Il mio amore per le Pale di San Lucano è sorto tardivo, quasi per caso. Era il 2001 quando trascorsi un’estate in Dolomiti, più precisamente a Malga Vallazza, splendida struttura situata appena oltre il Passo Valles, lungo la strada che conduce a Paneveggio, all’estremità settentrionale delle Pale di San Martino. Ero qui per lavoro, ma anche per studio. Si avvicinava la conclusione della mia esperienza universitaria, e per completare un esame di etnografia, a noi studenti fu affidata una ricerca sul campo da svolgere tra i pastori, nelle Alpi. La richiesta del docente era piuttosto semplice. Bastava trascorrere alcuni giorni a osservare chi vive la montagna, ottenere qualche intervista e poi integrare il materiale con la bibliografia disponibile. In realtà, per il sottoscritto ricerca sul campo significava vivere da dentro l’esperienza, testimoniare direttamente abbattendo il distacco che a volte si crea tra intervistatore e intervistato. L’unico modo per riuscirci era proprio lavorare in malga, per mesi, condividere le sveglie alle 4 e mezza del mattino, imparare a mungere e a condurre gli animali al pascolo, giorno dopo giorno, senza domeniche o Ferragosto con gli amici.

Fu durante questa splendida esperienza che mi spostai più volte in Val Cordevole, assieme al mitico Checco, alias ‘Fazenda’, volto e anima di Malga Vallazza che accompagnavo per degli appuntamenti nell’Agordino. Ricordo che durante i suoi incontri trovavo il modo di ritagliarmi delle mezzore per infilare la Valle di San Lucano e ammirare l’Agner, vero signore di questo straordinario angolo di Dolomiti. Non scalavo ancora, pertanto con il naso all’insù mi limitavo a contemplare dimensioni che non riuscivo a ordinare in ottica alpinistica. Per me 1400 metri o più di parete erano inaccessibili quanto un muro di 50 metri, solo più affascinanti, isolati e stimolanti. Quando osservavo l’Agner, di rado mi capitava di voltarmi, di volgere lo sguardo a nord verso le ciclopiche lavagne delle Pale di San Lucano. Ricordo la meraviglia provata, ma non sapendo nemmeno il nome di quelle gole, di quelle guglie e torrioni, tornavo al mio Agner disinteressandomi di tutto il resto.

Fatto sta, ho iniziato a ripetere quel nome, Pale di San Lucano, qualche anno più tardi, dopo aver conseguito la laurea. Un gruppo di cari amici mi aveva regalato ‘quel’ libro speciale. Un tomo blu, pesante, ricco di foto, copertina rigida e un diedro perfetto impresso in foto a tutta pagina, sotto un titolo lapidario: “Pale di San Lucano”, di Ettore De Biasio (Luca Visentini editore). Era l’autunno 2004 e all’indomani della festa di laurea, libro in mano partii in auto, assieme al mio fedele Ram, sempre pronto a infilarsi nel bagagliaio per qualche avventura in montagna. La strada fino a Col di Prà si esaurì in un baleno, e appena imboccai il sentiero mi affiancai a un gruppo di quelli che presi per “escursionisti”. Uno di loro stringeva una grossa telecamera in mano, gli altri passeggiavano allegramente tenendo un passo insolitamente sostenuto. Di tanto in tanto la comitiva si fermava, giusto il tempo da consentire al cameraman di raggiungerli per un paio di riprese, poi la marcia continuava. Davanti all’obbiettivo c’erano un certo Ettore De Biasio e Ivo Ferrari. Li conoscevo ancora poco, del resto il libro mi era appena stato donato e non avevo avuto il tempo di leggere, capire e conoscere…

Ettore De Biasio in uscita dalla via della Solitudine. Foto archivio Ettore De Biasio

Ricordo lo stesso giorno la risalita a Forcella Gardès e l’incontro con un altro De Biasio, il compianto Ilio, fratello di Ettore, giunto in perlustrazione sui colli circostanti. Ilio si prese il tempo per due chiacchiere, rallegrato dalla sorpresa di uno che si era trascinato nello zaino, per quasi 1200 metri il tomo firmato dal fratello. Fu una giornata speciale, in un gruppo dolomitico straordinario, alla presenza di persone cui ancora oggi riservo la stessa stima e gratitudine. A partire da Ettore De Biasio, che per gentile concessione ci propone una finestra sulle Pale di San Lucano e su uno dei più formidabili esploratori di quelle pareti, Lorenzo Massarotto.

Riprendo di seguito un breve testo di Ettore, testimonianza che ci riporta all’8 e 9 agosto 1981, quando lui e il Mass aprirono la via “Della Solitudine” lungo il pilastro sud-est della Torre del Boràl, isolata cuspide situata nel selvaggio Boral di San Lucano. Attorno agli apritori si ergono le enormi sagome della Seconda e della Terza Pala, quindi il celebre Spiz di Lagunaz e la Torre di Lagunaz.

«Via della Solitudine… Che storia ci sarà dietro? Solitudine? Solo perché qui siamo in un posto nemmeno da lupi?» è la domanda che si ripete Sandro De Toni, nel corso di una ripetizione con Dario Sandrini (tratto da ‘Lorenzo Massarotto, le Vie’, Luca Visentini editore. Opera magnifica, un vero monumento al lascito del Mass). E dentro questa straordinaria arena di roccia e solitudine, Massarotto e De Biasio hanno scovato un tracciato ostico, salito in condizioni meteo difficili, con l’incognita di non poter ridiscendere nell’imbuto del boral durante i temporali.

Orrido? Il Boral di San Lucano, luogo proibitivo in caso di temporale. Foto archivio Ettore De Biasio

La loro è la seconda ascensione alla Torre, avvenuta mezzo secolo dopo la salita di Emilio Comici che calcò la cima inviolata deviando lungo la discesa dalla Torre di Lagunaz. “Via della Solitudine” misura 1420 metri, distanza tutt’altro che rara per le salite in questo scampolo di Dolomiti, compresi 830 metri di zoccolo e 900 metri di sviluppo della via. Nella sua pubblicazione sulle Pale di San Lucano, Ettore De Biasio lascia un commento eloquente ai ripetitori, “Vista la severità e le caratteristiche dell’ambiente che si attraversa, la salita va programmata con tempo assolutamente stabile”. Ma quanto più ci interessa è anche il suo ricordo dell’amico e compagno di cordata Lorenzo Massarotto, cui torna ripercorrendo le fatiche di quei giorni di agosto.

“Il luogo dove passeremo la notte è una stretta cornice spiovente, con l’unico pregio di proteggerci in parte dall’acqua dei temporali. Non abbiamo più viveri né bevande con noi, abbiamo dei leggeri teli per il bivacco e la sera, dopo un primo acquazzone, ci assopiamo sulla cornice imbragati alle corde. Poco dopo la mezzanotte mi risveglio con la brutta sorpresa della situazione che è andata maturando: grossi nuvoloni si aggirano per le pareti della Seconda e della Terza Pala e le gocce cominciano a battere sulle nostre gambe a penzoloni.

Anche Lorenzo è sveglio; scambiamo poche timorose parole sulla nostra precaria situazione rimanendo ad ascoltare i rombi potenti dei tuoni e a veder friggere i fulmini che rischiarano le punte circostanti, con la speranza che si allontanino. L’ora che segue sarà la più lunga, incerta e paurosa; il temporale infuria con intensità anche sul fondovalle e i “Vecchi” saranno in pensiero per il mancato rientro, non conoscendo la nostra situazione. Viene finalmente mattina, partiamo con il cielo ancora coperto per toglierci dalla trappola delle guglie: alle 9 altri tuoni ed un nuovo scroscio. Scavalchiamo le Torri e scendiamo infine dal Monte S.Lucano ad Ambrusògn dove il mio povero padre, vinto dalla stanchezza, s’è addormentato sulla panca all’esterno della casèra prima di riprendere la via per venirci incontro”…

Lorenzo Massarotto pronto al bivacco su una stretta cengia. Foto archivio Ettore De Biasio

Prima di chiudere questa finestra sulla Valle di San Lucano, è giusto dedicare ancora un pensiero a Lorenzo Massarotto, alpinista che ho avuto appena il tempo di intravedere in Valle di Santa Felicita, nei giorni in cui muovevo i primi passi in arrampicata. Poi è arrivato il 10 luglio 2005, giorno in cui un fulmine gli ha tolto la vita durante una ripetizione, con amici, nelle Piccole Dolomiti. Ma più che la scomparsa, del Mass ci tengo a ricordare l’eredità alpinistica, il rigore adottato nel definire e attuare i suoi progetti, tanti, tutti di classe e ammantati da un fascino peculiare, destinato a rimanere integro nel tempo. Non ho mai potuto conoscerlo di persona, sono riuscito però ad apprezzarlo attraverso il rispetto che continua a ricevere dagli altri, amici e compagni di cordata, che lo hanno incontrato. Anche la letteratura di montagna offre l’opportunità di avvicinarlo e a volte seguirlo in parete, un po’ alla volta, così come la ripetizione delle sue vie, una tra tutte – per quanto mi riguarda – “Non ti fidar di me se il cuor ti manca”, sulla Cima Gianni Costantini in Moiazza, da me salita assieme al solito Matteo Bailo. 600 metri di parete con difficoltà comprese tra il VI e il VII, aperta dal Mass e compagni nel luglio 1992 usando 3 chiodi di via, 14 di sosta e 24 friend. Questo a dimostrazione dell’approccio con cui Massarotto ha alimentato la propria esperienza alpinistica. Per lui l’alpinismo era un «gioco con delle regole che, anche se non scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla». Così diceva a Leopoldo Roman (Lorenzo Massarotto, le vie. Op. Cit.). E con questa citazione salutiamo le Pale di San Lucano, i suoi protagonisti e il Mass, cui prima o poi dedicheremo una monografia a più voci, basata sul ricordo di chi ha avuto l’occasione di conoscerlo e capirlo.

Le guglie sulla via del rientro, Pale di San Lucano. Foto archivio Ettore De Biasio

Il tracciato della Via della Solitudine. Foto archivio Ettore De Biasio

Il Boral di San Lucano. Foto archivio Ettore De Biasio

Schizzo della via. Foto archivio Ettore De Biasio

Lorenzo Massarotto, in apertura sulla Via della Solitudine. Foto archivio Ettore De Biasio