Quando la disabilità diventa adattabilità in Peru

Spesso sui giornali ci sono storie che vengono raccontate con una tale dose di perbenismo che le rendono stucchevoli. Sono le storie legate alla disabilità fisica. Sono storie vendibili e cliccabili, perché puntano più sulla compassione del lettore che sulla volontà e sul desiderio di portare a compimento un’impresa da parte della persona oggetto dell’articolo o del reportage. Raccontando il progetto ArrampicAnde, noi di Alpinismi vogliamo tentare di andare oltre, di spiegare più le difficoltà oggettive di esso, invece che soffermarci sui protagonisti, Silvia Parente e Kevin Ferrari.

C’è una frase, di cui non si rammenta l’autore, che recita più o meno così: “La disabilità non è inabilità, bensì adattabilità”. Ed è vero. Fin dalle sue origini biologiche l’essere umano è il prototipo della costante adattabilità sulla Terra. Sotto il profilo antropologico, l’uomo ha sempre dovuto combattere contro le avversità meteorologiche, per esempio. Ci sono state importanti evoluzioni nella tecnologia che hanno garantito la sopravvivenza della specie umana fin dai suoi albori. Per esempio, l’invenzione degli utensili per la caccia, necessaria per il sostentamento fisico del corpo umano, sia sotto il profilo nutrizionistico sia sotto quello di protezione dalle intemperie. O per esempio, l’uso del frigorifero per conservare i cibi. Ancora più interessante è però l’adattabilità del corpo umano a condizioni prima considerate estreme. L’esempio più classico, parlando di alpinismo, è come si può adattare il fisico a sopravvivere sopra i 7.000 metri di altitudine senza il supporto dell’ossigeno ausiliario. I medici dello sport, ancora oggi, restano stupefatti di fronte a prestazioni che fino a due secoli fa potevano sembrare fantascienza. E tutto rientra nella naturale evoluzione del corpo umano.

Questo doveroso prologo, tuttavia, non è ancora terminato. No, perché dopo aver dato il contesto sotto il punto di vista umano, che quindi rappresenta la difficoltà soggettiva, che come abbiamo visto può essere superata, bisogna analizzare le difficoltà oggettive, croce e delizia degli alpinisti. Questa storia inizia in Peru, dove c’è una montagna che è stata definita, sull’American Alpine Journal, «la più iconica vetta della Cordillera Blanca». Si tratta dello Huantsán, che si trova nella regione di Ancash, situata in mezzo allo Stato sudamericano. Lo Huantsán è impressionante. Sbuca fuori dalle nubi come una cattedrale nel deserto e si trova in mezzo al nulla. Una wilderness del genere si può trovare facilmente in Alaska o in qualche remota zona della Patagonia, come ben sanno i Ragni di Lecco, amanti di questo tipo di avventure, tanto soddisfacenti dal punto di vista umano quando complicate dal punto di vista fisico e logistico. Immaginate di arrivare a Lima, capitale del Peru, e dirigervi verso lo Huantsán. Bisogna percorrere poco più di 400 km in auto, da Lima a Huaraz, capitale dell’Ancash. Oppure, un’ora di volo interno. E poi, da Huaraz fino alla Cordillera Blanca, bisogna camminare, camminare e camminare. L’ambiente è severo, il vento che arriva dal Pacifico sferza le poche pianure prima di andare a sbattere contro le montagne, in cui incontra i venti catabatici generate da esse. In mezzo, poco o nulla. O meglio, tantissimo, data la incredibile varietà faunistica e botanica del Peru. Ma insediamenti umani, pochi.

Lo Huantsán è un massiccio composto da quattro vette: Huantsán (6.395 m), Huantsán Ovest (6.270 m), Huantsán Nord (6.113 m) e Huantsán Sud (5.913 m). Sono state conquistate relativamente tardi per la loro altitudine. È stato il francese Lionel Terray, celebre e rispettato alpinista più noto per la prima ascesa al Makalu nel 1955 e del Fitz Roy nel 1952, ad aver calpestato le nevi perenni dello Huantsán nel 7 luglio 1952. La montagna è nota per essere stata scalata poco, un po’ a causa della sua posizione, così lontana dalla civiltà (e quindi agli approvvigionamenti), un po’ a causa del meteo, che varia in modo repentino ed estremo. Però, c’è una traccia di Italia sullo Huantsán. Il 20 giugno 1976 Casimiro Ferrari sale la vetta Ovest, insieme a Sandro Liati, Carmelo Di Pietro, Antonio Galmarini, Luigi Guidali, Giovanni Giannantonio, Mario Mazzoleni, Gian Battista Zarolti, Luigi Alippi e al brasiliano Domingos Giobbi. La severità del massiccio non poteva essere sottovaluta quaranta anni fa e non può essere sottovaluta oggi.

Kevin Ferrari

Kevin Ferrari

Nel 2017 però c’è qualcuno che ha lo stesso spirito di Terray. Ma non sono “conquistatori dell’inutile”, come scriveva l’alpinista francese. No, si tratta di Silvia e Kevin. Silvia è cieca mentre Kevin ha subito un’amputazione sopra il ginocchio. Eppure, mossi dallo stesso spirito di esplorazione che fu di Terray, di Walter Bonatti e di Eric Shipton, giusto per dire i più celebri che hanno optato per questo genere di alpinismo, hanno deciso di scalare lo Huantsán. Come spiega Pietro Rago, fra i fondatori di ArrampicAnde nonché capo-cordata di Silvia e Kevin, nasce tutto da una lucida follia. «A volte l’idea è come una folgorazione, come un lampo, come la lampadina di Archimede nei fumetti di Topolino. A volte no, a volte è come un mosaico, tanti piccoli accadimenti, piccole storie come tessere che portano ad un disegno diverso e inaspettato. ArrampicAnde è uno di quei casi», dice Rago, che da tempo è appassionato di quella parte della Cordillera Blanca.

ArrampicAnde, tuttavia, non vuole solo andare in Peru a scalare. Vuole anche supportare la popolazione locale tramite una maggiore consapevolezza sulle possibilità di uno sviluppo sostenibile del territorio. Come spiega il fotografo Mirko Sotgiu, si tratta di un progetto collaterale, e a lungo termine, rispetto a quello portato avanti da Silvia e Kevin. «Una spedizione alpinistica non ha solo un motivo sportivo, tecnico. Secondo noi, una spedizione deve lasciare qualcosa a chi vive il territorio. La zona di Olleros, dedicata principalmente al bestiame, può diventare in un futuro prossimo una specie di piccola Yosemite peruviana, dove natura, sport, tradizione si uniscono». E questo è il concetto di wilderness conosciuta, ma preservata, che è sempre più ricercata negli Stati Uniti, dove il presidente Barack Obama aveva cercato di proteggere istituendo il parco nazionale di Bears Ears. «Attrezzare delle vie di arrampicata vuol dire rendere possibile l’arrampicata delle pareti a molte persone, che non hanno l’esperienza di aprire nuove scalate. Inoltre rendere a conoscenza il pubblico degli sportivi, italiani ed europei delle nuove vie attrezzate può portare un incremento di un turismo rispettoso dell’ambiente, sostenibile per la valle e chi vi vive», spiega Sotgiu. In altre parole, un nuovo modello di sviluppo, capace di essere funzionale agli autoctoni nel lungo termine. Niente a che fare, quindi, con la rincorsa spasmodica del profitto a tutti i costi delle spedizioni himalayane, ma qualcosa di più intimo e utile su base locale.

Silvia Parente

Silvia Parente

L’avventura di ArrampicAnde partirà all’inizio di agosto e vedrà occupati Silvia e Kevin per tutto il periodo necessario. Inutile fare previsioni sulla durata, considerando la wilderness dell’area, come noto. Bisogna prendere tutta l’avventura come un viaggio, non come una mera spedizione andina. È come un romanzo di formazione, alla fine del quale il protagonista comprendere di essere cresciuto interiormente e di aver contribuito a realizzare qualcosa di duraturo anche per chi ha contribuito nella sua personale impresa. Un concetto, quest’ultimo, che va ben oltre il turismo ad alta quota promosso da Adrian Ballinger, più mordi-e-fuggi che capace di regalare qualcosa dal punto di vista umano. A noi di Alpinismi non interessa la disabilità di Silvia e Kevin, ma quello che possono dare alla popolazione locale e quello che possono guadagnare con questo percorso che li porterà nella Cordillera Blanca. Perché, come diceva Alex Zanardi, è solo una questione di volontà: «Alla fine lo sport, tutto lo sport, è questo. Guardare qualcuno che ottiene un grande risultato significa entrare nel percorso che l’ha portato ogni giorno a mettersi in gioco e fare il meglio che poteva. Ti fa dire: lo posso fare anch’io. Ancora di più se sei di fronte a uno che è partito senza gambe, braccia, vista o con un handicap mentale. Ti fa capire che quello che conta è il desiderio: se hai davvero deciso dove andare, l’ultimo tuo problema è diventare campione. Ti basta fare quella cosa lì. E magari diventi anche campione, l’entusiasmo è una spinta forte». E se a questo concetto dell’attività sportiva, che ben si può applicare all’alpinismo, si unisce alla voglia di condividere esperienze umane, allora il quadro è completo. Perché la passione per la montagna non ha confini, né pareti inviolabili.

By | 2017-04-12T18:26:54+00:00 12 aprile, 2017|

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