Anche nel XXI secolo l’esplorazione terrestre è possibile. A dimostrarlo ci hanno pensato Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella e David Bacci, dei Ragni di Lecco, che hanno aperto una nuova via sul Cerro Murallón in Patagonia. I tre alpinisti devono aver letto le parole di Thomas Stearns Eliot. «Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta», scriveva il premio Nobel per la letteratura. Ed è vero. Sono tante, tantissime, le imprese che ancora possono essere tentate.

Il legame fra i Ragni, uno dei gruppi alpinistici più rinomati al mondo e che non necessita di presentazioni, e la Patagonia è noto da tempo. È un amore decisamente corrisposto quello che intercorre tra Bernasconi, Della Bordella, Bacci e quell’enorme regione che si estende nel sud dell’Argentina e del Cile. Corrisposto ma ostacolato da fattori ambientali, logistici e umani. Basti pensare che la densità della Patagonia è di circa 2,2 persone per chilometro quadrato. Ecco perché Della Bordella, alla vigilia della spedizione, non usò giri di parole: «Il Cerro Murallón si trova nella zona Sud dello Hielo Continental, ed è più remoto ed isolato rispetto alle cime del gruppo Cerro Torre – Fitz Roy. Questo semplicemente perché per scalare il Cerro Murallón non ti puoi appoggiare al paese di Chalten e quindi, questa montagna ha conservato fino ad oggi quel carattere selvaggio, aspro e remoto che aveva anche 40 o più anni fa». La ricerca del remoto, dunque, è una costante se si parla di Patagonia, così come per l’Alaska. E, come spiega ad Alpinismi il presidente dei Ragni Fabio Palma, ci vuole anche tanta curiosità. «Curiosità che significa cercare grandi pareti, colossali, incredibilmente ancora non salite nel 2000 (e come dice il nostro buon vecchio Adriano Franz Carnati, uno che negli anni Ottanta era già molto avanti nell’alpinismo, se pareti così belle e difficili non sono ancora state salite, un motivo ci sarà…), e deciderle di salirle con incredibile capacità tecnica e senza compromessi di stile», afferma Palma.

Il Pilastro Ovest del Cerro Murallón, foto di L. Spadaccini

La cima in questione è meno conosciuta delle altre vette patagoniche, quelle più iconiche. Se uno pensa a quella regione vengono in mente il Fitz Roy, il Cerro Torre, o le Torres del Paine. Eppure, il fascino della Patagonia è un altro. È facile scovare delle cime e delle vie ancora inviolate. Cattedrali di granito non impressionanti per altezza assoluta, per esempio il Murallón è alto 2.885 metri, ma per dimensioni e sviluppo delle pareti, qualità della roccia e difficoltà di avvicinamento. La montagna ricorda la Marmolada, la regina delle Dolomiti. E non è uno scherzo. Sul versante argentino, pareti di 1.200 metri. Su quello cileno, una lunga e interminabile distesa di ghiaccio e neve. Il tutto in mezzo al nulla. La civilizzazione è da ricercare a distanza di chilometri. Del resto, è anche per la sua wilderness che si ama la Patagonia.

Lo spirito che muove chiunque decida di imbarcarsi in un’avventura del genere ricorda quello che fu di Eric Shipton, magistrale esploratore e non alpinista, come con falsa modestia si definiva, di nativi britannici. Shipton è forse uno degli ultimi vagabondi puri esistenti. Shipton nacque all’inizio del secolo scorso a Ceylon, l’attuale Sri Lanka, e fu fin da piccolo affascinato dalla scoperta di posti mai raggiunti prima dal’uomo. A lui non interessavano in modo particolare le montagne più alte, ma quelle più nascoste, più remote. Ed è per questo che mentre il mondo dell’alpinismo guardava agli Ottomila, lui cercava invece di scovare nuove vie. Forse anche per colpa di un episodio che segnò la sua vita. Dopo che in patria si venne a conoscenza che aveva asceso il Monte Kenya nel 1929 insieme a Percy Win-Harris, Shipton fu selezionato per l’Himalaya. Per vent’anni fu uno degli alpinisti più brillanti nel tentativo di violare l’Everest, e fu il primo a conquistare il Kāmet, nel 1931. All’epoca era la più alta vetta mai raggiunta da un essere umano. Tuttavia, successe qualcosa. Nel 1953 Shipton doveva essere il capo-spedizione sull’Everest, ma gli fu preferito un militare, il colonnello John Hunt, dietro le pesanti pressioni dell’Alpine Club e della National Geographic Society. A fronte di questa delusione, il timido e riflessivo Shipton decise che la sua vita doveva essere dedicata all’esplorazione pura. I giochi di potere, secondo lui, avevano fatto perdere di vista l’obiettivo originario della presenza occidentale in Himalaya, cioè la fame di scoperta. Così, archiviato non senza difficoltà il capitolo Everest, Shipton decide di focalizzarsi altrove. E il caso vuole che arrivò anche in Patagonia. Nello specifico, sul Murallón. Sarà lui, con Jack Ewer, Eduardo Garcia e Cedomir Marangunic, a raggiungere quella che credevano la vetta di questa montagna. Nel gennaio del 1961, per la precisione. I quattro salirono lungo la cresta nordoccidentale e si trovarono per giorni nel mezzo di una tormenta di neve che mise quasi a repentaglio l’intera spedizione. Con tenacia e caparbietà, riuscirono a sopravvivere e, soprattutto, a tornare. A causa della neve che li aveva fatti quasi perdere, Shipton e i suoi non furono in grado di comprendere che non erano mai arrivati in cima, ma che invece si erano fermati diverse decine di metri più sotto, sulla cima occidentale e non su quella orientale. Saranno infatti altri Ragni, Carlo Aldè, Casimiro Ferrari e Paolo Vitali a completare l’ascesa nel 1984, lungo la cresta nordorientale. Un’impresa che ancora oggi è ricordata come una delle più memorabili in Patagonia. Della spedizione erano anche Marco Ballerini e Fabio Lenti, ma tornarono in Italia prima degli altri.

Le difficoltà logistiche per arrivare alla base del Cerro Murallón sono da sole uno dei deterrenti più rilevanti per chi vuole tentarne la salita. Chi è stato in Patagonia sa che le distanze possono essere immense. Prima cosa, bisogna arrivare a El Calafate, uno dei più noti punti di partenza per Parco Nazionale Los Glaciares. Poi bisogna recarsi a Punta Bandera, circa un centinaio di chilometri a ovest di El Calafate. Infine, da qui, bisogna attraversare il ghiacciaio Upsala, uno dei più grandi del Sudamerica. Solo dopo ore e ore di cammino si potrà arrivare o al Refugio Pascale, nel caso si voglia tentare la Nord del Murallón, o al Refugio Upsala, nel caso si provi la Sud. In quest’area le comunicazioni GSM non sono possibili e occorre fare affidamento alla rete satellitare. Inoltre, sotto il profilo delle scorte alimentari, l’unica via possibile è quella di riempirsi gli zaini a El Calafate. Cibi liofilizzati e barrette proteiche non dovrebbero mai mancare, ma ogni tanto capita. Inoltre, considerate le variabili ed estreme condizioni meteorologiche che contraddistinguono la Patagonia, è meglio portarsi dietro una slitta se si vuole andare al Murallón, come talvolta consigliano le guide locali.

Avvicinamento ghiacciaio Murallón, nel 1984 (foto Ragni di Lecco)

E poi si arriva di fronte a questa muraglia di granito fotografata per la prima volta nel 1949 dal missionario Alberto Maria De Agostini, celebre per le sue esplorazioni in Patagonia e Terra del Fuoco. Le forme create dall’azione della natura sono impressionanti. Il granito, specie lungo la via aperta da Aldè, Ferrari e Vitali, si piega e si contorce come fosse stato plasmato da un gigante, mentre il ghiaccio alla base e il verglas che lo ricopre rendono il Murallón simile più a una infernale cattedrale che a una montagna. È il vento, però, uno dei nemici più ostici, oltre alla wilderness generale dell’area. In tutta la Patagonia l’aria gelida che arriva dal Pacifico rischia di bloccare qualunque spedizione nell’arco di poche ore. Ecco perché occorre sfruttare al meglio ogni singola finestra di bel tempo. Ma non solo. Bisogna anche saper gestire lo stress e la pressione provocati dalle lunghe attese di clima positivo e stabile, che possono durare anche settimane intere. Controllare le emozioni nella cordata e affrontare i cali di morale dovuti al maltempo possono essere cruciali per la riuscita di un’ascesa del genere. Dati questi fattori, non esistono vie facili, come dimostrano i diari di Aldè, Ferrari e Vitali.

L’alpinismo può ancora essere quello degli anni passati, in cui si andava di pari passo con la pura esplorazione? La risposta è affermativa, e c’è da ben sperare in un futuro sempre più sostenibile, quindi un maggiore utilizzo dello stile alpino, e più consapevole dei cambiamenti climatici in atto. Le testimonianze di Bernasconi, Della Bordella e Bacci possono essere determinanti in questo senso, con il fine ultimo di creare una coscienza critica, non solo nell’alpinismo ma anche nell’intera opinione pubblica.