Chi pratica l’alpinismo, che sia per una via lunga in Dolomiti o che sia per una traversata nel gruppo del Monte Bianco, sa che non bisogna lasciare nulla al caso. I pericoli oggettivi sono più o meno noti, ma quelli che molto spesso portano agli incidenti, anche mortali, sono dettati dai rischi soggettivi. Inesperienza, scarso allenamento, eccesso di fiducia, mancanza di sacrificio. L’improvvisazione miete vittime ogni anno. Non esistono montagne assassine, ma esistono persone che non sanno quali sono i propri limiti. E in un’epoca sempre più alla ricerca della magnificazione dell’ego, si rischia di arriva a un punto di non ritorno anche nell’alpinismo. Vale a dire, quindi, utilizzare trucchi scientifici o chimici al fine di arriva in vetta. Qualcuno dirà che sono sempre esistiti, ed è vero. Ma la storia che vi raccontiamo è emblematica dei tempi.

Adrian Ballinger non è un novellino dell’alpinismo. Nato nel 1976, è una guida alpina certificata dall’American Mountain Guides Association (AMGA). Ha un curriculum di tutto rispetto: Everest, Manaslu, Cho Oyu, Lhotse, Makalu, Kilimanjaro, Denali e Alpamayo. Nel 2004 ha fondato la sua società di spedizioni ad alta quota, la Alpenglow Expeditions. In pratica, offre dei pacchetti viaggio per scalare Everest, Cho Oyu, Aconcagua o Elbrus. È un modello di business che funziona. Negli Stati Uniti sono molte le guide che si prestano a tali operazioni commerciali. E il cliente non manca quasi mai. In genere è un facoltoso imprenditore o top manager, le uniche categorie professionali con una capacità di spesa tale da permettersi di staccare un biglietto per l’Everest per la modica cifra di 85.000 dollari, come nel caso di Alpenglow. Ballinger però non è diventato celebre con la percentuale di successi delle sue spedizioni commerciali, bensì per essere stato il primo, insieme a Cory Richards, a raccontare in tempo reale la sua ascesa dell’Everest sul popolare social media Snapchat, di recente quotato a Wall Street. Era il 2016 e Eddie Bauer, nota marca di abbigliamento sportivo negli USA, ebbe questa idea: dotare i due alpinisti di uno smartphone, complice la presenza dal 2010 di una cella 3G sull’Everest, al fine che pubblicassero aggiornamenti quotidiani della loro scalata. Operazione che ha fatto storcere il naso ai puristi della montagna, ma che ha avuto un successo mediatico di una certa importanza. Ballinger e Alpenglow erano sulla bocca (e sugli smartphone) di tutti.

Per merito dei social media, in particolare Facebook, la redazione di Alpinismi ha potuto scoprire, grazie all’economista e appassionato di montagna Michele Boldrin, la nuova avventura di Ballinger. L’agenzia finanziaria Bloomberg ha scritto, il 1° marzo scorso, un lungo articolo sulla nuova tendenza lanciata da Alpenglow, che promette di ridurre al minimo i tempi delle spedizioni in alta montagna. Bloomberg infatti riporta che Brooks Entwistle, partner di Everstone Group a Singapore, ha potuto scalare il Cho Oyu, la sesta montagna più alta al mondo coi suoi 8.188 metri, in soli 17 giorni, contro le normali sette settimane. E qui arriviamo al punto più controverso di tutta la vicenda. Entwistle ha sottoscritto un contratto con Alpenglow per quella che la società di Ballinger chiama “Rapid Ascent”. Si tratta di una tecnica considerata dall’alpinista nato in Regno Unito ma cresciuto negli USA «innovativa». In buona sostanza, invece di fare trekking per arrivar al campo base dell’Everest o della vetta che si vuole raggiungere, si usa l’elicottero. E per l’acclimatazione? Tenda ipossica, in questo caso lo Hypoxico Altitude Training System. Per otto settimane, nella casa del contraente, viene montata una tenda che mentre si dorme simula l’elevata altitudine, aumentando la percentuale di globuli rossi nel sangue. Più globuli rossi, più ossigeno trasportato, più performante il corpo. E dopo un allenamento di questo genere – obbligatorio, sottolinea Alpenglow sul proprio sito -, che prevede l’utilizzo di maschere specifiche anche durante il lavoro o l’allenamento in palestra, si parte. Prima in aereo e poi in elicottero fino al campo base, dove ci saranno un medico, una cucina dotata di tutti i livelli più alti dell’ospitalità occidentale, nove bombole di ossigeno per alpinista. Non solo. Nel caso dell’Everest, il WiFi illimitato in quattro campi (Base Camp, Interim Camp, Advanced Base Camp, e North Col Camp), senza prezzi aggiuntivi. Perché vuoi mettere farsi un selfie dal Colle Nord dell’Everest e postarlo su Facebook e Instagram e Twitter? O mandarlo via WhatsApp al tuo collega che invece sta chiuso in ufficio? Per la cronaca, per chi non lo ricordasse, il Colle Nord è a 7.020 metri di altitudine.

Adrian Ballinger e Cory Richards, via Snapchat

Adrian Ballinger e Cory Richards, via Snapchat

Quello che Ballinger chiede, rispetto alle altre società che organizzano spedizioni commerciali, è una maggiorazione sul prezzo finale del 30% in media, come riporta Bloomberg. Per esempio, per scalare l’Everest lungo la nord occorre sborsare 85.000 dollari, per totali 42 giorni di spedizione. Ma se uno non ha questa capacità di spesa può sempre ripiegare (si fa per dire…) sull’Aconcagua, la più alta vetta fuori dall’Asia con i suoi 6.962 metri. Costo totale per 14 giorni di spedizione in assetto “Rapid Ascent”? 12.450 dollari. Quanto il costo di una crociera di lusso, in altre parole. E circa seimila dollari in più rispetto a una spedizione tradizionale.

Facile immagine quindi che il target sia molto ridotto. Una ristretta cerchia di individui che possono permettersi tale trattamento, finora riservato solo agli atleti professionisti nell’atletica, nel ciclismo o nel nuoto, come Michael Phelps. Da un punto di vista economico, ha senso. Se c’è una domanda, ci deve essere un’offerta. Dal punto di vista etico, le considerazioni sono ben differenti. È o non è doping tecnologico utilizzare la tenda ipossica? Non è una condizione diversa rispetto a quanti usano Diamox o pseudo-efedrina (il comune Actigrip, per esempio) al fine di completare un’ascesa. I benefici sono evidenti e determinano un notevole vantaggio rispetto agli altri alpinisti.

Secondo Fabio Palma dei Ragni di Lecco «è doping tecnologico se applicato all’alpinismo». Palma sostiene sia una pratica che «non ha nulla a che fare con l’alpinismo vero, moderno, quello che cerca alte difficoltà tecniche con leggerezza di materiale e velocità». Questo perché «rimanda a un alpinismo di decenni fa (che a dir la verità pratica ancora qualcuno…), quello con campi base affollati, sherpa al seguito, e così via». Palma non la manda a dire a questi frequentatori della montagna: «Già li vedo dieci sherpa portare questa tenda, montarla, e poi arriva il pseudo alpinista ricco che si sdraia, si adatta, e voilà. Che vada in Patagonia, a Baffin, in Pakistan e Cina su pareti vere, dove si deve scalare e non ci sono sherpa che possano accompagnarti e montarti una tenda. E se in tali condizioni sei in grado di portarti questa roba e montartela da te, allora ti dirò che approvo».

Detto questo, la domanda che ci poniamo è la seguente: a che punto siamo arrivati? Chiunque conosca un minimo la storia dell’alpinismo moderno e contemporaneo è conscio che il tempo degli assedi alle vette più alte del mondo è finito. E quello delle spedizioni commerciali, di contro, è diventato sempre più la normalità. Il top manager di turno, annoiato e con un bel gruzzolo in banca, un giorno si sveglia di voler andare sull’Everest. Il tutto senza sapere nemmeno usare una jumar, o qualsiasi rudimento alpinistico, come ad esempio la progressione in conserva. Le guide delle spedizioni commerciali sono pronte per portarti di peso in vetta, mettendo a repentaglio la propria vita, la tua e quelle di eventuali altre cordate. Come non ricordare le vicende narrate in Aria Sottile di Jon Krakauer, sulla tragedia dell’Everest avvenuta nel 1996. Lui, Krakauer, le chiama espressamente “spedizioni turistiche”. E ha ragione, perché è questo di cui si tratta. È turismo ad alta quota, e altissimo rischio.

Ma c’è un altro aspetto che non va sottovalutato. Si tratta dell’etica. Volenti o nolenti, esistono codici non scritti nel mondo dell’alpinismo, come la precedenza sulle vie. Si tratta di rispetto, per l’altra cordata così come per sé stessi. Ma anche e soprattutto rispetto per la montagna, e per chi vorrà salirci dopo. Lo stile alpino – poco materiale, salita rapida e leggera, costi ridotti – è quello che a parere nostro costituisce il modo più etico e rispettoso di approcciare una spedizione alpinistica. Infatti, come spiega Mauro Loss, direttore della Scuola Giorgio Graffer di Trento, c’è una differenza enorme rispetto all’età dell’oro dell’alpinismo e alla rinascita dello stile alpino. «In un suo articolo di qualche tempo fa Reinhold Messner – il re degli 8.000 – ha definito gli ultimi 30 anni di avventure sugli 8.000 come il periodo “fast”. Ora leggendo l’articolo di Bloomberg direi che questi ultimi anni potrebbero dare il via ad un nuovo periodo denominato “Fast and Furious”», ci dice Loss.

E poi la tenda. Secondo Loss siamo in un’epoca in cui la tecnologia di altre discipline è giunta nell’alpinismo. «Siamo in un periodo in cui l’elemento cardine è l’utilizzo della tenda ipossica. Non si tratta certo di una novità nel mondo dello sport: nuoto, ciclismo e atletica (Alex Schwazer docet) l’hanno più volte sperimentata ma credevo e pensavo che l’alpinismo fosse rimasto immune da questo utilizzo distorto che sa tanto di doping, di truffa», spiega Loss. Nessuna sorpresa, però, ci dice: «Non mi meraviglia molto che le spedizioni commerciali dove il dio soldo è quello che comanda dove c’è l’obbligo dell’arrivo in cima, dove la rinuncia non è contemplata nemmeno se il rischio si eleva all’ennesima potenza abbiano o comincino ad inserirla nei pacchetti che offrono ai loro clienti». Un business, insomma. Che però potrebbe provocare danni significativi all’intero alpinismo. «Ma sarà questo il futuro di un’attività splendida e appagante come l’alpinismo? Tutto si ridurrà ad un mordi e fuggi senza passione, senza anima un considerare la montagna come qualcosa da conquistare a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo? E per cosa? Per una foto con la bandierina sulla cima di un 8.000 da esporre come trofeo dietro alla propria scrivania? Mah…», conclude Loss.

Sebbene riservato a pochi, il modello di spedizione promosso da Alpenglow rischia di diventare il primo di una lunga serie. E questo potrebbe significare, oltre alla perdita del piacere dell’avvicinamento a una vetta e la sua scalata in stile alpino, più inquinamento e più rifiuti. Come noto, infatti, l’Everest e altri 8.000 sono costellati di immondizia, dalle bombole abbandonate alle vettovaglie dimenticate. Legittima è la scelta di Ballinger, ma il punto è un altro. L’alpinismo aveva davvero bisogno di questo?