Lo sosteniamo sin dal principio: «L’avventura non è una prerogativa delle montagne, delle corde o di qualche difficile parete inviolata». Esistono diversi livelli di ‘ingaggio’ in un progetto, e l’intensità varia a seconda delle condizioni climatiche, dell’isolamento, dell’approccio mentale e non da ultimo dell’età. Ora, ben lungi dal voler far passare per ‘troppo avanti negli anni’ i nostri ospiti di oggi, vi presentiamo l’impresa realizzata da Giuliano e Cosetta in sella al loro fido 4×4, nel cuore dell’Asia Centrale, sino a intravedere il confine con l’Afghanistan. Una storia che profuma di entusiasmo, esperienza e di una buona dose di coraggio.

Testo e foto di Giuliano Valla

Sono da sempre attratto da paesi lontani ed esotici. Probabilmente ho subito l’influenza delle letture adolescenziali, a partire da Emilio Salgari, così, non appena è stato possibile io e mia moglie Cosetta ci siamo messi in viaggio. Mi chiamo Giuliano Valla, sono un ragazzo di 72 anni, una vita come artigiano del ferro, mentre Cosetta, mia moglie quasi un lustro più giovane, ex parrucchiera. Viviamo a Campagnola in provincia di Reggio Emilia.

Viaggiamo seguendo un nostro codice etico, volto a vivere quanto più possibile l’ambiente fruito, quindi avvicinare gli abitanti, conoscerne la parte più autentica, ‘naturale’. Ci interessa la gente comune, meglio quella non abituata ai tour organizzati. Quando possibile gestiamo ogni fase del viaggio, in autonomia, dalla richiesta visti all’itinerario, ma non disdegniamo la parola di un amico o qualche spunto dalla rete.

Belveder, Strada Militare, Georgia

Le nostre avventure su strada iniziano nel 1976, con un splendida moto Jawa 350 due tempi di fabbricazione cecoslovacca, acquistata usata. Il mezzo ideale per una sortita in Jugoslavia. Nel 1982, assieme a nostro figlio Simone classe 1971, ancora in moto, stavolta con Guzzi e BMW siamo stati in Marocco, in Grecia e in Turchia. Sia chiaro, durante il viaggio evitiamo sistematicamente le autostrade. Preferiamo vie di comunicazione secondarie, ritrovi e ristoranti alla mano, popolari, dove è possibile osservare la vita vissuta di un luogo. Di tanto in tanto accettiamo di buon grado l’ospitalità di qualche famiglia, l’occasione migliore per entrare nella vita domestica e capire cosa accade oltre le quinte, in ambito domestico…dalle due ruote siamo passati alle auto. La prima è stata una minuscola Citroen Mehari, che ci ha accompagnati in Marocco, Tunisia, Turchia, Siria e Giordania. Il 1994 è l’anno della svolta, optiamo per il nuovo Land Rover Discovery,(l’attuale Disco) inaugurato con un viaggio in Libia. Poi avanti così sempre nel bacino del Mediterraneo, nel Caucaso (Georgia, Armenia, Azerbaijan), ogni anno abbiamo dedicato un mese alle sortite internazionali.

Dal 2009, oltre all’Iran, abbiamo viaggiato per l’Asia Centrale, il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Tajikistan, il Kirghizistan e quest’anno abbiamo deciso di tornare nella nostra amata Asia Centrale. Con noi sempre lo stesso mezzo, il ‘Disco’, adattato alle nostre esigenze, neanche fosse una casa su ruote. Abbiamo rimosso i sedili posteriori sostituiti con un comodo materasso in lattice, dove si dorme benissimo. L’abitacolo e la zona notte sono stati allestiti e adattati per lo stivaggio di quanto serve, abbiamo una piccola dispensa e una piccola scorta d’acqua che ci permette di lavarci ogni giorno. Di solito preferiamo prepararci la colazione del mattino, su un fornellino, mentre gli altri pasti li facciamo al bar o nei ristoranti di tutti i tipi e condizioni, siamo piuttosto flessibili in materia! A volte è difficile, ma troviamo impagabile viaggiare in questo modo, liberi di modificare il percorso sulla base degli stimoli recepiti durante il viaggio, senza un piano rigido cui attenerci.

Il viaggio ha sempre fatto parte della nostra vita, e vorremmo lo fosse anche in futuro. Tuttavia a decidere sarà la salute, e non da ultimo la deriva presa da questo mondo, mai come ora piccola e ristretto. Paure e divieti sembra vogliano dividere l’umanità, inculcando in ognuno di noi il rifiuto dell’altro, il diverso. Questo atteggiamento non può che danneggiarci.

Poi arriva il 2016, così Giuliano e Cosetta tornano on the road…

Nella vita delle persone a volte ci sono curiosità che non possono essere soddisfatte per svariati motivi. Essendo nati, fortunatamente, nella parte ‘fortunata’ del pianeta, noi questa possibilità l’abbiamo e, pensando a quanti vorrebbero averla ma non possono, l’abbiamo colta. Un altro motivo è stato la ricerca di autenticità. In Occidente, soprattutto le città, si assomigliano tutte, così come lo stile di vita. L’industria del turismo, evento inevitabile, struttura e pianifica lo spostamento delle persone quasi ovunque. Poter essere solamente ‘persone che viaggiano’ e non solo turisti che spendono, è per noi di grande soddisfazione. Infine la soddisfazione di essere noi i costruttori, nel bene e nel male della nostra esperienza.

Se poi seguiamo il detto “la vita è un viaggio, chi viaggia vive due volte”, ebbene noi lo abbiamo fatto!

Non ci sono motivazioni specifiche del perché una coppia, magari un po’ avanti negli anni, decida di farsi 23.000 chilometri su strade di ogni tipo, la maggior parte nelle ex repubbliche Sovietiche dell’Asia Centrale. Probabilmente cercando una spiegazione è la stessa che spinge persone più giovani, o i viaggiatori del passato, magari anche quelli del futuro. Probabilmente la curiosità e la voglia di vivere giorno per giorno realmente la propria vita sulla strada.

Tomba nomade , verso Kochkor

La Strada è senza dubbio la protagonista. Un luogo di incontri, depositaria della varietà delle persone, trasmette in ogni istante la latitudine e l’atmosfera di un luogo. La Strada non mente, non è preparata a farlo. Per il turismo di massa costituisce uno strumento, un passaggio preferibilmente veloce da un’attrazione all’altra. Per noi la Strada è il canovaccio sul quale giorno dopo giorno l’esperienza del viaggio lascia le proprie tracce, appunti indelebili dei quali ci nutriamo, ne abbiamo bisogno per completarci e costruire dentro di noi una nuova stanza, un luogo estemporaneo in cui custodire i nostri ricordi. Abbiamo scelto come destinazione paesi che occupano pochissimo spazio nel quadrante internazionale, ma che in passato hanno fatto la storia dell’umanità. Basta ricordare i viaggiatori che nelle svariate Via della Seta, hanno portato e ci hanno fatto conoscere civiltà allora sconosciute.

Ma veniamo al nostro viaggio. Dedichiamo buona parte dell’inverno al nostro progetto: ricerche in Rete, mappe di vario tipo, messa a punto del Disco, compreso un buon allestimento interno in cui dormiremo magnificamente per 90 giorni. Certamente occorre un discreto spirito di adattamento, buona salute, e una incrollabile curiosità alimentare.

Con un visto per la Russia di tre mesi in tasca, ad inizio aprile il Disco lascia il garage diretto verso l’ex Jugoslavia. Gli spetta un duro lavoro, un lungo viaggio via terra attraverso Balcani (Ex Jugoslavia), Bulgaria, Grecia, Turchia, Georgia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e ritorno.

Attraversiamo relativamente veloci l’Ex Jugoslavia. In Bulgaria puntiamo a sud. Passeremo tra i monti Rodopi dove vivono i musulmani Pamacchi, riconoscibili per gli abiti tradizionali delle donne. Da lì entreremo nell’amata Grecia, e poi in Turchia, sempre evitando le autostrade. Avremo pochissimi controlli e anche i turchi, generalmente molto vivaci, ci sembrano più afflitti e pare stiano soffrendo molto a causa del terrorismo. Frequentiamo la Turchia da tantissimi anni e, spiace dirlo, abbiamo l’impressione che con l’attuale corso politico il Paese sia molto meno laico. Almeno a giudicare dall’abbigliamento femminile e dalla quasi impossibilità di trovare birra al ristorante. Comunque massimo rispetto per le loro scelte.

L’Anatolia scorre sotto le nostre ruote chilometro dopo chilometro, fino a giungere nella spumeggiante Georgia, un paese con una grandissima voglia di riscatto. Suv enormi e Fast Food ci sorprenderanno ovunque anche per la forte antitesi rispetto ad una parte della popolazione anziana, che cerca in mille maniere con piccoli commerci di racimolare qualche soldo. Infatti i mercati propongono molti prodotti provenienti dalla campagna, donnette un po’ sciupate offrono formaggi e frutta. Non sappiamo se tutte venderanno, data l’offerta di molto superiore alla richiesta.

Il valico di frontiera Kazbeghi-Vladikavkaz ci accoglierà in Russia. Ordine e precisione: guai uscire dall’auto! Comunque le pratiche, molte inutili (lo vedremo in seguito) saranno relativamente veloci e in un paio di ore il Disco avanza a pieni giri sulle sorvegliatissime strade russe.

Passeremo così Nalcik e Stavropol diretti ad Elista.

Elisa, la capitale della Kalmucchia ci accoglie coi suoi colori e i suoi templi. I discendenti mongoli di religione buddista hanno fatto di questa città un vero gioiello. Giganteschi tamburi e ruote della preghiera sono disseminati ovunque e in tanti, mentre camminano per la città, si soffermano a farle girare. Essere ammessi poi, nel grande tempio, alla funzione religiosa, ci ha fatto capire fino in fondo il significato della parola “mantra”.

Turchia interna, verso Giresun

Astrakan, l’ultima e bella città russa, sarà il nostro ingresso in Kazakistan. Confessiamo di essere stati un po’ in apprensione  in quanto sprovvisti del visto. Infatti, per un periodo di prova che scadrà nel 2017, il Kazakistan dovrebbe accettare visitatori stranieri, tra cui italiani, per un soggiorno massimo di 15 giorni senza obbligo di visto. Tutto a meraviglia e un grande sospiro di sollievo, conoscendo il rigore di tutti questi ex Sovietici poteva essere complicato! Il problema si rivela un altro: le strade! Già chiamarle strade pare un complimento. Il tragitto tra Astrakan e Atyrau si rivela tra i peggiori del viaggio. Oltre 300 km di buche, voragini, avvallamenti, polvere e fango (esattamente, tutti e due!). Il nostro Disco patisce non poco. Infatti sarà ad Atyrau poi, che un bravo meccanico di origini georgiane, ci riparerà il servosterzo (già cagionevole da prima) che gli orrendi ostacoli stradali ci hanno definitivamente messo fuori uso. Decidiamo, anche perché la strada è migliore, di puntare a nord, verso Oral al confine russo. Sappiamo che allungheremo il percorso ma vogliamo salvaguardare il nostro Disco in previsione delle migliaia di chilometri che ancora lo aspettano. Arriviamo così alla bella e tollerante Aktobe. Vedere ai lati di un immenso parco della città, frequentatissimo da tutta la popolazione in buona parte russa, una bellissima Moschea e una bella Chiesa ortodossa tutta dorata, quasi si parlassero, il nostro pensiero va a chi continua a fomentare il confronto di religione costringendoci a temere l’altro neanche fosse un carnefice!

Riprendiamo poi il nostro cammino. Il meteo ci è molto favorevole, cosa quasi indispensabile viste le scarsissime strutture inadatte a lunghe soste. Lungo la strada si incontrano abbastanza spesso nelle aree di sosta assieme ai servizi igienici (di cui è meglio non parlare!) delle rampe per poter controllare o, più spesso, aggiustarsi il mezzo. Chi guida un mezzo in Kazakistan deve per forza saper metterci le mani. In migliaia di chilometri non abbiamo mai visto un carro attrezzi! I meccanici però non mancano, pieni di morchia fino agli occhi, con qualche metro quadrato di pezzi d’auto o camion smontati sull’asfalto impegnati in riparazioni da farci drizzare i capelli. Insomma ci si deve arrangiare e le strutture non mancano.

Rottami di nave lago Aral

Scendiamo poi verso il lago Aralsk. Tutti sappiamo ormai la triste storia di questo bacino. Fino a non tantissimi anni fa era una risorsa per tutta l’Unione Sovietica. Ora l’acqua non si vede più, circoscritta in una zona molto interna. Quel che resta della città di Aral è solo polvere e miseria. Occorrono quasi settanta chilometri di pista sabbiosa per arrivare ai relitti delle navi, ormai solo rottami, perse in una steppa piena di rifiuti e da cui è impossibile vedere quel che resta del lago lontano altri 150 chilometri. Che tristezza raccogliere in mezzo alla sabbia conchiglie che hanno vissuto felici nell’acqua!

I luoghi di sosta, come i distributori di carburante, sono molto distanti tra di loro e quando troviamo una bella ed originale struttura è un vero paradiso. Se poi l’ampio salone ristorante è dotato di bassi tavolini e soffici tappeti è il massimo. Stanchi camionisti ci si ficcano con piacere sotto l’occhio vigile di autoritarie cameriere (altro che donna islamica sottomessa!) pronte a riprendere “giganti del volante” un po’ disordinati. Il caldo comincia a farsi sentire. Attorno a noi solo il deserto e branchi di bellissimi cammelli a due gobbe che stanno mutando la pelliccia invernale. Siamo ansiosi di arrivare a Baykonur, il famosissimo cosmodromo. Saremo anche infantili, ma quando ci viene concesso di poter fotografare l’entrata della base fatichiamo a trattenere la commozione. Pensare che da quel luogo l’essere umano parte per lo spazio infinito, a volte senza garanzie di ritorno, ci emoziona molto. Così passiamo Kizilorda diretti a Turkestan. La bellissima cupola blu del mausoleo Khoja Ahmed Yasawi con il suo parco, di sabato è pienissima di persone. Non è la prima volta che ci capita, ma in molti si interessano a noi e voglio fotografarsi assieme!

Puntiamo verso la campagna per sfuggire alla canicola. Belle ed immense risaie caratterizzano questa zone e quando arriviamo ad Otrar al Mausoleo di Aristan Bab si sta proprio bene. Una quantità sorprendente di fedeli affolla questo luogo tra i più sacri dell’Asia Centrale fin dal mattino presto. Arrivano gioiosamente in pullman visitando vari luoghi, alcuni per noi poco comprensibili come pozzi o colline addobbate con nastri e bandierine. Comunque l’atmosfera è molto gioiosa e ben lontana dal fanatismo religioso mussulmano da cui siamo giornalmente terrorizzati. Ci sono anche tante ragazze ben vestite e disinibite che si scattano selfie e, anche qui, esigono una foto assieme a noi! Passiamo poi Shymkent e Taraz. La steppa comincia a scomparire e all’orizzonte si stagliano le montagne del confine Kirghiso.

Steppa, Kazakstan

Arriviamo agevolmente a Bhiskek dal valico di Kara Balta. Passeremo a salutare la famiglia dell’amico Kenjebek, conosciuta in un passato viaggio. Frequentare qualche famiglia ci ha sempre arricchito perché è un’occasione per assorbire appieno il carattere e lo stile di vita degli abitanti. Del resto la loro ospitalità è semplicemente squisita. Una qualità che, temiamo, la “modernità” del nostro mondo ci ha fatto dimenticare.

In Kirghizistan, paese pieno di montagne di alti valichi, la temperatura scende di molto. Comunque siamo ben equipaggiati e le strade sono sgombre dalla neve che, invece copre buona parte delle montagne. Puntiamo a sud ma prima dobbiamo superare due splendidi passi sui 3500 mt. Il Disco è messo a dura prova dalle ripidissime salite. Fortunatamente la strada è decente e così, superati i passi, una splendida vallata si presenta ai nostri occhi. I pastori stanno cominciando, dopo l’inverno, a popolare la vallata con le loro Yurte. Camion stracarichi di materiali ed animali stanno montando le loro residenze. Abiteranno li fino alla fine dell’estate.

Nel frattempo qualcuno già comincia a produrre formaggi e latticini che vengono venduti ai bordi della strada. In molti ci invitano nelle loro yurte, magari anche per la notte ancora fredda. Del resto, pur molto semplici, nelle loro tende non manca niente. Dentro la yurta poi troneggia un’enorme stufa alimentata da sterco, che la rende molto confortevole. Oltre la vallata scorgiamo il lago Toktogul circondato da splendide montagne. Purtroppo non siamo dei camminatori ma, se lo fossimo, quei monti incontaminati sarebbero senz’altro una meta interessante. Sulla strada, seppur trafficata, incontriamo tante greggi. Mucche, pecore e soprattutto cavalli si stanno spostando per raggiungere i pascoli primaverili. Piove abbastanza spesso e vedere tanti pastori-bambini cavalcare orgogliosamente i loro cavallini, non possiamo non pensare ai nostri viziatissimi figlioli. Finalmente torna un bel sole e i tramonti sul lago sono veramente impagabili. Anche i pastori che abitano sulle rive, la sera si affacciano per godersi il tramonto. Puntiamo nuovamente a sud, verso Jalalabad e Ozgon. Questa zona fa parte della valle Fergana, condivisa con l’Uzbekistan. Passeremo a salutare la famiglia del meccanico che 5 anni fa ci aggiustò il Disco.

Loro sono di etnia uzbeka pur abitando fin dall’epoca sovietica in Kirghizistan. Tutta la zona poi è a maggioranza uzbeka e il pittoresco mercato di Ozgon ne è la dimostrazione. L’incredibile varietà di merce che vi si trova non può fare che la gioia di qualsiasi buongustaio e di qualsiasi fotografo. Del resto le persone sono molto disponibili e raramente si rifiutano di farsi fotografare. Verdure e carni ben esposte, tra cui le grasse e costose code di pecora, ci hanno positivamente gratificato.

Ora sarebbe il momento di cominciare a risalire e vorremmo raggiungere Narin passando da Kazarman per una lunga strada secondaria. Così cerchiamo informazioni agli autisti del posto. Veniamo decisamente sconsigliati perché quella strada in questa stagione non è sicura. Così non ci rimane che tornare indietro verso Bhiskek e tagliare poi verso Kochkor, che raggiungeremo attraverso una stradaccia pressoché deserta.

In questa zona le carrabili sono tutte un cantiere. Ci si è messa anche la pioggia a complicare le cose, sembra un enorme pantano. Il vantaggio è che passando per villaggi semiabbandonati si possono osservare testimonianze di vita passata, come i cimiteri con belle tombe dipinte che richiamano la professione pastorale del defunto.

L’autore durante il viaggio

Kochkor è una bella cittadina, posta sulla strada che toccando Narin porterà in Cina attraverso l’altissimo e difficoltoso Torugart Pass. Noi ci fermeremo prima, però arrivare così vicino al passo per visitare l’ultimo e bellissimo caravanserraglio sotto una tormenta di neve è stato molto emozionante. Provate a immaginare quanti in passato hanno calcato questa difficile pista, delineata nel fitto di montagne altissime, con i loro animali al seguito. Quel importanza rivestono luoghi simili per lo sviluppo delle civiltà, la diffusione della conoscenza, della fede, e ovviamente delle guerre. Tash-Rabat impressiona per la mole e l’isolamento: cosa daremmo per passare una serata ed ascoltare i discorsi dei viaggiatori, che con le loro bestie facevano viaggi che duravano mesi o forse anni? Avremmo passato volentieri la notte nei pressi di Tash-Rabat (magari qualche fantasma ci avrebbe accontentato!) ma la tormenta ci preoccupa. Soprattutto per le condizioni della strada in rifacimento, invasa dal pantano. Dormiamo così a Narin, non prima però di una cena con gigantesco shaslik di pecora in una freddissima e rumorosissima Yurta. Chissà perché questi kirghizi amano torturarci le orecchie con orribile musica a tutto volume rovinandoci la cena? Anche il Disco ha sofferto un po’ della lunghissima strada fangosa. Da qualche tempo si sentono stranissimi cigolii e vibrazioni. Fortunatamente, con lo scorrere dei chilometri tutto scompare. Probabilmente le cause erano gli spruzzi di fango arrivati ovunque addirittura sulle cinghie del motore. Issyk-Kul è un grande e profondissimo lago. Con le sue acque blu e incastrato tra i monti del Thian-San è veramente spettacolare. Percorriamo la parte sud, quella non toccata dal turismo. In effetti percorreremo una lunga zona pressoché disabitata dove troveremo difficoltà anche a trovare un ristorante. L’unico ristoro giunge a Barskoon, ma saremo messi alla porta alle nove in punto, l’orario di chiusura. La nottata però sarà tranquillissima e favolosa, sotto una via lattea da sogno. In quasi tutto questo viaggio scorderemo il significato di ‘inquinamento luminoso’.

Karakul, all’estremità est del lago è una brillante e interessante città, ben fornita di tutto. Ogni tanto abbiamo bisogno anche di un minimo di comodità, come ad esempio un buon ristorante e una connessione internet. Ci sono anche due piacevoli edifici in legno: una Moschea cinese e una Chiesa ortodossa che anche qui convivono pacificamente. Essendo Karakul molto vicina al confine con la Cina Uygura dello Xinjiang, la Moschea ne rappresenta un passato culturale molto interessante. Effettivamente anche gli abitanti denotano tratti spiccatamente estremo orientali, più che in altre parti, come le ragazze dell’ottimo ristorante che scegliamo anche come base logistica. Siamo molto interessati al famoso mercato della domenica, dove un numero impressionante di persone e di animali riempie il grande spazio alle porte di Karakul, fin dall’alba. Osservare uomini, donne e ragazzi arrivati anche da molto lontano con le loro bestie, con i più improbabili mezzi, come vecchissime automobili col baule pieno di pecore, andiamo col pensiero alle prospettive occidentali, alle nostre comodità. Le loro misere condizioni, i loro fagotti con il cibo, l’amore e la cura per le bestie in attesa di un compratore (e cosi di qualche soldo!) ci fanno toccare con mano il divario esistente tra noi e loro. I giorni passano e si starebbe proprio bene al fresco dei 700 metri del lago, ma abbiamo ancora tanta strada fare. Ci portiamo così verso il confine col Kazakstan attraverso la valle Karkara. Anche qui la zona è quasi disabitata e l’asfalto cede il posto ad una ennesima pista orribile, ma ormai ci siamo abituati. Il sito archeologico di Santash-Ashuu, che appare nell’immensa e disabitata valle, si presenta come un’enorme cumulo di sassi. Si dice rappresentino il numero dei soldati dispersi al ritorno delle scorrerie di TamerlanO, chissà!

Steppa fiorita Kakstan

Comunque sia, l’isolamento di tutta la valle ha del magico. Solo qualche Yurta e piccolissimi villaggi. Non troveremo nessun ristorante. Così, nella fredda serata mangeremo frettolosamente qualche nostra provvista per poi barricarci nel Disco col sole al tramonto.  In quella desolazione saranno tre giovanotti in vena di festeggiamenti a voler brindare con noi, alle tre di notte, con abbondante Vodka che per loro deve essere una gran medicina! Appena aperto la porta del Disco però, viste le loro condizioni, ci rendiamo conto che forse sarebbe meglio declinare l’invito, cosa che indispone non poco il terzetto. Fortunatamente riusciamo a richiudere ma vista la reazione, capiamo di averli delusi non poco! Il Kazakistan ci accoglie di nuovo. Questa parte est racchiude cose molto interessanti. A cominciare dal Saryn Canyion, una spettacolare gola scavata dall’antico corso del fine omonimo. Dormire poi all’interno del parco tra le montagne e completamente isolati è stata una bella esperienza.

Il Kazakistan è un paese con tante cose interessanti. Il grande problema però sono le immense distanze e le condizioni delle strade che, soprattutto questo periodo pre-estivo, se non sono asfaltate, sono un mare di polvere che intasa inesorabilmente il filtro del Disco. Così vediamo ben poco del parco di Altin Emel. In compenso sarà la città di Zharkent  a farci contenti. Qui la Cina è veramente vicina e la presenza Uygura è ancora molto forte. La magnifica Moschea, tutta in legno preserva intatte le identità regionali.  Poter visitare un così splendido monumento, però sotto l’occhio vigile di due inflessibili guardiane, è stato per noi un autentico privilegio. La bellezza del luogo risalta ancor di più per la totale mancanza di bancarelle di cianfrusaglie che ormai inquinano i posti più belli del pianeta. Non ci stancheremmo mai di guardare i colori gli intarsi della Moschea che, con la sua splendida linea, rimane una delle cose più belle che abbiamo visto in questo viaggio.

Con la città di Zharkent tocchiamo la parte più ad est del nostro viaggio ed è ora di invertire la direzione.  La primavera avanzata ha reso verdissima la steppa. Immensi prati con splendidi fiori costeggiano la strada semi-deserta che ci porta ad Almaty, ex capitale del Kazakstan. Qui è tutto un cantiere. Strade e tangenziali, realizzate o in rifacimento agevolano il compito. Sostiamo in un simpaticissimo ristorante che ha steso i suoi baldacchini sotto gli alberi. Non ci sarà concesso di pagare l’abbondante colazione semplicemente per il fatto di essere turisti italiani, e questo, oltre a farci piacere, ci inorgoglisce non poco!