Altitudini di un uomo: il perché di Renato Casarotto oggi

Mi chiamo Davide Riva, sono l’autore e produttore del film “Solo Di Cordata – esplorando Renato Casarotto”. Alpinismi mi ha invitato a parlare di cosa ruota attorno a questa mia esperienza e perché ho deciso di fare un film su Casarotto. Perché parlare di lui oggi? Le risposte sono molteplici, ognuna delle quali meriterebbe un lungo approfondimento che in questa sede non sarà possibile; ma possiamo parlare di alcune, che rendono ancora più incredibile l’esistenza dell’alpinista nato ad Arcugnano.

Renato Casarotto, solitario, visionario della montagna, della vita; ricercatore della natura selvaggia, primordiale, autentica. Renato ricercava, praticando il suo alpinismo fatto di purezza, sia etico che estetico, un viaggio che lo facesse evolvere come uomo, sentirsi vivo, realizzato nel godere la propria realizzazione personale all’interno della natura; vivere la gioia del gesto atletico all’interno della bellezza rappresentata dalla montagna. Che cos’è la montagna se non una bellezza provocante? Con “montagna” intendo la natura in generale. Sicuramente in montagna è più facile ritrovare la componente “selvaggia” della natura: un luogo non fatto per l’uomo, dove l’uomo può essere solo di passaggio, metafora assoluta della vita. Conoscere Casarotto vuol dire affrontare le proprie escursioni in montagna (passeggiate, trekking impegnativi, alpinismo) con strumenti mentali che permettono di vivere in maniera più ampia l’esperienza, portando poi a casa con sé una soddisfazione maggiore.

Chi o cosa è stato Casarotto? È stato un uomo che non ha voluto scendere a compromessi con il proprio desiderio di vita, che ha concepito e realizzato avventure alpinistiche per se stesso, e che per caso si è ritrovato a vivere di alpinismo. Renato ha realizzato ciò che lo rendeva felice, ha fatto della propria vita ciò che voleva, con i fatti; e questo basta per essere un esempio per chi non trova dentro sé la forza di auto-realizzarsi. Renato lo ha fatto con l’alpinismo, ognuno di noi può scegliere da sé la propria via, e concretizzarla. Casarotto come maestro di attitudine. Ha compiuto imprese incredibili, complicate, difficilissime, molte delle quali ancora oggi non ripetute, nemmeno da cordate. È andato oltre a chi a lui diceva «è impossibile». Lui solo ha dimostrato con i fatti che «i limiti esistono solo perché li poniamo in noi stessi».

Renato Casarotto al ritorno dalla prima invernale alla Via Gervasutti sulla Est delle Grandes Jorasses (1985). Foto archivio Alberto Peruffo, Intraisass

Conobbi Renato per caso, a un corso di alpinismo, durante la lezione di storia dell’alpinismo, dove venne liquidato in due minuti. Avevo appena terminato di leggere “Le mie montagne” di Bonatti e subito avvertii qualcosa di celato: una grandezza troppo grande per essere facilmente compresa. È sorto in me il desiderio di approfondire questo personaggio, ho ricercato materiale su di lui. E leggendo i suoi scritti mi si è aperto l’immaginario. Con Renato ho viaggiato molto, e ho capito che un amico è anche una mente che ti fa viaggiare. Nei momenti di scoramento della vita il ripensare a Renato mi dà forza, è uno dei miei riferimenti. Per questo ho deciso di rendergli omaggio, senza mitizzazioni, realizzando un ritratto filmico di un amico, di una persona di vero valore in una contemporaneità fatta di molta vanagloria e poca autenticità. In altre parole, costruire un ritratto che lo rappresentasse al meglio delle mie possibilità e capacità, che fosse a Renato fedele e che divulgasse a chiunque la sua vita, imprese, i suoi pensieri e la sua filosofia.

Reputo Renato un autentico esperimento umano, esperimento dell’uomo a contatto con la natura primordiale, quella che negli Stati Uniti chiamano wilderness, esperienza che lui ricercava per provare a ritornare e raggiungere l’origine, attraverso le sue incursione agli albori dell’umanità permanendo nei grandi spazi dove l’uomo è messo a nudo al cospetto della natura. La vetta per lui era rappresentata dal viaggio, non un punto di arrivo ma di partenza per “conoscere sé stesso”: massima aspirazione degli antichi e primo obiettivo della vita di un uomo in vista della felicità.

È stato molto difficile realizzare questo film. In generale, sotto il profilo culturale ho incontrato il disinteresse totale nei fatti, e anche ipocrisia, degli sponsor che hai suoi tempi sostennero Renato. Un alpinista leggendario ma dimenticato anche da chi avrebbe un doppio interesse nel ricordarlo. Se Renato fosse stato statunitense sarebbe un mito, al pari di Royal Robbins, per esempio. Da noi invece i miti si auto-costruiscono a suon di urla e di prezzemolate mediatiche. Chi conosce le imprese di Renato, nei suoi personali silenzi, a lui ripensando, avverte tutta la potenza della “consegna d’immaginario” che Renato ci ha lasciato.

Ho invece incontrato molte persone valide e interessate nelle tante proiezioni fatte grazie alle singole sezioni CAI che mi hanno ospitato e alle quali dico “grazie, di cuore”, perché in esse ho trovato un’attenzione e voglia di fare di cui è priva la sede centrale, almeno per la mia personale esperienza. Nella creazione di “Solo Di Cordata” ho constatato che in Italia non esiste la volontà di creare un tessuto produttivo culturale in grado di realizzare film di montagna di qualità, ma che si può solo rimanere nell’amatoriale. Si preferisce che siano gli stranieri a creare un mercato reale del cinema di montagna nel nostro Paese (vedi BANFF). Si vede che a noi piace stare a guardare, piace la passività, continuare a contribuire alla nostra morte culturale sprecando ogni occasione di riscatto. Anche la mia permanenza di sei giorni a Trento per il Film Festival è stata del tutto avulsa da qualsiasi occasione di incontro e confronto con altri addetti ai lavori, nonostante il film abbia vinto un premio. Puro autismo sociale da social network.

Broad Peak, archivio Casarotto

Ma torniamo alle questioni importanti: ho voluto ricordare Renato perché è stato un sognatore, e credo che frequentare i sognatori faccia bene e che essi siano contagiosi. “Solo Di Cordata” è un film che, a distanza di decenni, svela cosa era all’apparenza nascosto dietro l’alpinismo esplorativo e di ricerca che Renato ha messo in pratica. Un film fatto per essere visto da chiunque, non solo da “addetti” alla montagna proprio per l’universalità dei messaggi presenti nella storia, imprese e figura di Renato. L’opera filmica narra, ripercorrendo le principali imprese alpinistiche di Renato, i pensieri, esperienze da lui vissute durante le sue ascensioni in solitudine. Indirettamente narra anche delle persone che ho conosciuto addentrandomi nella storia di Renato.

Potrà sembrare strano ma interessandomi di questo alpinista ho incontrato un amico, come scrivevo prima. Si può avere per amico una persona che non si è mai conosciuta di persona? Dopo questa esperienza posso dire con certezza che la risposta è affermativa. Ho capito che un amico è anche una persona che insegna qualcosa, in grado di portarti con il racconto delle sue esperienze in luoghi dove tu non sei mai stato e dove mai potrai arrivare. Un amico è anche una mente che ti fa viaggiare. Attraverso Renato ho viaggiato molto e continuo a farlo. Credo che vedendo il film e riflettendo su di esso ogni spettatore potrà vivere queste mie affermazioni.

Premetto di non essere assolutamente un patito di biografie altrui essendo molto più interessato e coinvolto nella realizzazione della mia, ma interessandomi a questo personaggio credo di essermi imbattuto in un autentico “esperimento umano”, come mi piace definirlo. Nel caso di Renato la parola “solitudine” va vista come condizione che amplifica l’esperienza vissuta e permette di vivere l’ esperienza al massimo della purezza possibile. Casarotto è alpinista solitario, specialista di salite invernali, un alpinismo che si caratterizzava per la permanenza dell’uomo per decine di giorni in parete, nella natura selvaggia. Basti pensare all’ascensione sul McKinley/Denali in Alaska, dove, tra raggiungere l’inizio della via di ascensione e il ritorno al campo base, è stato via dal campo base per un mese. Un mese intero senza contatto con nessuno, in una condizione di totale solitudine, di distacco dall’umanità. La wilderness più estrema, quindi. Un alpinismo solitario però privo d’incoscienza, in quanto Renato aveva inventato un sistema di autoassicurazione che gli permetteva di garantirsi la sicurezza in parete, di rimanere appeso alla corda in caso di caduta.

Per capire Renato e il suo alpinismo è necessario effettuare un grande lavoro empatico, ovvero cercare d’immedesimarsi in questo alpinista, nelle esperienze da lui vissute. Bisogna immaginarsi di stare da soli, per decine di giorni, in un luogo impervio, freddo, inaccessibile, non fatto per l’essere umano, che non lo accetta se non alle sue condizioni. Un altro mondo, un mondo diverso, fatto di silenzi e vento, e in questo mondo portarsi sulle proprie spalle tutto il necessario per sopravvivere, senza aver la possibilità di comunicare con nessuno, dove il farsi male ad una gamba può voler dire essere costretti ad attendere la morte, ripensare alla propria vita in attesa della sua fine.

In una condizione del genere si entra violentemente nel credere in sé stessi, nel diventare gli unici responsabili della propria vita, zittire le influenze negative degli altri che provano a tarpare il sogno dicendo “è troppo, non ce la farai”, per trovare la forza e la libertà di costruirsi la propria strada e realizzare il proprio desiderio. E non stiamo parlando del banale “mettersi in gioco” detto da qualche concorrente di un reality show, qui stiamo parlando di altissimi livelli di serietà, e ripeto: non d’incoscienza, perché Renato arrampicava autoassicurato. Un bivacco dietro l’altro nel freddo, montare la tenda per la notte, separato da giorni di cammino prima del più piccolo abbozzo di civiltà; alla mattina svegliarsi per continuare a salire, impacchettare tenda e zaino nel gelo e ripartine per andare oltre. Ripartire per andare oltre. Ciò che più mi ha affascinato di questo personaggio, come uomo e autore, sono le lunghe permanenze in solitudine nella natura selvaggia, e mi sono domandato: che cosa succede all’uomo, al suo animo quando rimane per decine di giorni in totale solitudine all’interno della natura selvaggia, primordiale? Soprattutto in una condizione come quella alpinistica dove, più di altre, c’è la vita di mezzo? Cosa può incontrare un uomo facendo questo tipo di esperienze? Questo è ciò che cerca di comunicare il film ripercorrendo le principali ascensioni alpinistiche di Casarotto.

Denali, archivio Casarotto

Come autore ho sempre pensato che la storia di Renato meritasse di essere narrata e diffusa. Una storia che parla di un uomo che non si lascia atrofizzare dagli altri, dalle idee degli altri. Reputo che la figura di Renato sia ancora oggi attuale, moderna, addirittura “scomoda” per certi aspetti all’interno dell’ambiente alpinistico, perché ha rappresento un modello di alpinismo puro, di maggior qualità, rispetto a molti alpinisti odierni con molta atletica ma poco carico umano, scarso spirito dell’avventura alpinistica, che si fregiano di aprire vie in solitaria video ripresi da diversi punti e poi in bivacco si trovano le soste attrezzate con spit. L’alpinismo di Renato è stato un alpinismo senza spettatori, dove gli unici attori coinvolti erano un uomo, la sua coscienza e la natura. E la magia di Renato è anche questa: obbligare lo spettatore ad immaginarsi un viaggio, effettuare un esercizio di fantasia per scovare il movente che muove un uomo a confrontarsi con l’ignoto, l’avventura, il proprio desiderio di vita fatto di esercizio della libertà nel gesto atletico immerso nella natura selvaggia. Una provocazione ancora attuale verso i velocisti della montagna. La velocità che, soprattutto nell’alpinismo, ha sempre il sapore di azzardo verso la vita, di mancanza di rispetto verso questo prezioso dono.

Renato cercava nelle sue avventure anche di vivere l’esperienza del limite, quella dimensione, non solo metaforica, ma della vita reale, che ti permette di abbandonare gli schemi mentali che ti accompagnano nel quotidiano permettendo alla mente, al proprio animo, di intuire quali sono i valori e gli aspetti importanti della vita. Uno spogliarsi del superfluo per cercare di intuire il perché della vita.

C’è chi si mette in moto verso i propri sogni e chi non tenta nemmeno di realizzarli. Il fallimento di una salita non sarebbe mai stata una sconfitta per Renato, a lui interessava l’esperienza di vita e atletica vissuta durante la salita; il vero obiettivo da raggiungere per Renato era l’esperienza, l’essere felice nel realizzare la propria idea di vita, al di là dell’alpinismo professionistico, che è stata una condizione che inaspettatamente per Renato si è venuta a verificare. Lui avrebbe comunque continuato con il suo alpinismo. Basti pensare alle immense imprese dolomitiche da lui realizzate, o quelle sul Monte Bianco: dimostrazione empirica che l’avventura vera noi italiani la possiamo trovare sulla soglia di casa.

Certo Renano andava in montagna da solo, ma sarebbe sbagliato vederla così e, per quanto possa sembrare magari assurdo. Lui andava in montagna con sua moglie, e non non avrebbe senso motivare maggiormente questo aspetto del suo alpinismo. Lui e Goretta andavano via assieme, il campo base era la loro casa, la base di partenza per il tutto. Anche la loro vita e unione rappresentano la verità di una grande realtà: essi hanno dimostrano cosa vuol dire essere coppia, che cos’è l’amore, che è anche il bene che sconfigge l’egoismo del volere il proprio compagno solo per sé, lasciandolo andare, anche se in questo suo percorso la vita entra nel rischio.

Per me Renato è un esempio di come nell’umiltà e nel silenzio mediatico, della fama, si possa essere realmente se stessi, felici ed appagati. Esempio di quanta forza un uomo può trovare dentro di sé per ricercare la felicità e l’avventura, unica vera definizione possibile della vita. E la forza dell’avventura, come la vita, sta nel metterla in pratica.

By | 2017-03-29T16:17:54+00:00 24 marzo, 2017|

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