di Elisa D’Ippolito

L’idea di scalare una cima non solo può spingere a fare azioni all’apparenza sconsiderate agli occhi di chi non è malato di montagna. Ma può anche salvarti la vita. È questo il caso di Felice Benuzzi. E tutto parte dall’Africa più profonda. Tutto parte dal Kenya.

Il Monte Kenya è uno stratovulcano estinto ubicato nel Kenya centrale, ad appena 16,5 km a sud dell’equatore e 150 km a nord-est da Nairobi. Con i suoi 5.199 m di verticalità si posiziona al secondo posto nella lista delle montagne più alte del continente africano, preceduto soltanto dal vicino parente tanzaniano, il Kilimangiaro, di 696 metri più alto. È conosciuto anche come “Monte Struzzo”, per via dell’effetto delle nevi e dei ghiacci sulle macchie scure di basalto e kenyte che ricorda la livrea del più grande tra i pennuti viventi, e le antiche popolazioni che ne abitano le pendici credono che sia infestato da divinità e fantasmi.

Le prime testimonianze scritte relative al Monte Kenya vengono attribuite a Johann Ludwig Krapf, un tedesco stanziato in Africa in veste di missionario. Il religioso avvistò le cime innevate del Kenya in un mattino di dicembre del 1849 dalla finestra del suo alloggio a Kitui, un villaggio locato a 160 km dalle pendici del massiccio. Con la smania di conquista che contraddistingueva la sua epoca Krapf si affrettò a battezzare il monte con il nome che oggi conosciamo e a scrivere in Europa per attribuirsene la scoperta. Sfortunatamente per lui quel primo avvistamento si rivelò essere anche l’ultimo; la percorrenza di tragitti anche brevi in Africa, alla fine del’Ottocento, era un’impresa tutt’altro che semplice e per quanto negli anni successivi il missionario tentò più volte di avvicinarle, le rocce scure del monte non gli concessero mai un secondo sguardo. Con il tempo la mancanza di prove portò gli esperti Europei a cui Krapf si era rivolto a sollevare sospetti e a considerare la testimonianza del tedesco come una strampalata fantasia.

La conferma della reale esistenza del Kenya arrivò solo nel 1883 quando il geologo scozzese Joseph Thomson si ritrovò nelle vicinanze del lato occidentale del monte e decise di deviare la spedizione esplorativa di cui faceva parte per tentarne l’ascesa. Per quanto il tentativo ebbe scarso successo ( la truppa di Thompson rinunciò all’impresa a soli 1.737 metri) la buona fede di Krapf venne finalmente rivalutata, anche se, per quanto ci è dato sapere, il missionario, che ormai da due anni giaceva sotto un paio di metri di terra, non ebbe particolare modo di rallegrarsi per la notizia.

Da allora le spedizioni per raggiungere il tetto del monte furono svariate, ma l’intento fu realizzato, per lo meno nominalmente,  solo nel 1899 da parte di Halford John Mackinder, geografo e politico scozzese che pochi anni prima aveva contribuito alla fondazione della London School of Economics. La spedizione di Mackinder, organizzata con l’idea di dare una gloria in più all’Impero Britannico, venne condotta con uno stile che, più che di un impresa alpinistica, aveva le caratteristiche di un assalto militare in pieno assetto coloniale; il convoglio comprendeva un totale di centosettanta persone. Sette europei addetti alle mansioni strettamente scientifiche e 163 portatori e lavoratori indigeni invitati a risalire il massiccio a suon di frustate. La spedizione durò un totale di tre mesi, e contò un notevole numero di intoppi e drammi. Due portatori vennero condannati a morte per insubordinazione e la distrazione del capo spedizione diede origine ad un incendio che divampò per due giorni distruggendo chilometri e chilometri di vegetazione nella Hohnel Valley. Nonostante questo il 12 settembre del 1899 Mackinder, dopo una notte trascorsa sul gendarme e la traversata di due ghiacciai, raggiunse il picco più alto del monte e,  indifferente alle macchie di sangue e cenere che gli lordavano le mani e le vesti, si sedette per ammirare il panorama. Lo stesso giorno, in un gesto che potrebbe facilmente essere interpretato come uno sfregio, battezzò le quattro vette del monte con nomi di capi Masai: Batian, Lenana, Nelion e Sendeyo.

Successivamente alla dubbia impresa di Mackinder, nel corso dei primi decenni del 1900 fino alla Seconda Guerra Mondiale, le ascese al monte Kenya non furono numerosissime e, quasi sempre, condotte da coloni annoiati o missionari speranzosi di poter scorgere tra le nuvole la barba di Dio. A partire dagli anni Venti del Novecento furono aperte nuove vie dai villaggi di Chogoria e Nanyuki e nel 1929 Percy Wyn-Harris e Eric Shipton riuscirono nella prima ascesa del Nelion. Nel corso di quella risalita  Shipton sviluppò nei confronti della montagna un’affezione particolare, che lo porterà a tornarci più volte fino a completare nel 1930 l’attraversata di tutti e quattro i picchi in compagnia di Bill Tilman. Nei primi anni Trenta del secolo scorso la montagna fu scalata e mappata per la prima volta da Raymond Hook e Humphrey Slade. Nel 1938 si registrarono un consistente numero di ascese del Nelion tra le quali spicca quella di Miss C. Carrol e Mtu Muthara, la prima donna e il primo africano a realizzare l’impresa.   

Ormai ci siamo. Il destino millenario della montagna sta per incrociarsi con quello dell’uomo che ha attratto la mia attenzione. Gli avvenimenti riguardanti il Monte Kenya, finora, sono stati certo interessanti, spesso violenti e, il più delle volte caratterizzati da una vanità stile impero tutta coloniale, ma diciamolo, nessuno di questi mi avrebbe incuriosita al punto da spingermi a passare ore in linea alla ricerca di informazioni.

Prima di aprire il sipario sul cuore dell’articolo, però, dovrò chiedere ai lettori di avere un attimo di pazienza e accettare l’invito ad allontanarsi di qualche chilometro dal Monte Kenya per quella che, prometto, sarà una brevissima e necessaria digressione storica. 1939, in Europa esplode la Seconda guerra mondiale. Nel 1940 di fronte agli inaspettati successi militari della Germania nazista Benito Mussolini, che fino a quel momento si era comportato da sostenitore passivo dichiarando il Paese “potenza non belligerante”, si illuse che le fila della guerra fossero ormai state tirate a favore del Reich, e sperando di poter godere di immediati vantaggi territoriali dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Questo capolavoro di strategia bellica, che tanto ricorda le mosse incaute che vengono spesso attuate nel gioco del Risiko quando s’è fatto tardi e i partecipanti hanno bevuto troppo, portò presto la guerra anche in Africa nelle colonie italiane della Libia e dell’Africa Orientale.

In particolare l’Africa orientale italiana (Aoi) si ritrovò improvvisamente accerchiata dalle colonie occupate dagli alleati e con un numero di carri armati a stento sufficienti a resistere a un paio di tiri di dadi. La partita si concluse relativamente in fretta; nel marzo del 1941 l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia erano in mano britannica. In questo periodo moltissimi italiani furono catturati dagli inglesi e divennero PoW, Prisoners of War.

Torniamo ora in vetta. Sul finire del febbraio del 1943 una comitiva di escursionisti inglesi si trovava sul Monte Kenya con l’intento di raggiungere la sommità del Neilon. I membri della brigata avevano pernottato nei pressi di Point Thompson e, ancora prima che sorgesse il sole, avevano già consumato la prima tazza di te. Alle prime luci dell’alba il campo era stato sgomberato, allacciate le ghette e caricati gli zaini in spalla, gli escursionisti guardavano verso nord-ovest, in direzione dei 5,188 metri del Neilon. Tutti bramosi di conquistare la cima, tutti pronti per mettersi in marcia. Tutti tranne tranne uno. Mister E. Robson, stimato farmacista di Nairobi, quel mattino si era svegliato animato da uno spirito particolarmente contemplativo e, prima di lasciare Point Thompson, aveva deciso di godersi il panorama attraverso le lenti del suo binocolo.

Risulta a questo punto doveroso sottolineare che se Mr. Robson avesse rinunciato a questa piccola insubordinazione uniformandosi allo zelo militaresco dei suoi compagni di ventura la storia che mi accingo a raccontare sarebbe arrivata alle orecchie del mondo con qualche anno di ritardo e, sopratutto, avverrebbe avuto un pubblico molto più ristretto. Volgendo lo sguardo a nord-ovest il farmacista si ritrovò ad ammirare la Punta Lenana e, quando ne mise a fuoco la cima, avvistò un oggetto che nel Kenya occupato dagli inglesi, nel 1943, era quanto mai inaspettato.

Incuriosito dalla scoperta Robson deviò il corso dell’escursione, risalì il picco, scattò delle fotografie e si affrettò a tornare a Nairobi per consegnare testimonianza e immagini all’East African Standard che pubblicò la notizia il 20 di febbraio. Una bandiera italiana. Illuminata dalla prima luce del mattino, in cima alla Punta Lenana, Robson aveva visto sventolare una bandiera italiana. Avvicinandosi al bizzarro ritrovamento l’inglese aveva trovato anche una bottiglia contente un messaggio che spiegava la presenza del tricolore. Tre italiani prigionieri degli inglesi erano riusciti a mettere in atto un’evasione temporanea, avevano scalato il Kenya, vi avevano issato la bandiera e si erano ripresentati infine di fronte ai loro carcerieri.

Pochi giorni dopo la notizia venne riportata anche sul londinese Times e, nel marzo dello stesso anno,  rimbalzò in Italia dove, è quasi inutile dirlo, non ci si fece sfuggire la possibilità di rivisitare il tutto in salsa sfacciatamente mussoliniana. Sul settimanale l’Illustrazione del Popolo comparve una fantasiosa tavola a colori rappresentante un’immagine che anticipava di un paio d’anni la celebre, e altrettanto propagandistica, fotografia “Raising the Flag on Iwo Jima”; tre alpini in divisa regolamentare con tanto di cappello piumato erano ritratti nell’atto di issare il tricolore su un picco roccioso.

La didascalia non era certa da meno:

“Tre soldati italiani riusciti ad evadere dal campo di concentramento di Nairobi hanno scalato il monte Kenya e piantato il tricolore sulla vetta più alta a oltre cinquemila metri d’altezza, lasciando in una bottiglia sigillata la loro fede nella vittoria”.

Le reali circostanze dell’impresa vennero svelate solo nel 1947, a conflitto concluso, quando il prigioniero di guerra numero 4.1033, mente e primo protagonista della vicenda, ormai liberato e rientrato in Italia, riuscì a pubblicare il libro “Fuga sul Kenya”; un resoconto dell’avventura, bestseller della letteratura di montagna e principale fonte di ispirazione e informazioni per la scrittura di questo articolo.

Le discrepanze tra il libro e il capolavoro di propaganda pubblicato da l’Illustrazione del Popolo sono tanto profonde da dare vita a due trame completamente diverse, filosoficamente opposte, vicende che in comune hanno soltanto il panorama geografico e la nazionalità dei protagonisti. Innanzitutto a scalare la montagna non erano stati tre alpini, ma tre civili prigionieri di guerra nel Campo di Nanyky; l’autore del libro, il triestino Felice Benuzzi, il medico genovese Giovanni Balletto e il toscano Vincenzo Barsotti. In secondo luogo, come vedremo più avanti, la fede al fascismo e nella vittoria, nell’avventura dei tre italiani, non c’entrano assolutamente nulla; l’unico elemento nero di tutta questa vicenda, oggi come allora, sono le rocce basaltiche del Kenya.

Facciamo però qualche doveroso passo indietro. Benuzzi arrivò in Africa nel 1938 per svolgere un periodo di prova in veste di vicesegretario coloniale presso il governo d’oltre mare di Bengasi, in Libia, e nel 1939 fu trasferito ad Addis Abeba, in Etiopia, dove era addetto alla segreteria del governo generale dell’Aoi. Era uno sportivo, iniziato all’alpinismo fin dalla più tenera età, nuotatore agonistico ed ariano al 100 percento, dato che la madre era austriaca e il padre trentino. Fino a qui la descrizione del nostro uomo risulta indiscutibilmente coincidente con la “italianissima” narrativa fornitaci da l’Illustrazione del Popolo. Felice Benuzzi si trovava in Africa in veste di servitore dello Stato, era conseguentemente iscritto al Partito nazionale fascista – obbligatorio per i dipendenti statali – e non aveva mai contrastato politicamente il regime. Apparentemente era un esempio perfetto del’Uomo Nuovo esaltato da Mussolini.

In realtà, ad una ricerca più accurata, alcuni dettagli relativi alla vita di Benuzzi potrebbero già rivelare un profilo più sfumato e contraddittorio. Fra tutti spicca probabilmente un elemento scovato leggendo un articolo dedicato al nuovo libro di Wu Ming 1, (dedicato appunto alla figura di Benuzzi ed altri “fascisti non fascisti”) e riguarda la vita coniugale dell’alpinista triestino; Felice Benuzzi era sposato con un’ebrea tedesca. Ma anche questa informazione è parziale; Benuzzi aveva sposato la sua fidanzata pochi giorni prima dell’applicazione delle leggi razziali con un preciso intento di salvataggio. Con il matrimonio la coppia aveva potuto spostarsi assieme in Africa, dove alle leggi del governo centrale si faceva un po’ meno caso, e sfuggire così, per lo meno momentaneamente, a un dramma assicurato.

Nel 1941 le truppe inglesi entrarono ad Addis Abeba e Felice, assieme a tutti gli altri impiegati dell’apparato statale italiano, venne fatto prigioniero di guerra, diviso dalla sua famiglia e trasportato nell’Africa orientale britannica dove per quasi un anno visse in transito tra un campo di prigionia e un altro. Nel 1942 venne trasferito a Nanyuki, nel campo 354, a una trentina di chilometri a ovest dal Monte Kenya.

Per quanto il trattamento degli inglesi non fosse orribile il tedio della cattività risultava atroce. La vita si ripeteva ogni giorno identica e trovare un senso nel tempo risultava quasi impossibile. Spogliati della loro umanità, i prigionieri subivano un’inesorabile processo di imbruttimento, trasformandosi in esseri infelici e sempre più feroci. Nel campo, scrive Benuzzi “ricordare è molto più doloroso che dimenticare”, lì vive “un’umanità allo stato concentrato, saturo direi, umanità in conserva”. All’ovvia miseria della prigionia si sommava una condizione meteo penosa, era il periodo delle grandi piogge, e perfino il paesaggio oltre il reticolato era grigio, desolante e terribile.

A ridare finalmente senso alla vita di Benuzzi fu una serata d’aprile in cui, complice un sole improvviso, le nuvole che da settimane trasformavano il cielo aprirono uno spiraglio, concedendo a Felice di avvistare per la prima volta le cime del Monte Kenya. “Ha qualcosa del Monvisio, ma lo batte”, fu il primo pensiero del triestino alla vista del colosso Africano.  Era un monte “argenteo, circonfuso di nubi, tagliente e aguzzo”, circondato “da ghiacciai azzurrini che sembrano sospesi nel vuoto, irreali”. In una modalità che ricorda quella dei sogni, o dei miraggi, il Kenya si dissolse a pochi minuti dal suo apparire ma ormai non aveva più importanza, il danno era fatto, la montagna si era impossessata dell’uomo. Oltre le cime Benuzzi aveva intravisto lo scopo che da mesi gli mancava, un antidoto alla prigionia. Il “bacillo dei sassi” contratto quando era ancora bambino tra le Alpi Giulie e le Dolomiti si era riattivato ed era nata l’idea di fuggire, raggiungere la cima del Monte Kenya per poi tornare indietro e riconsegnarsi agli inglesi.

Affascina pensare che nel suo piano di evasione Benuzzi non abbia mai contemplato una fuga definitiva; da Nanyuky, il paese neutrale più vicino era l’Africa orientale portoghese, attuale Mozambico, a più di mille miglia di distanza. Le possibilità di riuscire nell’impresa di attraversare un territorio ostile di quelle dimensioni senza conoscere una parola della lingua locale e senza denaro erano le stesse di riuscire a raggiungere la Luna con una mongolfiera. Fin dal principio Felice sapeva che la sua sarebbe stata una fuga temporanea, una libertà passeggera.

Nelle settimane successive alla prima apparizione del Kenya, Benuzzi conobbe Giovanni Balletto, medico, genovese ed esperto alpinista, e, superando una prima resistenza, riuscì presto a coinvolgerlo nel suo progetto. Attraverso un’attività di ricerca che prevedeva l’incetta di qualsiasi giornale, rivista o libro che passasse per il campo i due uomini riuscirono presto a collezionare una lista di informazioni che, considerando l’ovvia miseria di fonti concessa da un campo di prigionia, ha dell’incredibile. Tra Nanyuky e il monte correvano 35 km in linea d’aria e il dislivello da affrontare sarebbe stato di circa 3.400 metri. Le cime a cui ambire erano due, il Batian, i cui 5.199 metri erano visibili anche dal campo, e la cima Lenana, più bassa di un paio di centinaio di metri e nascosta alla vista dall’altissimo fratello maggiore. Per cominciare la scalata vera e propria sarebbe stato necessario attraversare un lungo tratto di foresta equatoriale abitata da un enciclopedia di bestie feroci. Fu stabilito che il momento migliore per tentare l’ascesa sarebbe stato gennaio, mese che avrebbe dovuto presentarsi mite e senza piogge.

In questo periodo di studi matti e disperatissimi i due prigionieri si resero conto che per tentare una simile impresa avrebbero dovuto arruolare un terzo uomo, ma la ricerca non si rivelò assolutamente facile. I soggetti disponibili a rischiare un proiettile nella schiena per una fuga (momentanea) a scopo alpinistico erano pochissimi, e i più di loro si ritiravano ancor prima che il piano venisse spiegato nella sua interezza. Benuzzi e Balletto stavano ormai per rassegnarsi all’idea di fuggire soli quando si imbatterono in Vincenzo detto Enzo Barsotti, un uomo sovrappeso dipendente dalla nicotina e digiuno di montagna, ma sufficientemente suonato per accettare la proposta.

Nel libro di Benuzzi le pagine dedicate agli otto mesi di preparativi che precedettero la fuga ricordano in alcuni punti il Manuale delle Giovani Marmotte in altri una puntata della serie televisiva MacGyver. Le funi furono ottenute annodando le corde che legavano i materassi alle brande, le piccozze sostituite da martelli rubati. Le scarpe da roccia vennero fabbricate con tela impermeabile per autocarri e reti di canapa, guanti e giacche cucite da coperte militari e i ramponi erano un intreccio di filo spinato e pezzi di metallo trafugati.

L’evasione avvenne la sera del 24 gennaio 1943, oltre all’attrezzatura arrangiata i tre uomini portavano negli zaini il cibo che erano riuscito ad accantonare dalle razioni concesse nel Campo e una scatola di carne in scatola (vuota) sulla cui etichetta era disegnata il versante del monte non visibile da Nanyuky. In una corsa notturna i tre uomini attraversarono i campi coltivati che li separavano dalla boscaglia, dove trovarono riparo per lo meno dagli uomini. Attraversarono la foresta, ebbero un paio di incontri ravvicinati con rinoceronti ed elefanti, percorsero intere vallate, sfibranti canaloni e ore infinite di saliscendi fino a che il 4 di febbraio si ritrovarono finalmente di fronte al ghiaione posto ai piedi del lato Ovest del Batian. Barsotti, a quel punto era stremato dalla fatica e dalla febbre e venne lasciato ad aspettare in un rifugio di fortuna, mentre Benuzzi e Balletto, assicurati con corde malsicure e protetti da giacche di lana che a quell’altitudine risultavano ridicole, attaccavano il torrione più alto del Kenya. A metà della risalita le cime del massiccio furono investite da una bufera di neve e i due furono costretti, non senza impicci, ad accettare il volere del monte e tornare indietro. Rimisero piede a terra dopo dodici ore di parete.

La rinuncia non demoralizzò eccessivamente i due uomini che, ormai ubriachi di libertà, si rimisero in moto dopo soli due giorni di riposo per tentare l’ascesa della cima Lenana che, come previsto, si rivelò molto più gentile. Sulla sommità della vetta Benuzzi e Balletto alzarono la famosa bandiera che diede adito alle fasciatissime speculazioni patriottiche, diedero un ultimo sguardo al paesaggio e, come previsto, presero la strada del ritorno verso il campo. La discesa fu interminabile, i viveri erano esauriti e nei giorni trascorsi in vetta le bestie feroci non avevano certo lasciato la foresta. Stremati e mezzi morti di fame gli uomini si ripresentarono al Campo 354 in tempo per l’appello mattutino, dal giorno della loro fuga erano passati 17 giorni.

La vicenda umana di Benuzzi e dei suoi compagni d’avventura proseguirà ben oltre il reticolato del campo di prigionia e non sarà assolutamente meno interessante dei fatti narrati finora, ma io preferirei fermarmi qui e dedicare invece le ultime parole al senso della loro impresa alpinistica.

L’idea di poter e dover resistere attivamente al fascismo nella mente dei protagonisti di questa storia non si era mai fatta strada. Tutti e tre erano arrivati in Africa come impiegati del proprio paese, allineati al sistema, inseriti nella macchina del regime come ingranaggi di perfetta fattura, parti integranti del progetto mussoliniano. A dispetto della bandiera italiana lasciata in vetta, nelle pagine di “Fuga sul Kenya”, non viene mai espressa fede nella patria o nel fascismo, ma nemmeno vi si trovano accenni di opposizione. Eventuali riferimenti a fatti o sentimenti di guerra appaiono rarissimamente, e solo se strettamente necessari alla narrazione.

Gli uomini e il libro che li racconta hanno un carattere inequivocabilmente apolitico, quasi distaccato dai fatti del loro tempo, eppure, a mio parere, l’idea pazza e bellissima di Benuzzi e la sua realizzazione assumono un carattere antitetico alla dottrina fascista e, di conseguenza, profondamente rivoluzionario. D’altra parte, come scrive lo storico Giovanni De Luna, identificare l’antifascismo con la pura e semplice negazione politica del fascismo sarebbe veramente incongruo, per descrivere i comportamenti antagonistici nei confronti del regime bisogna tenere conto non solo della lotta consapevole e politicamente orientata, ma anche di tutti quegli episodi spontanei indici di avversione all’ordine imposto.

Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti non sono arrivati a 5.000 metri per gridare al vento la loro fede patriottica, non si sono sottoposti volontariamente alla fame e al freddo per l’impulso “maschio” della conquista, ma per mettere in atto una meravigliosa forma di resistenza, per riappropriarsi dell’umanità che il campo di prigionia gli aveva strappato, per riaffermare la loro individualità, ribellarsi alla sottomissione imposta, celebrare la vita e il diritto di ogni uomo di essere libero.