Bears Ears, il paradiso dei climber minacciato da Trump

È possibile che non ne abbiate mai sentito parlare, eppure c’è un posto in Utah che è un paradiso per climber e appassionati di montagna. Si tratta di Bears Ears. Dopo una lotta durata ottant’anni la regione è finalmente diventata monumento nazionale lo scorso 28 dicembre, su iniziativa di Barack Obama. Ma ora c’è il concreto rischio che il nuovo inquilino della Casa bianca, Donald Trump, faccia marcia indietro. E sarebbe un danno incredibile al mondo dell’arrampicata mondiale.

Indian Creek, Lockhart Basin, Arch/Texas Canyon, Comb Ridge, Valley of the Gods. Sono tutte aree, consacrate dai più grandi climber esistenti, contenute dentro questa area di 1,35 milioni di acri nel sud-est dello Stato americano che ha come capitale Salt Lake City. Di tutte, forse la più celebre è la zona di Indian Creek. Arenaria. Eccola. È lì la migliore arenaria del mondo, una super resistente all’abrasione roccia sedimentaria che è l’ideale per l’arrampicata ad altissimo livello di aderenza. A Indian Creek, nella contea di San Juan, abbonda. Merito dell’effetto erosivo dei fiumi che percorrono l’area. Le formazioni che si trovano a Bears Ears non solo quelle a cui sono abituati i climber europei. Non c’è il poroso calcare, non c’è il duro e freddo granito, non ci sono tacchette e buchi. Ci sono però le famigerate crack, le fessure spaccadita per le quali è richiesta un’arrampicata molto più fisica e meno elegante rispetto alle Dolomiti, per esempio. Mani, braccia, cosce e gambe diventano tutte armi per la progressione, mentre le dita si spezzano quasi a fronte dell’ascesa lungo queste fratture nell’arenaria. Non è un’arrampicata per tutti, anzi. Solo chi è leggero e con dita d’acciaio riesce a scalare. Un esempio? È uno dei posti preferiti di Alex Honnold, che è forse il climber con la maggiore sensibilità dei tempi moderni, come dimostrano le sue imprese sul Dawn Wall in Yosemite.

Arrampicata a Bears Ears, foto di Mountain Project

È in questo luogo cruciale per lo sviluppo dell’arrampicata statunitense che si combatte una battaglia dal 1930, data del primo tentativo di rendere l’area come monumento nazionale. Per gli Stati Uniti, questo significa che non ci possono essere interventi umani non volti alla preservazione della regione in questione. Vale a dire, niente oleodotti né opere dell’uomo che potenzialmente potrebbero danneggiare in modo irreversibile l’area sotto il profilo ambientale. Diverse tribù di nativi americani, cioè Navajo Nation, Hopi, Ute Mountain Ute, Ute Indian Tribe of the Uintah, Ouray Reservation e Pueblo of Zuni, hanno tentato negli anni di fare pressioni sui governatori dello Utah al fine di far riconoscere lo status speciale. Alle tribù si sono aggiunti i climber, tramite l’American Alpine Club (AAC), l’equivalente del Club Alpino Italiano, e l’Access Fund, la maggiore associazione per la tutela dei diritti degli arrampicatori in Nord America. Entrambe le realtà hanno spinto più volte negli ultimi decenni per garantire la protezione di Bears Ears. Ma le autorità governative dello Utah si sono sempre opposte. Fino a quando il presidente Obama ha deciso, in modo unilaterale, di dare all’area lo status di monumento nazionale. È stato uno degli ultimi atti del 44esimo presidente statunitense, il 28 dicembre scorso. Ed è qui che inizia la bagarre.

Il governatore dello Utah, il repubblicano Gary Herbert, a inizio febbraio ha firmato una risoluzione chiedendo in modo urgente al presidente Trump di fare marcia indietro riguardo Bears Ears. Il motivo? Ufficialmente perché Obama ha deciso in modo unilaterale, senza consultare lo Stato dello Utah. Ufficiosamente, invece, nell’opinione pubblica c’è il timore che sia una scusa per agevolare il piano infrastrutturale di Trump, che prevede – almeno in teoria – un massiccio uso del suolo disponibile con lo scopo di costruire strade, ferrovie, oleodotti e gasdotti. Come nel caso della Dakota Access Pipeline, contro il quale le proteste vanno avanti da mesi.

La risposta della comunità non si è fatta attendere. Nello specifico, sono le aziende di abbigliamento sportivo a essere le più attive nelle proteste. La prima società a intervenire è stata Patagonia, per voce del suo fondatore Yvon Chouinard. Il 7 febbraio scorso i vertici della compagnia hanno comunicato che non avrebbero partecipato a una delle kermesse più seguite dagli appassionati di outdoor, cioè l’Outdoor Retailer Show di Salt Lake City, previsto dal 26 al 29 luglio dell’anno in corso. In pratica, la più importante fiera del settore. Dietro a Patagonia, da sempre assai sensibile all’ambiente, si sono mosse tutte le altre. Da Arc’teryx e Black Diamond, passando per Ibex e Polartec, per finire con Mountain Hardwear, Petzl e REI, oltre 100 imprese del segmento outdoor hanno iniziato le proteste, firmando una lettera pubblicata sul sito di Patagonia. Con loro, anche l’AAC e l’Access Fund. E gli aderenti al boicottaggio sono aumentati di giorno in giorno. Fino allo strappo finale. Infatti, nella scorsa notte americana è giunta la notizia della cancellazione dell’evento, dopo l’incontro tra le società del mondo outdoor e il governatore Herbert, come riporta The Salt Lake Tribune. Niente più Salt Lake City. Con un danno d’immagine, e monetario, non proprio irrilevante per lo Utah, dato che la media annua di visitatori era di circa 40,000 individui per un totale di 45 milioni di dollari di incassi. 

Le proteste sono legittime? La sensazione è che la risposta sia affermativa. Tre i motivi. Bears Ears è un’area su cui si discute da decenni. Da un lato la comunità dei nativi americani chiede maggior tutela delle terre, dall’altro lo Stato dello Utah vorrebbe sfruttare economicamente la regione. Tuttavia, le possibilità oggettive di trovare shale gas o petrolio sotto quelle terre è ridotta ai minimi termini, secondo uno studio della NASA. Secondo, perché per decenni è venuto meno il dialogo tra le autorità governative e i nativi americani, tacciati di essere credenti di pratiche sciamaniche che vanno contro la modernità. Terzo, infine, perché se Bears Ears perdesse lo status di National monument, spiegano dall’Access Fund, sarebbe ancora più semplice costruire installazioni industriali nell’area. Invece, fornire lo status special a Bears Ears garantisce una protezione simile a quella che hanno i parchi nazionali, come Yosemite o Joshua Tree, altri due paradisi per i climber. Significa che la gestione della regione passa in mano in modo esclusivo al Bureau of Land Management e allo US Forest Service, le due agenzie federali preposte. Significa che sarebbero preservata l’intera zona. Eppure, l’obiettivo del governatore dello Utah pare essere un altro. E ora la questione è diventata tutta politica.

La scelta di Trump per il dipartimento degli Interni, l’ex deputato già Navy SEAL Ryan Zinke, originario del Montana, ha apertamente detto durante la sua audizione al Congresso di metà gennaio che «c’è un evidente problema in Utah». Faceva riferimento alle tensioni intorno a Bears Ears, che potrebbero provocare una rottura ancora più profonda tra la comunità locale, quella dei climber e la Casa Bianca. Stando alle indiscrezioni che circolano a Washington, Trump è intenzionato a tornare indietro rispetto a Obama su Bears Ears, per due ragioni. La prima è che si garantirebbe l’appoggio politico incondizionato del governatore Herbert. La seconda è che potrebbe fare uno sgambetto a Obama, cancellando una delle sue ultime, e più significative, iniziative legislative.

Arrampicata a Bears Ears, foto di Patagonia

E i climber? Loro, per voce dell’AAC e dell’Access Fund, sono sul piede di guerra. E noi di Alpinismi siamo con loro. Perché Bears Ears è una delle aree dello Utah che necessitano di essere protette. Come ha scritto l’Access Fund dopo il 28 dicembre, «per anni, questo eccezionale paesaggio ha resistito all’estrazione delle sue risorse e all’uso irresponsabile da parte del pubblico, in particolare al saccheggio dei siti culturali dei nativi americani». Ora questa resistenza potrebbe venire meno. E in un mondo in cui si tenta in ogni modo di frenare il quasi ormai inarrestabile cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di chiunque, dalle Alpi all’Himalaya alle Rockies, sembra assurdo che si debba ancora parlare di utilizzo dei combustibili fossili in modo massivo. Anche perché il caso di Bears Ears non è isolato. Il deputato repubblicano dello Utah Mike Noel a inizio gennaio ha annunciato di presentare al nuovo presidente Trump la richiesta di cancellazione dello status di monumento nazionale per l’area Grand Staircase-Escalante, circa 1.88 milioni di acri, sempre nel sud dello Utah, sempre uno dei paradisi dei climber. Una iniziativa già condannata dalla Southern Utah Wilderness Alliance, che ritiene che possa esserci una escalation sul resto delle aree protette dello Utah. Considerato nello Stato ci sono anche i parchi nazionali di Arches, Canyonlands, Capitol Reef, Bryce Canyon e, soprattutto, Zion, è facile comprendere perché le comunità dello Utah siano in sommossa, da sempre molto attenti alla conservazione ambientale. Da un punto legislativo è difficile che vengano cancellati i parchi nazionali, ma è assai più semplice invece togliere lo status di National Monument a un’area. E già questo sarebbe un danneggiamento ambientale di significativa importanza. Secondo il Congressional Research Service (CRS), è complicata pure questa opzione, dato che l’Antiquities Act non dà la facoltà al presidente di annullare la nomina di una zona a monumento nazionale in via diretta. Non può quindi farlo con un ordine esecutivo. Eppure, se passasse dal Congresso, Trump potrebbe farlo in modo agevole, considerato che è a netta maggioranza repubblicana.

La considerazione che si può trarre dalle vicende del 45esimo Stato della storia americana è che mai come oggi c’è il concreto rischio che in pochi mesi vengano distrutti tutti i tentativi degli ultimi vent’anni di far comprendere ai politici di Washington l’importanza della preservazione della wilderness. In nome di cosa? La mobilitazione popolare e industriale, guidata da Chouinard e Patagonia, può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica, ma l’ultima voce spetta alla classe politica. E non si può essere ottimisti, data l’approssimazione del primo mese di presidenza di Donald Trump.

By | 2017-06-13T22:00:29+00:00 17 febbraio, 2017|

Un commento

  1. […] concetto di wilderness conosciuta, ma preservata, che è sempre più ricercata negli Stati Uniti, dove il presidente Barack Obama aveva cercato di proteggere istituendo il parco nazionale di Bears E…. «Attrezzare delle vie di arrampicata vuol dire rendere possibile l’arrampicata delle pareti […]

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