Federica Mingolla, dall’arrampicata all’alpinismo per trovare la felicità

Lo scorso luglio se guardavate verso l’immensa parete sud della Marmolada potevate scorgere due caschetti arancioni. Quello più in basso era quello di Roberto Conti, quello più in alto di Federica Mingolla, prima donna capocordata ad aver salito in libera una delle più famose vie delle Dolomiti. Stiamo parlando della via Attraverso il Pesce, aperta nel 1981 da Jindrich Sustr e Igor Koller. Oltre 1.200 metri di sviluppo per un’oceano di roccia. E Federica l’ha ripetuta in circa 18 ore. Quando la raggiungiamo al telefono è a Torino, si sta recando in palestra. Ci sarà tutto il tempo necessario per parlare davvero di chi è Federica. In parete e non solo.

Prima di tutto, in che palestra stai andando?

Sto andando al Bside di Torino, una delle prime società del tipo a essere stata fondata. Pensa, sono anche stata istruttrice lì, ma sai, essendo che non sono mai in città, ora mi viene un po’ difficile. Non c’era la certezza di poter insegnare, però rimane la mia palestra di riferimento.

Classica domanda a cui non puoi esimerti: quanto ti alleni a settimana?

Allora, finché facevo gare e finché avevo degli obiettivi su roccia di stampo falesistico, insomma quando facevo arrampicata sportiva mi allenavo in media 3 o 4 volte a settimana. Ora che mi sono spostata sull’alpinismo, non mi alleno più come una volta. Ora sì e no una volta a settimana. Diciamo che tendo a lavorare di più, come ho fatto poco tempo fa, dove ero in Svizzera per tre mesi. E lavoravo e sciavo. Dipende dalla stagione. Non sono più un’arrampicatrice sportiva, mi interessa più l’alpinismo puro.

David Lama è passato dalla plastica all’alpinismo puro. Matteo Della Bordella e gli altri volano in Patagonia. Tu hai mai pensato a un approccio del genere – stile alpino e spirito di esplorazione?

Eccome. Infatti, se tutto va bene, a luglio andrò in spedizione coi Ragni di Lecco per andare in Pakistan. Non è sicuro al 100%, stiamo ancora aspettando delle conferme sulla questione visti, ma è il mio primo passo verso l’esplorazione pura. Non solo quindi ripetere una precisa via, qualcosa di ben più grande. Il mio è un continuo evolversi, in pratica. Sono partita dalla plastica e adesso mi trovo davvero a volermi spingere sempre di più verso mete alpinistiche in ambiente di alta montagna. Insomma, basta alla Federica che va in falesia. Che poi, aggiungo, onore e merito a chi fa i 9a su roccia, ma ammetto che non è una cosa che mi ha mai attratto.

Un approccio che praticamente è anche il mio, solo che ti lascio immaginare che a Washington ci sia solo spazio per la plastica…

(ride) Eh, infatti anche io ora sono a Torino, quindi devo tornare un po’ coi piedi per terra.

Ma senti, Pakistan dove? Noi di Alpinismi siamo molto legati a quelle zone.

Guarda, non è che non voglia dirtelo ma mi hanno espressamente detto di non rivelarlo (ride). Ti posso solo dire che è un parco naturale, ed è richiesto un permesso speciale.

Allora dovrò cercare di estorcere a Fabio Palma dei Ragni i dettagli della spedizione. Cambiando un po’ discorso, a cosa pensi quando arrampichi? Voglio dire, io per esempio sono concentrato sui movimenti, ma diversi miei compagni invece riflettono sull’esistenza, come dicono loro. E tu?

È una domanda difficile, non penso a niente. Quando andavo sulla plastica o in falesia era un’arrampicata molto più aggressiva. Volevo a tutti i costi chiudere un progetto quindi quando scalavo pensavo “Non posso cadere qui, perché se volo qui mi mancano quattro movimenti alla catena”. E mi sono resa conto che il più delle volte quando hai questo atteggiamento in realtà accade il contrario. Cioè cadi. E poi ti arrabbi. Quando ho smesso di avere questa mentalità competitiva, anche su roccia, il mio è diventato uno scalare spensierato e senza pormi obiettivi. Come quando scalavo il Pesce in Marmolada. Okay, sarebbe stata la prima libera a vista completata da una donna, ma io non ci ho nemmeno pensato a quella roba lì. Davvero.

Addirittura?

Il mio obiettivo era arrivare in cima. Come chi lo sa… Il mio punto era quello di farla in libera, poi non mi sono posta dei limiti mentali. Te l’ho detto, io scalo spensierata ora. Me ne sto accorgendo quando vado in falesia che provo un 8a e una volta pensavo di volerlo fare a vista e allora mentalmente hai un altro approccio. Adesso, invece, se cado… amen. Ora vado e mi diverto. Non c’è nient’altro che mi fa star meglio.

Ti possiamo capire, davvero. Io per esempio sono uno che appena vede l’acqua allo stato liquido, e non solido, prova ribrezzo.

(ride) Ti capisco. Io ho l’orrore di andare in barca… Io posso stare due giorni al mare. O mi porti su roccia, su una bella falesia sul mare, oppure proprio non se ne parla.

FISCH! Climbing the grey ocean wall from OpenCircle on Vimeo.

Parlando invece del Pesce. Perché hai scelto il Pesce? Voglio dire, hai 1.200 metri di parete, devi bivaccare in cima, se ci arrivi. Ma chi te lo ha fatto fare?

Primo, perché non avevo mai fatto una via lunga così. Non avevo idea di cosa significasse gestire il proprio tempo in una giornata per salire una tale lunghezza. Come dire, una impresa un po’ avventata. Qualcuno direbbe che sono stata incosciente. Però l’ho fatto perché ero molto determinata e non pensavo che non sarei riuscita. Pensavo solo “okay, ora arrivo lì e in qualche modo ci riesco”. Ero ben allenata mentalmente, anche se trattasi di arrampicata trad. Ero rilassata. Il mio unico pensiero riguardava il tempo che avremmo impiegato. Tuttavia, essendo stata io l’unica della cordata che ha scalato da prima, avevo io la situazione sotto controllo. Se non ce l’avessimo fatta a raggiungere la cima, sarebbe stata tutta colpa mia.

E l’altra ragione?

Beh, perché un’altra persona a cui tenevo tanto, che adesso è mancata, amava quella via e diceva che secondo lui quella era una parete che mi sarebbe piaciuta tantissimo. E così è stato. Lui me l’ha consigliata, e voleva venire con me. Poi lui purtroppo non è riuscito a esserci per dei problemi lavorativi. Ecco perché il Pesce l’ho scalato con un’altra persona. Però l’idea di andare lì è arrivata da lui. E la cosa suggestiva è che adattarmi ho scalato su vie vicino a quella del Pesce, più corte. Quindi fino a quando non l’ho attaccata non sapevo se sarei stata in grado di chiuderla in giornata.

Wow, impressionante. Ma dato che qui negli States abbiamo dei big wall epici come El Capitan, non è che ora ti viene voglia di farne uno?

Sì, eccome. Ci ho pensato molto e voglio venire in America. Solo che si sta aspettando di avere un po’ di gruzzoletto per farlo… (ride)

Ti aspettiamo allora. Cambiando registro, ti faccio una domanda che il mio collega Emanuele Confortin ha posto ad Adam Ondra. Siamo alpinisti, ma anche giornalisti. Tu come vivi l’attualità delle notizie, come ti informi, in pratica?

Dunque, più che altro seguo la radio. Radio e giornali online, per la precisione. Se vedo un flash che mi interessa particolarmente lo approfondisco tramite i siti dei quotidiani, per esempio. Non guardo praticamente mai la televisione. Anzi, non la ho proprio a casa.

E invece, domanda un po’ inconsueta rispetto a quelle che ti fanno di solito. Come vivi questo clima di disordine globale? Donald Trump, Brexit, terrorismo. Cosa ti fa paura nella vita di tutti i giorni quando apri il giornale?

In effetti è una domanda un po’ strana. Posso dirti che non mi sono mai occupata di politica, per esempio. Quando abbiamo sentito di Trump ero in Sardegna e stavamo andando a scalare. C’è stato un momento di panico in automobile e poi però è passato subito. Credo che però sia abbastanza comune in questa epoca storica. Finché un fenomeno, un avvenimento, non ti tocca in modo diretto, allora non ci pensi.

Federica Mingolla

Federica Mingolla

Ed è vero, ma non solo in questa epoca eh, anche nel recente passato era così. Ma invece, tornando alla roccia, siamo un po’ tutti ossessionati dal grado. Come vivi la costante ricerca del grado che contraddistingue questo periodo storico? Avrai letto di Margo Hayes, la prima donna a chiudere un 9a+…

Ecco sì, quando ho visto di Margo è proprio lì, quando ho visto l’immagine di lei che piangeva, che sono stata contenta di aver mollato questo approccio all’arrampicata, quindi la ricerca del grado più alto. Un atteggiamento che porta a un sacrificio del proprio essere e del proprio corpo. Si vuole raggiungere quell’obiettivo e solo quello. Solo per un numero. Non è che un 9a è qualcosa di più di un bel 7b in montagna, per dire. Oggi mi interessa più la purezza della via, non che sia dura a priori. Non mi importa che ci sia un grado difficile, non mi interessa più questo approccio. Quelli che parlano di gradi spesso non sanno cosa sia arrampicare in montagna. Non sanno cosa è il Pesce, per esempio.

Sei un po’ in controtendenza rispetto ai discorsi classici dell’arrampicata sportiva.

Ma sì, quando ho visto Margo, da un lato ho detto “wow, che brava!”, ma dall’altro ho detto “mi fa un po’ orrore”. Primo per come è fisicamente, secondo per come si è ridotta per raggiungere quell’obiettivo, quel grado. Perché una ragazza di peso normale non fa il 9a+. Non so se mi spiego.

Anche perché ogni chilogrammo in più su uno strapiombo si fa sentire…

Sì, io questa cosa l’ho vissuta su me stessa. Molte possono dire che mangiano tanto, che non si limitano. No, non è vero. Sono fandonie. Se guardi alle ragazze di Coppa del Mondo, quelle che vanno sul podio, hanno un fisico assurdo. E non è proprio il massimo.

Certo. E se devi rovinarti l’esistenza e ridurre la tua aspettativa di vita con una alimentazione non corretta e con una forma mentis ultra competitiva, solo per un grado in più, che senso ha?

È tutto collegato. Puoi vedere ragazzi e ragazze che si arrabbiano e piangono in falesia perché non chiudono un progetto. Ovvio che poi la mente ne risente. Io quando ero così, quando facevo gare, era ben diverso. Quando poi ho cominciato a fare alpinismo e ho messo su peso e muscoli, quelli che servono per questa attività, mi sono ritrovata a essere più felice.

Non posso che essere più d’accordo. Tu hai lasciato l’arrampicata sportiva per l’alpinismo. Ma come fai a non perdere il fuoco dentro?

Vedi, l’arrampicata è limitante perché vai in falesia, cerchi il grado più duro e stop. In alpinismo hai letteralmente mille cose che puoi fare. Per dire, ora sto pensando a tutto ciò che posso fare sul Monte Bianco. Le possibilità sono incredibili. E tutto solo in Italia, si chiaro. Penso che non riuscirò mai a fare nemmeno la metà delle cose che ho pensato. Non dirò mai “sono stufa”, con l’alpinismo. Puoi cambiare sempre posto, ambiente, cultura. Poi oddio, è anche bello fermarsi ogni tanto e tornare a casa. Ho infatti deciso di iniziare il percorso da Guida alpina, quindi prima o poi mi fermerò. Di sicuro, sono certa che non mi stuferò.

Stupendo. Dunque, ti faccio l’ultima domanda poi ti lascio al tuo allenamento. È sul tema della rinuncia, un tema non facile. Perché l’alpinismo è da sempre un’attività maschia, fiera. Quindi ammettere una sconfitta non è proprio così onorevole. Eppure arriva per tutti quel momento in cui bisogna dire “okay, torno indietro, oggi non ce n’è”. Quanto conta per te la rinuncia?

Adesso che, come ti dicevo prima, la cosa mi ha toccato perché questo mio amico a cui ero molto affezionata è mancato proprio perché non ha saputo rinunciare a una cosa che voleva fare, io sono dell’idea che bisogna sempre tenere in mente le valutazioni delle condizioni in cui si esce. Se tu sai che le condizioni non ci sono ed esci lo stesso, sei consapevole che stai rischiando molto. Non bisogna mai cercare di essere superiori alla natura. Io sono dell’idea che un vero alpinista è quello che rinuncia. O, come dicono molte guide alpine, il vero alpinista è colui che arriva alla pensione. Le montagne non si spostano, si può sempre tornare.

 


Noi di Alpinismi siamo sicuri che non c’era malizia nelle parole di Federica Mingolla, ma riceviamo e pubblichiamo una precisazione di Federica:


«Vorrei precisare quanto è uscito nell’intervista del 1° marzo scorso. Capisco che ad una prima lettura, alcuni miei discorsi a “tinte forti” possono aver urtato la sensibilità di molte persone, soprattutto di chi è appassionato di arrampicata come me.
Sento perciò l’esigenza di spiegare meglio cosa ho inteso, riferendomi ad esempio alla recente performance di Margo Hayes, sulla quale sono stata interpellata durante l’intervista. Quando ho visto questa ragazza piangere di gioia per il suo risultato, ho capito che quel tipo di approccio all’arrampicata non mi appartiene più da diverso tempo. Ho infatti vissuto i miei primi anni alla ricerca della performance, e comprendo bene cosa si provi, e come spesso, per una ricerca estrema del risultato e del grado, io abbia rischiato di compromettere la mia salute e serenità.

So quanto il mondo dell’arrampicata possa essere duro, e da donna rivolgo un pensiero di solidarietà alle arrampicatrici che, per ottenere risultati eccezionali, si sacrificano per anni allenandosi duramente.

Rivolgo quindi ancora i miei complimenti a Margo Hayes per la sua eccellente prestazione».

Federica Mingolla

By | 2017-03-03T17:49:40+00:00 1 marzo, 2017|

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