testo e foto di Emanuele Confortin

I nomadi kouzari sono i discendenti delle antiche comunità pastorali presenti sull’altopiano iraniano sin dagli albori dell’Impero Persiano. L’origine di questi gruppi non è del tutto chiara, ma sembra siano giunti in Iran dall’Asia Centrale, a seguito di lunghe transumanze alla ricerca di nuovi pascoli o per fuggire da guerre e persecuzioni. Negli ultimi cinque anni, il numero di nomadi ancora attivi nella pastorizia è sceso da 3 milioni di individui a circa 1,2 milioni. Questo pesante ridimensionamento è una conseguenza della diaspora interna verso le città, avviata in particolare dai più giovani, per i quali un’esistenza grama in qualche sobborgo urbano è preferibile al lavoro itinerante sulle montagne.

Incontro i kouzari nel villaggio di Jiderzar, una dozzina di case di pietra e fango sparpagliate a 2.500 metri sopra la Behest-e-Gomshodeh, rigogliosa vallata in cui scorre il torrente Kor. Siamo nel cuore dei monti Dena, dorsale compresa tra le città di Shiraz e Isfahan, sottogruppo della catena dei Monti Zagros, questi ultimi considerati la terra di origine dei curdi iraniani. L’area dei Dena misura 80 chilometri di lunghezza e 15 di larghezza, e comprende 40 cime di altezza superiore ai 4mila metri, fino ai 4.409 metri del Qash-Mastan, la vetta più alta. Il villaggio di Jiderzar sembra svincolato da qualsivoglia logica urbanistica. Non c’è un vero e proprio centro, tantomeno un edificio religioso che funga da catalizzatore per la comunità. Ciononostante i Kouzari di Jiderzar convivono in piena armonia, osservando le stesse gerarchie esistenti prima di diventare un gruppo semi-stanziale, basate sull’autorità indiscutibile del pater familias.

Arrivo a Jiderzar nella tarda mattinata di fine agosto. Malgrado la quota e la brezza proveniente dalle montagne, la temperatura supera abbondantemente i 25 gradi. L’abitato sorge su una brulla distesa riarsa dal sole, circondata da piantagioni di alberi da frutto, da foresta spontanea, mentre più in basso si estendono terreni coltivati a cereali e orto. Le strade del villaggio sono in gran parte deserte. Le donne lavorano in casa mentre i maschi sono sparpagliati tra i campi per svolgere le attività quotidiane, a partire dall’irrigazione, questione vitale per il mantenimento delle colture. I più giovani sono partiti di buonora per condurre le greggi al pascolo, in quota.

Agricoltura a parte, oggi come un tempo il cuore pulsante dell’economia kouzari è costituito da pecore e capre, preziosa fonte di reddito attorno alla quale gravita l’universo di esperienze e saperi alla base dell’iper-specializzazione di questo popolo. Del resto «il mercato della carne in Iran non conosce crisi, in particolare per i pastori nomadi, i quali scelgono di stagione in stagione pascoli freschi, pertanto non devono somministrare integratori o mangimi agli animali, così i loro costi d’impresa risultano estremamente bassi. Sono tra i lavoratori più agiati dell’Iran, guadagnano più di un tecnico laureato». Spiega Reza, la mia guida di Shiraz, 58enne ingegnere delle telecomunicazioni rimasto disoccupato a seguito dell’imposizione delle sanzioni economiche, comminate a Teheran come ritorsione e ostacolo alla proliferazione nucleare iraniana. Spetta a Reza fungere da interprete, mentre sediamo a gambe incrociate sui tappeti di lana stesi al suolo nell’abitazione di Muhammad Kouzar, membro influente della comunità di villaggio. È lui ad accoglierci sulla porta e a fare le presentazioni. I figli maschi vengono per primi, poi la moglie, l’unica donna a permettersi qualche passo nella nostra direzione, infine le nuore, che salutano impacciate affacciandosi appena dalla cucina. L’abitazione in cui siamo ospiti è abitata da una famiglia allargata composta dalle cinque figlie e dai quattro figli di Muhammad, cui si aggiungono le due mogli dei figli maggiori e i rispettivi tre nipotini.

Jiderzar è un presidio relativamente recente, fondato qualche decina di anni fa da alcune famiglie Kouzari che hanno scelto di adottare uno stile di vita semi-stanziale, sostituendo stuoie e tende con dimore fisse, edificate nel rispetto dei canoni tradizionali dell’area. Malgrado la scelta di abbandonare la vita itinerante, Muhammad e le altre famiglie Kouzari del villaggio hanno mantenuto rapporti saldi con i gruppi nomadi tuttora attivi sui Monti Dena, alcuni dei quali sono accampati nei dintorni. La pastorizia rimane l’attività primaria anche al villaggio, ma resa più onerosa dalla necessità di somministrare mangimi e fieno agli armenti nei periodi di siccità o in inverno, problema inesistente per i transumanti. Vivere al villaggio significa però sfruttare al massimo il territorio, in particolare la coltura di verdure, legumi e alberi da frutto, cui si somma l’apicoltura e la raccolta del miele selvatico, venduto a 65 euro al chilo. «Nel villaggio vivono nove famiglie. Ci dividiamo i lavori in modo da poter sfruttare le competenze degli altri», spiega Muhammad sorseggiando un bicchiere di dough, bevanda a base di acqua, yogurt e spezie mescolati assieme, consumata come digestivo, a fine pasto. «Le attività iniziano al mattino presto con la mungitura delle capre. Subito dopo sono condotte al pascolo da alcuni ragazzi che seguono le greggi del villaggio». A quel punto viene l’irrigazione e la cura dei frutteti, attività affidate a famiglie specializzate operanti per conto di tutto il clan, mentre qualcuno lavora il latte per ottenere yogurt e burro, altri ragazzi scendono a valle a dorso d’asino per vendere noci, pesche, mele e frutti di stagione. Ogni operazione viene eseguita dai padri con il supporto dei figli, a prescindere dall’età, fino a quando i giovani diventano indipendenti. Così facendo si creano le basi per la trasmissione dei mestieri, requisito indispensabile per favorire il ricambio generazionale, e la sopravvivenza del gruppo.

Nel caso dei Kouzar di Jiderzar, l’avvicendamento tra padri e figli sembra stia avvenendo senza problemi, tuttavia, a seguito di un recente censimento sulla popolazione nomade iraniana, è emerso uno scenario allarmante. Dei quasi 3 milioni di pastori nomadi attivi nel 2010, oggigiorno ne rimangono appena 1,2 milioni, e il trend sembra destinato a peggiorare. «I giovani non sono più disposti a lavorare sugli altopiani isolati per mesi, vivendo in tende assieme alla famiglia», spiega Reza. «Molti di loro sono affascinati dalla vita di città, pertanto cercano la fortuna a Shiraz, a Isfahan, a Teheran». Se non bastasse, aggiunge l’ex ingegnere, «molti giovani abbandonano un lavoro sicuro e redditizio, accettando occupazioni di basso profilo in città, talvolta degradanti, nella speranza di costruirsi un’esistenza migliore dentro quattro pareti in cemento in periferia».

Ciò accade malgrado la disoccupazione giovanile sia arrivata al 25,2% (10,8% il tasso generale). Su 64 milioni di iraniani, 23 milioni lavorano, di questi 7 milioni operano in nero. Se non bastasse, il salario minimo legale arriva a soli 231 euro, ancora lontano dalla soglia di povertà di 672 euro per una famiglia di quattro persone. Significa che un singolo lavoratore, in Iran, copre circa un terzo del fabbisogno minimo familiare. A poco sono servite le accese manifestazioni delle organizzazioni sindacali, a partire dalla Free Union of Iranian Workers che associa lavoratori licenziati o disoccupati. Ad inizio 2015 l’amministrazione Rouhani è stata pesantemente criticata per l’introduzione del nuovo minimo salariale, sproporzionato rispetto al tasso di inflazione salito al 37%. Come conseguenza delle sanzioni economiche, il potere d’acquisto degli iraniani è crollato, al pari dell’economia nazionale che ha perso un ulteriore 20%. In questo scenario, a farne maggiormente le spese sono gli abitanti delle città, dove il costo della vita è maggiore, e maggiori sono le difficoltà a trovare un’occupazione stabile. È qui, ai margini dei centri urbani, che la diaspora dei nomadi alimenta le già gravi sacche di povertà. Per i giovani Kouzari il miraggio di una vita in città vale un qualsiasi lavoro degradante, non importa se sottopagato, saltuario o in nero. «Vanno ad affollare ulteriormente le periferie, vivendo in abitazioni fatiscenti – spiega Reza –, così si creano intere aree degradate, dove le amministrazioni locali non possono intervenire per mancanza di soldi». Ecco che in questi ‘slum’, fenomeno nuovo in Iran, mancano acqua corrente, fognature, ospedali, forniture elettriche, raccolta dei rifiuti e tutte le infrastrutture minime per assecondare lo sviluppo urbano.

Le conseguenze di questa diaspora ricadono anche sulle giovani donne kouzari. All’interno delle comunità nomadi, così come nei villaggi rurali dell’Iran, è diffusa la pratica del matrimonio combinato anche nella stessa cerchia famigliare. «Quando un giovane in età da matrimonio abbandona il villaggio, per le ragazze rimaste si riducono le chances di essere prese in moglie», spiega Reza. Mentre ai maschi è consentita piena libertà di movimento, per le donne kouzari, al pari delle iraniane, la mobilità è ristretta all’ambito domestico. Per loro è impensabile viaggiare senza accompagnatore anche per brevi periodi, figuriamoci trasferirsi in città da sole: troppo alto il rischio di compromettere l’onore della famiglia. Pertanto, una ragazza di vent’anni non ancora sposa rischia di rimanere zitella per il resto dei suoi giorni, vedendosi così privata del diritto di diventare madre, talvolta unica forma di riscatto di un’esistenza marginale. «Piuttosto di rimanere sole, spesso su pressioni della famiglia, queste ragazze finiscono per sposare uomini di città più anziani, che scelgono di avere una seconda moglie ‘segreta’, lasciata a vivere nel villaggio di origine», conclude Reza. «Questi mariti sono individui di dubbia morale e pochi scrupoli. Purtroppo gran parte di loro sono persone influenti, e spesso rivestono cariche religiose di spicco, ma non sono affatto dei sant’uomini».

L’intrusione di alcuni stranieri a Jiderzar viene presa in seria considerazione. La nostra attenzione verso questo microcosmo è fonte di orgoglio per Muhammad Kouzar e i suoi, pertanto decidono di onorare gli ospiti alla maniera tradizionale. Viene macellato un agnello e acceso il fuoco nell’area retrostante la stalla, all’aperto. Sul pavimento in cemento che funge da tetto per l’ovile degli agnelli neonati viene stesa una stuoia, quindi alcuni cuscini. Il banchetto inizia dopo il tramonto, attorno alle 20 e prosegue fino a notte fonda. Il menù prevede spiedini di agnello accompagnati da verdure, serviti su un disco di pane iraniano, il tutto innaffiato da bicchieri di dough o acqua. Verso mezzanotte, quando viene servita l’ultima serie di spiedi, Muhammad estrae da una borsa una bottiglia di vetro verde dall’aspetto familiare. Ha un’etichetta colorata con scritte in persiano che non capisco, ma quel grappolo d’uva disegnato lascia ben sperare. Del resto arriviamo direttamente da Shiraz, splendida città dell’Iran centro-meridionale da cui deriva il nome del vitigno tanto apprezzato nel mondo. Qui, prima della rivoluzione iraniana del 1978 la produzione del vino era molto diffusa, ma all’indomani della cacciata dello Shah Reza Pahlavi gran parte delle vigne sono state distrutte o convertite in colture di uva da tavola. Ebbene, qui, nel mezzo dei monti Dena sto per sorseggiare un calice dell’antenato del nostro syrah. Muhammad stappa e versa un calice alla volta, aiutato dal cugino e dagli amici giunti dalla città per un paio di giorni all’aria aperta. La bevanda è di colore rosso rubino, intenso al punto giusto. Magari è un prodotto lavorato in legno, il mio preferito. Quando tutti hanno in mano il proprio calice il padrone di casa propone un brindisi collettivo, e finalmente si può bere. Basta un sorso per capire. L’ardua sentenza tocca alle papille gustative, più svelte del cervello a tramutare quel corposo vino barricato in un modesto succo d’uva frizzante, neanche tanto fresco per giunta, buono a colazione con un croissant. Non resta che apprezzare il riflesso rosato sull’unghia un istante prima di bere. In fin dei conti il vino per l’Islam è haram, proibito, anche per kouzari, nel cuore dei Monti Dena.