Nella mitologia norrena c’è una figura ricorrente. Può essere sia benevola sia malevola, a seconda dei Paesi. È il troll, una creatura umanoide che vive nei monti e nelle foreste. Addirittura, in Islanda, per quanto bizzarro possa sembrare, ci sono stati tunnel stradali la cui costruzione è stata bloccata per anni perché si riteneva che sotto la montagna designata ad essere forata, il Ófeigskirkja, abitassero elfi e troll. Gli islandesi li chiamano huldufólk, la cui traduzione suona più o meno come “il popolo nascosto”. Altrettanto solida è la tradizione dei troll in Norvegia. A tal punto che esiste una delle pareti più significative per l’alpinismo moderno che porta questo nome. È il Troll Wall, o Trollveggen. Oltre mille metri di gneiss che formano una delle pareti verticali più alte d’Europa.

Per capire cosa è il Troll Wall, si può andare su un qualsiasi programma di mappe geografiche su web e inserire le seguenti coordinate: 62°28′56″N 07°43′43″E. Quello che si si aprirà è un mondo scuro e oscuro. Dimenticate Yosemite o la Nord dell’Eiger. Qui è la latitudine che rende tutto più difficile. Anche se di primo acchito potrebbe non sembrare così. Già, perché per arrivare al Troll Wall non bisogna impelagarsi in lunghe traversate di ghiacciai, come nel caso della Patagonia, e neppure mettere in conto giorni di cammino, come nel caso dell’Alaska. Siamo alla fine del fiordo di Romsdalsfjorden, più precisamente nella municipalità di Åndalsnes, una delle zone più turistiche della Norvegia. Basti pensare che qui arrivano e attraccano immense navi da crociera che possono sfiorare i 300 metri di lunghezza, come nel caso della Costa Atlantica. Insomma, non esattamente uno dei luoghi più remoti del mondo, anche considerando la presenza della Strada europea E136. Tuttavia, c’è lo spazio per una delle arrampicate più difficili e incredibili della propria vita. Più precisamente, si deve raggiungere la municipalità di Rauma e qui cercare il Trollveggen.

Gli oltre mille metri di parete sono stati saliti piuttosto tardi, nel 1965. C’è riuscita la squadra composta dai norvegesi Ole Daniel Enersen, Leif Norman Patterson, Odd Eliassen e Jon Teigland. Nomi e cognomi per molti di noi ignoti, ma rimasti impressi nelle tacche e nelle fessure della loro Rimmon Route, ancora oggi la più celebre via in questo angolo di Norvegia. Il Troll Wall era una meta ambita da tempo, ma nessuno fino ad allora era riuscito nell’impresa. Tre i motivi, riportano gli annali di Tony Howard, John Amatt e Bill Tweedale, gli scalatori britannici che arrivarono solo un giorno dopo dei norvegesi. Il primo sono le condizioni climatiche, che definire estreme è riduttivo. Pioggia, vento e neve sono costanti. Inoltre, considerato che il Troll Wall si trova de facto alla fine di un fiordo, le raffiche di vento si incanalano e sbattono con vigore sulla parete, e quindi su tutto ciò che è su di essa, esseri umani e portaledge inclusi. A causa di ciò, non solo è difficile programmare una qualsiasi ascesa, ma è anche da mettere in conto, prima di affrontare la scalata, che ci saranno situazioni ben più che difficili. Bisognerà bivaccare su soste instabili sbattuti dal vento, con la nebbia del fiordo che sale all’improvviso ed è una nebbia gelata, che ti entra nel guscio e negli scarponi, fino a renderti bagnato come se fossi stato immerso in una vasca da bagno. Solo che è freddo. Quel gelo provocato dal vento che ti fa girare la testa e te la rende pesante. È difficile anche solo pensare a quanto combustibile per il fornelletto, l’unica cosa che può sciogliere la neve per preparare una minestra liofilizzata, bisogna portarsi dietro.

Marek Raganowicz sul Troll Wall, foto di Marek Raganowicz

La seconda ragione è la lunghezza delle vie. Arrampicare lungo la verticalità del Trollveggen già non è semplice per i motivi ambientali, ma diventa ancora più stancante considerato che in media le vie sono fra i 600 e i 1300 metri. Scalare, lungo questa parete austera e con venti costanti che toccano, come minimo, i 40 chilometri orari, può essere un’esperienza capace di svuotare il corpo e la mente. O meglio, per usare le parole di Enersen, «rendere impossibile qualunque pensiero». Anche perché immaginatevi sul gneiss, roccia metamorfica che ha caratteristiche simili al granito. Bisogna salire di aderenza, ma questa diventa precaria in caso di pioggia o verglas. È un’arrampicata lenta, tecnica, e molto sottile. Ogni singolo movimento deve essere calcolato e bisogna avere una sensibilità elevata, specie se si montano i ramponi. L’inospitalità della parete unita alle condizioni meteo possono già da sole scoraggiare anche gli alpinisti più esperti. Ma c’è un altro punto che la rende così speciale. Perché ogni parete, che sia la Sud della Marmolada o che sia la Est-Sud-Est della Grande Torre di Trango (anch’essa salita per la prima volta da una cordata norvegese), ha le sue peculiarità. Per concludere una via non si prescinde, queste peculiarità devono essere comprese! 

Il terzo motivo, appunto. Il Troll Wall è verticale. Punto. Non ci sono terrazzini comodi, non ci sono punti in cui tirare il fiato. O meglio, un posto ci sarebbe, ma solo se siete appassionati di BASE jumping. E non è il nostro caso, malati di montagna e di verticalità. Bisogna solo salire, avendo in testa che è meglio non guardare di sotto. Fissare un nut è possibile, ma bisogna verificare due o tre volte la sua posizione, anche in relazione al vento che c’è. Ancora più instabili sono i cliff, che però devono essere largamente utilizzati, data la conformazione della roccia. Le tacchette tipiche del gneiss del Trollveggen possono essere usate per soste tutto sommato stabili, ma il pericolo è sempre dietro l’angolo. Occorre mantenere la mente lucida in ogni istante, specie quando è un cliff a tenerti su. Non si tratta di un’arrampicata brutale, i gradi non sono esagerati, eccezion fatta per quelli in artificiale. La via più tosta da queste parti è la Krasnoyarsk Route, aperta dai russi Vladimir Arkhipov, Sergey Cherezov, Eugeny Dmitrienko, Oleg Khvostenko, Anton Pugovkin e Pavel Zakharov nel febbraio 2002, gradata 6c+ cui si somma un sonoro A4+. E la Krasnoyarsk è considerata la direttissima, un rebus di ghiaccio e roccia lungo 1.300 metri nel cuore della parete, per 25 tiri in totale. Non è un caso se la realizzazione russa fu premiata con il All Russia Winter Mountaineering Championships, questo malgrado le critiche dei puristi per via dell’enorme assedio da 19 giorni alla parete compiuto con un utilizzo smodato di materiale.

Katharsis, foto di Marek Raganowicz

L’ultima impresa sul Troll Wall è stata firmata dal polacco Marek Raganowicz. Dall’11 al 26 gennaio 2017 ha infatti effettuato la prima solitaria invernale su questa parete, ripetendo la via Suser gjennom Harryland, 650 metri di sviluppo per una delle linee più dure. È rimasto in parete per 16 giorni in compagnia del suo portaledge e del suo materiale. Con una particolarità: due sole corde, nessun utilizzo di corde fisse. Stile pulito, alpino, nel tentativo di essere il più veloce possibile, il più sostenibile possibile. Con Raganowicz si è entrati in una nuova dimensione per il Troll Wall. Con 100 chilogrammi di materiali, il polacco ha tentato, riuscendoci, di affrontare una parete leggendaria in solitaria, e in inverno. Una prova di forza, fisica e mentale, che lui stesso ha definito «incredibile». Tre le regole che si è dato: nessuna corda fissa, nessuna capsula (quindi unico utilizzo del portaledge), arrivare in cima del Trollveggen. Stop. L’unica cosa che non è riuscito a portare a compimento è la vetta, ma ha comunque ripetuto una via tra le più ostiche. E l’alpinista polacco ha seguito le orme di uno dei più grandi interpreti contemporanei di questa attività, Andy Kirkpatrick, sul Troll Wall in inverno nel 2011 e nel 2013. Forse è proprio così che gli è nata l’idea di affrontare uno degli angoli più ostili della Norvegia. Già, perché nel 2015 Raganowicz, in compagnia del compatriota Marcin Tomaszewski, aveva aperto Katharsis, splendida via che ricalca quella francese del 1967 e quella russa del 2002. Il tutto sempre in stile alpino.

Al pari dell’avventura patagonica di Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella e David Bacci sul Cerro Murallón, anche quella norvegese di Raganowicz è destinata a entrare nel novero delle più significative. Perché è stata compiuta su una parete ambita e pericolosa, perché è stata portata avanti in condizioni estreme, perché alla base c’è la ricerca della wilderness che noi di Alpinismi cerchiamo di raccontare settimana per settimana, perché è stata completata con uno stile il più possibile sostenibile. Ma soprattutto, perché dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che pure nel 2017 è possibile trovare il selvaggio e il remoto in un mondo iperconnesso. Basta saperlo cercare.