Heinz Mariacher: «Io, libero di non dover piacere»

foto iniziale: Atomic caffè, Lumignano, scattata da Heinz Zak

Durante la sua lunga attività ha scelto un approccio estremamente rigoroso alla scalata, basato sull’accettazione del rischio come componente qualitativa dell’esperienza e non quale conseguenza inevitabile. «Il rischio ha reso interessante il nostro gioco e superare la linea era parte di esso, altrimenti non sarebbe chiamato rischio. Ognuno deve capire o sentire quanto lontano può andare, e a volte qualcuno va oltre». Concetto che forse sintetizza la via scelta da Heinz Mariacher, senza dubbio uno dei più influenti scalatori del decennio compreso tra gli anni Settanta e Ottanta, ma la cui eredità giunge fino ai nostri giorni ed è ancora guardata con ammirazione, almeno da chi ha cultura sufficiente da rendersene conto.

Talvolta discusso per l’anticonformismo che ne ha caratterizzato le scelte e l’approccio, Heinz Mariacher conserva la sana abitudine di dire quello che pensa, di precisare quanto e quando serve. Non è un caso, infatti, se all’inizio di questo incontro con noi di Alpinismi, ha voluto chiarire il suo punto di vista definendosi non-alpinista. Posizione che scaturisce dal confronto e dallo scontro con i modelli tramandati dall’epopea dell’alpinismo eroico, della tradizione veicolata, ad esempio, nelle spedizioni di massa contro obbiettivi mistificati, strumentalizzati fino al punto da essere trasformati in nemici da vincere in nome della patria, della gloria.

Heinz Mariacher si è preso la responsabilità di ribellarsi a quell’attitudine ultra-conservativa e sistematicamente impermeabile ad approcci differenti. Ecco che l’esperienza in parete ha incluso l’innalzamento delle difficoltà, a patto di riuscire a scalare in libera, leggero e veloce, usando poche assicurazioni, spesso lontane tra loro ma anche senza, in free solo, accettando l’incognita che ne derivava. L’evoluzione non si è fermata alla sola scalata, fosse questa in parete o sui monotiri cui si è orientata la fase successiva della sua esperienza, ma ha riguardato anche i materiali. Più precisamente dai piedi, con il passaggio dagli scarponi da ‘alpinismo’ all’unione tra gomma e tomaia per arrivare alle antesignane delle scarpette da arrampicata moderne, non a caso chiamate ‘Mariacher’.

Hai avuto la fortuna di vivere in prima persona uno dei periodi più entusiasmanti della storia dell’arrampicata. Non parlo volutamente di alpinismo, ma di arrampicata. Riusciresti a spiegarci cosa all’epoca ti spingeva a scalare? Mi riferisco in particolare all’attività che hai svolto sulle grandi pareti dolomitiche. Quali principi ‘culturali’, ‘etici’, anche ‘tecnici’ o ‘sportivi’ hai posto come capisaldi della tua attività di allora?

Mi ha da sempre attirato la roccia e non ho mai sognato di pestare la neve per salire su cime alte. In altre parole: preferivo l’avventura subito e diretta invece di viverla in modo lento e distanziato. Sulla roccia appena ti alzi per qualche metro da terra puoi trovarti in piena avventura. In più c’è il fascino dell’abisso, dell’aria sotto i piedi.

Da ragazzino ho arrampicato nelle gole vicino a casa, ho cercato paretine e blocchi nei boschi, insignificanti ma sempre buoni per vivere delle avventure. In quei tempi l’arrampicata, come la conosciamo oggi, non esisteva ancora e c’era solo l’alpinismo tradizionale di mentalità eroica.

L’aspetto eroico mi piaceva, amavo l’idea di sfidare il pericolo, dimostrare coraggio e andare avanti dove altri non si fidavano, ma non mi era mai piaciuto tutto quello che aveva a che fare con la tradizione. La tradizione la consideravo una cosa ferma, un orientamento verso il passato invece di inventarsi il futuro. Sono cresciuto nel Tirolo austriaco, in un ambiente molto conservativo e questo fatto per me era una vera ispirazione per diventare ribelle. Infatti, già da ragazzino ho sviluppato una specie di allergia contro convenzioni e conformismo. L’arrampicata era un’attività che non interessava a nessuno e per questo offriva tutta la libertà di praticarla a modo mio e inventarla per me stesso.

In molti ti definiscono uno tra gli innovatori della tua epoca e non solo. Ti riconosci in questo ruolo?

Io mi ricordo la situazione che c’era all’epoca in cui ho cominciato a scalare in montagna: scarponi grossi, calzoni alla zuava, tutto grigio e marrone, zaini pesanti, tanti chiodi e staffe. Facile essere innovatore! L’arrampicata sportiva, ad un certo punto importata dall’America, era solo una conferma di una direzione che avevamo già preso come logica evoluzione dell’arrampicata in Dolomiti degli anni trenta, prima dell’epoca dell’artificiale. L’unica differenza: per noi contava di più il minimalismo nell’uso di protezioni che il grado. Non eravamo atleti e non consideravamo l’arrampicata come sport, ma l’idea della libera pura era la stessa. Dopo una visita nello Yosemite (1980) ho colto lo spirito della ricerca del massimo grado e sono stato fra i primi in Europa ad abbracciare l’arrampicata sportiva.

Assieme a te, all’epoca, quali altri scalatori hai apprezzato per scelte, risultati e approccio alla scalata? 

Ho vissuto due epoche molto diverse, quella da giovane avventuriero sulle montagne di casa e nelle Dolomiti, e quella da pioniere dell’arrampicata sportiva. Nella prima epoca ho apprezzato chi teneva ad uno stile puristico, come i miei compagni abituali Reinhard Schiestl e Luggi Rieser (Darshano). Eravamo in pochi che seguivano una vera etica e bisogna ricordare e sottolineare che negli anni Settanta, vie con tanto artificiale erano considerate più “estreme” e avevano un valore più alto delle vie in libera con pochi chiodi.

Nella seconda epoca c’erano tanti personaggi che si meriterebbero di essere nominati, dal mio limitato punto di vista ho sempre ammirato l’eleganza di Berhault e Edlinger, la forza di Güllich, lo spirito particolare degli americani, come Kauk e Bachar, e poi gli inglesi con la loro dedizione senza compromessi, tipo Fawcett, Moffat e altri.

Tom e Jerry, Lago di Garda, Foto: Archivio Mariacher

Malgrado le vie che hai aperto, le ripetizioni fatte, l’innovazione che volente o nolente hai apportato al modo di vivere l’avventura in montagna, tu ti definisci non-alpinista. Puoi spiegarci cosa significa? 

Significa che non ho voluto essere considerato “alpinista” da quando ho realizzato che questa parola rappresentava tutto quello contro cui mi ero ribellato da giovane. L’alpinismo era la mentalità vecchia, l’arrampicata in artificiale, le direttissime con centinaia di chiodi e staffe, l’eroismo glorificato, la conquista con tutti i mezzi. L’alpinismo sugli ottomila poi, le spedizioni con regime militare, materialismo puro in nome della patria!

L’alpinismo, una volta nato come avventura per pochi individui, oggi è diventato un movimento di massa e per tanti un’opportunità di sentirsi grandi senza fare niente di particolare. L’alpinismo oggi è culto e cliché, una strana espressione di mentalità vecchia nella realtà moderna.

Ma dimmi una cosa, è l’etica che ha influenzato il tuo stile, o lo stile ha influenzato l’etica? Non dirmi però che sono rimaste indipendenti.

Questa domanda è un po’ difficile sic. Io direi più lo stile. Da giovane climber ho letto pochi libri o articoli in grado di avere influenza sulle mie scelte. Non sentivo il bisogno di orientarmi verso il passato, e trovavo più  divertente affrontare le rocce con lo spirito libero da ingenuo principiante. Mi era però rimasta impressa la mentalità di Preuss, Rebitsch e Messner.

Facciamo un passaggio nella tua vita di oggi, divisa tra scalata e lavoro alla SCARPA. Come è nata l’idea delle scarpette? Posso definirti come ‘padre’ delle moderne calzature da arrampicata?

L’interesse per le scarpette era nato dal bisogno. Non si trovavano scarpette sul mercato che fossero ben studiate, specialmente per l’arrampicata in montagna. Le EB erano le migliori come prestazione, ma al prezzo di sofferenze attroci!

La parola “padre” mi sembra un pò esagerata, ma mi pare che non ci sia nessun altro che abbia lavorato in questo campo così a lungo e penso che si possa dire con simile successo. Bisogna però sottolineare l’importanza di una struttura che può realizzare le idee e fare produzione a larga scala di alta qualità. Da SCARPA ho trovato la situazione ideale per realizzare una linea di scarpette straordinarie.

Ma come è iniziato tutto? Come mai un giorno ti sei messo a fare scarpette?

È stato un puro caso: un giorno ho incontrato Alessandro Grillo a Finale Ligure. Dopo l’arrampicata mi ha invitato a casa sua dove mi ha introdotto al suo lavoro su una scarpa che stava sviluppando assieme con Patrick Berhault per il marchio San Marco. Era un progetto interessante, una vera alternativa alle EB. Mi ha dato qualche prototipo e così ero un pò coinvolto anch’io, imparando cose importanti sulle forme e altro. Con questa occasione vorrei dire ufficialmente grazie ad Alessandro.

Queste scarpette di cui tu sei uno dei padri, sono oggi uno strumento indispensabile per tutti gli arrampicatori, inclusi i professionisti dei circuiti agonistici che si preparano ad approdare alle Olimpiadi. Cosa pensi dell’ammissione dell’arrampicata sportiva tra le discipline olimpiche?

Penso sia il colpo mortale per lo spirito originario della scalata.

Non credi possa essere uno spartiacque nella storia dell’arrampicata? Da una parte il mondo delle pareti, dell’alpinismo, dall’altro lo sport orientato alla prestazione pura?

Quel mondo delle competizioni è già stato creato, esiste già, le Olimpiadi sono solo la conferma definitiva. Il mondo dell’arrampicata è completamente cambiato, sempre più competitivo, non c’è più un approccio ‘rilassato’, non c’è più il desiderio di ritirarsi in un luogo tranquillo, di vivere una vita parallela quando si scala. Oggi l’arrampicata è uno sport come tanti altri, sta perdendo sempre di più gli aspetti che la rendevano qualcosa di particolare. Questa mentalità ha infiltrato tutto, anche l’alpinismo. Ovviamente sto parlando della situazione in generale, e vorrei ricordare che ci vuole il conformismo per essere non-conformista. La libertà di scelta c’è sempre.

Kendo, San Nicolò, Foto: Luisa Iovane

Cosa pensi delle competizioni in arrampicata?

Non voglio dare l’impressione di essere contro le gare, anzi, è il contrario. Sono assolutamente a favore e spesso seguo le competizioni via livestream. Rispetto molto i giovani che si impegnano nelle gare, come ho un grande rispetto per chi riesce emergere in falesia, cosa ormai difficile considerando il livello alto dei comuni climbers del fine settimana.

Il cosiddetto “alpinismo professionale” invece non mi è mai piaciuto tanto, perché è un modo molto dubbioso di paragonarsi agli altri. Pensiamo all’assurdo fatto che ormai è uso normale annunciare i “record” già prima di partire da casa! In primo piano c’è sempre lo scopo di vendere l’impresa come qualcosa di importante e l’importanza viene definita dai protagonisti stessi. Il tutto funziona grazie al background della storia dell’alpinismo e un pubblico sempre orientato verso il passato.

Nell’alpinismo mi è sempre piaciuta la prestazione spontanea e non pianificata. Ritengo che la competizione debba rimanere nell’ambito delle gare, con i giudici e le regole, non nell’alpinismo.  

Dando per assodato che ogni pratica sportiva, ogni attività professionale, o un movimento culturale sono soggetti a cambiamenti nel tempo dettati dall’evoluzione del contesto in cui vengono svolte, o della tecnologia disponibile per farlo, l’alpinismo di punta oggi giorno ritieni continui a mettere la ricerca e l’innovazione al primo posto? Cos’ha in più, o in meno, l’alpinismo di oggi rispetto al non-alpinismo che hai praticato all’epoca? 

“L’alpinismo di punta” è un’espressione strana che ha diverse definizioni: quella dei giornalisti e sponsor, quella degli alpinisti come comunità e quella dei singoli individui. La vera ricerca e innovazione vengono sempre da questi ultimi, ma non è detto che siano automaticamente riconosciute dagli altri. La domanda è soprattutto cosa si intende con alpinismo di punta? Per la gran parte della gente significa quello più pubblicato e sponsorizzato e l’opinione dei veri insider ha poca importanza.

In pratica, in questi tempi tutti sembrano avere un gran bisogno di comunicare in diretta qualsiasi gita in montagna. La montagna non è più considerata una possibilità per staccarsi, ma al contrario un’occasione per farsi vedere e fare notizia. In questa corsa disperata per il riconoscimento sociale, la ricerca e l’innovazione hanno poca importanza.

Il “non-alpinismo” è caratterizzato dalla libertà di non dover piacere a nessuno e per questo è puro e autentico. Il “non-alpinismo” non ha alcuna importanza per il resto del mondo.

Da quanto avevo colto nel nostro primo breve confronto, tu vedi nella logica degli sponsor un limite quasi imposto all’alpinista (di alto livello) e di conseguenza la parabola ‘evolutiva’ dell’alpinismo rischia di assecondare questa direzione. Ci spieghi cosa pensi al riguardo?

Bisogna mettere in chiaro, gli sponsor non hanno nessuna colpa. Il problema sono gli alpinisti che si orientano su richiesta invece di essere innovativi. L’alpinismo dovrebbe solo essere importante per noi stessi, ha valore per chi lo pratica con pura passione e scopo personale. L’alpinismo “professionale” ha spesso l’aria del “costruito per la vendita”, e perde autenticità e naturalezza. Con questo non voglio dire che tutti i “professionisti” producono le loro imprese solo secondo i criteri degli sponsor, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Esistono anche i “non-professionisti” che fanno cose straordinarie che rimangono “sotto il radar” dei media e del pubblico.

A parte tutto questo, se siamo sinceri, vendersi come eroe di montagna è diventata una cosa quasi ridicola in tempi dove la vita non sembra più avere valore, dove altri si fanno saltare in aria in nome di dio o di ideologie. Ci sono milioni che soffrono la fame e sono in fuga dalla miseria e dal costante pericolo di essere uccisi. Come si può ancora ammirare qualcuno che soffre la crisi del benessere e va in Himalaya per fare turismo estremo, perfettamente attrezzato, con corde fisse, assistito da sherpa e accompagnato da tutto il mondo via livestream?

Aufwind, Col de Bous, Marmolada, Foto: Michael Meisl


Oggi giorno esistono ancora non-alpinisti che a tuo parere hanno scelto di muoversi se vogliamo in contro-tendenza? Puoi citarne qualcuno?

Sono tempi difficili, qualsiasi cosa uno inventa diventa presto tendenza. Chi ha idee e talento particolare rimane per poco da solo, perché non c’è più quel genere di rispetto che impediva ai mediocri di seguire chi è avanti. La poca chiarezza nello stile lo rende facilmente possibile. Per rispondere alla domanda, se esiste ancora chi si muove in Contro-tendenza, direi di sì. C’è ancora e ci sarà sempre chi riesce a vivere senza action camera e social media. Citare dei nomi sarebbe un controsenso e non nel loro interesse.

L’ultima domanda riguarda ancora te, e torna a qualche anno fa. Ad un certo punto della tua esperienza – se non sbaglio – hai deciso di smettere con le pareti, di farla finita con il non-alpinismo per scendere di quota e dedicarti all’arrampicata sportiva. Quali sono state le ragioni alla base di questa scelta? Eri appagato? avevi forse perso gli stimoli? oppure ti sei accordo che il tuo ideale di non-alpinismo sarebbe stato irrealizzabile?   

Non era una decisione, ma semplicemente un cambio di interesse. Non ho mai deciso di non fare più vie in montagna, ho solo dato priorità a quello che mi attirava di più al momento.

Certo, qualcosa aveva anche a che fare con gli stimoli. Sulla Marmolada mi avevano soffiato diversi progetti, con l’aiuto dell’artificiale e con l’uso di spit, che io volevo affrontare con uno stile più puro dando il massimo valore all’arrampicata libera. In quella situazione era facile trovare più stimoli nell’arrampicata sportiva dove tutti seguivano lo stesso concetto. Mi piaceva da subito la chiarezza dello stile che in montagna non era mai esistita e non esiste fino ad oggi. Penso che si possa dire che il mio ideale non è realizzabile finché gli alpinisti non si liberano dai concetti tradizionali.

Tu affermi che una delle componenti più importanti nel tuo andar per pareti è stato il rischio. Sostieni di aver superato in più occasioni la linea che comunemente ferma altri arrampicatori. C’è un episodio in particolare in cui con il senno di poi pensi di aver davvero osato troppo? Quando?

Ho una semplice risposta: partire senza corda per una grande parete lascia sempre spazio alla possibilità di non tornare a casa vivo! Da giovane ho arrampicato molto in solitaria e quasi sempre mi sono trovato in situazioni oltre la “linea”. Le mie solitarie non hanno niente a che fare con le solitarie in tempi attuali dove il rischio è rigorosamente calcolato. Non mi sono preparato particolarmente e la gran parte delle mie solitarie erano su vie sconosciute. Sono sempre state azioni spontanee e le ho sempre considerate una cosa molto personale. Non ho mai pensato che potessero interessare a qualcuno oltre che a me stesso.

By | 2017-03-22T16:14:48+00:00 20 marzo, 2017|

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