasperati raggiunsi la maglietta. Mi ci appesi con tutta la forza e puntando i piedi in aderenza forzai il passaggio. Ero stupefatto, non era poi così difficile! Raggiunsi il capocordata, che mi aspettava con un sorriso beffardo, rimproverandomi di non avergli dato fiducia. Riprendemmo la scalata: lui davanti, io qualche metro dietro, come da manuale. Fu più facile del previsto, dopo aver aggirato un ultimo salto verticale raggiungemmo l’ampio terrazzo sulla cima, ero felice, sopra di me addossati ai pendii si adagiavano erte pareti che all’improvviso acquistarono la magia di una fiaba. Come castelli inespugnabili dispersi in un mondo selvaggio se ne stavano lì, protetti dalle immense mura, pronti ad essere conquistati da qualche cavaliere solitario… Mi ridestai dal fantasticare e al pensiero della discesa un brivido mi percorse la schiena. Come scendere da quella torre che sprofondava da ogni lato? Fortunatamente c’era Renato: «Per trovare il sentiero bisogna andare avanti, su alzati, muoviti!».

Sulle crode di Schievenin, foto Pierangelo Verri

Dovevo rassegnarmi a dar più fiducia al mio amico una volta per tutte… Superammo un breve salto di roccia con una facilità incredibile; eravamo davvero diventati bravi. Proseguimmo lungo una facile cresta erbosa fin sotto ad un bastione squadrato, di roccia grigia e compatta, chiamato appunto il Cubo. Superammo il primo salto per un breve camino, quindi attaccammo la verticale muraglia lungo una stretta spaccatura sulla destra della parete. La roccia era sicura, ma sulla destra il vuoto sprofondava giù fino alla strada che ora appariva davvero piccola tanto che mi obbligai a guardare solo verso il fondo schiena del mio matto compagno e a concentrarmi solo sui movimenti. Fu dura, vista la nostra capacità tecnica dell’epoca. Rischiammo veramente la pelle. A dirla così sembra una sciocchezza, ma in quel tratto avevamo fatto già del buon V grado e ci aspettava sopra anche un passaggio di V+. Infatti raggiunta la cima del torrione, sul più bello che me ne stavo rilassato e voglioso di andare giù con i piedi per terra a ricordare l’avventura, vidi il mio compagno che, ahimè, se ne stava in piedi, saltellando come un cavallo in calore. I suoi occhi erano lucidi e sogghignando indicava con la mano un’enorme torre cinquanta metri sopra di noi. Non so perché, ma mi ritrovai alla base del Torrione del Bagalif a guardare il mio amico indaffarato a forzare la partenza su uno strapiombo davvero impossibile. Il mio sbaglio fu di richiamarlo, facendogli notare un chiodo infisso al termine di una fessura gialla sulla destra della parete. Non l’avessi mai fatto! Saltò giù rischiando di capotarsi e nonostante le mi considerazioni da fifone, attaccò la fessura. «E vada anche per questa!». Al termine della fessura attraversammo a sinistra in direzione di un colatoio che incideva il centro della parete. Eravamo esperti ormai, e consideravamo che quella fosse la parte più addomesticabile. Un piede puntato a destra, uno a sinistra e con inaspettata eleganza salimmo il colatoio fin quando s’interruppe sotto ad una pancia liscia e compatta. Il tempo si fermò. Il mio compagno cominciò ad imprecare. Lo vidi spostarsi a destra, poi a sinistra e poi ritornare sui suoi passi. Aveva la schiena fradicia di sudore e le gambe tremavano con insistenza crescente. Gli indicai con calma di provare diritto. Lui però esitava, ed io non potevo far niente se non dimenticare il vuoto che avevo alle spalle. Anche le mie gambe erano stanche e la forza si stava esaurendo. Non saremmo più riusciti a tornare indietro, l’ultimo sforzo dovevamo farlo per uscire.

«Forza Renato, tirati su». C’eravamo cacciati davvero in un bel casino, in gergo “incrodati”. Fu un attimo di rabbia che lo spinse a riprovare quando ormai l’idea di una caduta pareva imminente. Con tutta la forza che gli rimaneva riuscì a tenere una piccola presa e con due movimenti funambolici a trascinarsi sulla cima. Per non farmi prendere ancora di più dalla paura partii subito. All’uscita dello strapiombo rischiai di sbilanciarmi, ma l’amico mi venne incontro, appeso ad un arbusto mi allungo una mano e mi tirò su. Giunto in cima imprecai, bestemmiai ed urlai verso di lui, ma dopo il momento di panico lo ringraziai ripetutamente.

Seduto sul pianoro il mio cuore sprizzava gioia ad ogni palpito, mentre la luce si era fatta obliqua e le ombre si allungavano facendo presagire il fresco della serata imminente. Quel momento magico mi donò un grande passione per l’avventura e mi fece capire che quel gioco rischioso mi avrebbe schiuso le porte di un mondo nuovo: l’arrampicata e l’alpinismo. Nonostante abbia iniziato ad arrampicare nei primi anni dell’avvento dell’arrampicata sportiva, la mia attività è sempre stata legata ad una sorta di alpinismo eroico, dove l’illusione di conquistare e scoprire ancora qualcosa, mi fa sentire vivo e vicino agli elementi della natura. Dopo quella prima esperienza, la valle di Schievenin divenne per me un punto di riferimento, un mondo da esplorare, una palestra,  un punto d’incontro, un luogo di pace, ma ancora di più: una seconda casa a cui ho dedicato e continuo a dedicare gran parte della mia vita.

Pareti esposte al sole per l’inverno. Più in basso nella valle l’ombra favorisce l’arrampicata estiva. Foto Pierangelo Verri

I bastioni rocciosi di Schievenin. Foto Pierangelo Verri