Nel marzo 2016 ho avuto l’opportunità di raccontare una storia che avevo in mente sin da bambino, le Dolomiti Bellunesi. Il desiderio di occuparmi di queste terre alte, quelle da cui io provengo, è cresciuta quando sono rientrato in Italia dopo diversi anni da ‘migrante’ in Europa. Prima arrivare al fuoco di questo racconto, devo necessariamente fare un passo indietro nel tempo, quando, poco più di 20 anni fa, è cominciato tutto. All’epoca vivevo in quello che ora è diventato uno degli interscambi ferroviari più frequentati e tecnologicamente avanzati al mondo, King’s Cross St. Pancras di Camden Town, a nord di Londra.

Nel 1994 lavoravo come assistente fotografo resident in uno studio alla moda aperto da poco. La zona circostante era una sorta di zoo urbano dove non mancavano i consumatori di crack, le prostitute a buon mercato e i nullafacenti dediti al malaffare. Soggetti che parevano usciti da una scena di Taxi Driver corredavano un intero quartiere adibito a cantiere, coprendo la maggior parte della zona di King’s Cross, dove in seguito sorgerà la sede della “New British Library” e del terminale per l’Eurostar. Ad ogni modo, quel microcosmo esercitava un forte interesse ai miei occhi inesperti e curiosi. Ero da poco maggiorenne e per il mio 20esimo compleanno non potevo aspettarmi di meglio.

Nel mezzo di quella bolgia dantesca, specialmente la notte, prendeva forma la più complessa scena underground d’Europa. Entro le pareti protette dello studio in cui lavoravo si alternavano di giorno in giorno modelle, si producevano le copertine della maggior parte dei glossy magazines come Elle, Vogue, Marie Claire e Skin Two tra le tante, poi celebri designers londinesi e band pop del calibro dei Duran Duran. Ciononostante, la mia attenzione era catalizzata dai fotografi attrezzati con le loro medio formato. Osservavo le loro movenze, tentavo di cogliere la creatività al lavoro e l’approccio scelto di volta in volta a seconda del soggetto da riprendere, e della commessa da soddisfare. Quel mondo intriso di lustrini e talento aveva creato una breccia in me, chiarendo senza dubbio alcuno quale sarebbe stata la strada che avrei preso nella vita.

Presto mi procurai la mia prima macchina fotografica, una Nikon F3. Gli anni a venire furono intensi e densi di eventi che ora vi risparmio, ma tutti influenti nella mia crescita personale e professionale, a partire dall’incontro con persone molto influenti, come Juan Carlo Gumucio e Matthew Campbell. Il primo originario della Bolivia, è stato fino alla morte nel 2002 un celebre reporter di guerra in Medio Oriente ed Europa (guerra Iran-Iraq, Libano, IRA in Gran Bretagna). Il secondo ancora oggi lavora per il Sunday Times. Entrambi mi insegnarono a guardare il mondo con occhi diversi, e prima di tutto a farsi delle domande cercando le risposte. Non semplicemente dando per scontato quello che ci viene detto o fatto vedere, ma muovendosi ed andando a verificare con i propri occhi, al fine di ottenere un’immagine vera, non adulterata. Ancora oggi, il ricordo delle nostre conversazioni è per me uno dei lasciti più preziosi della mia diaspora europea.

Un murales nell’area del campo profughi di Shatila, Beirut. Foto Patrick Comiotto

La mia passione per l’immagine e la fotografia è sopravvissuta anche al declino dello studio in cui lavoravo. Come le mode ha avuto il suo tempo, e con la sua chiusura è si è conclusa un’epoca. Per me è invece iniziata la roulette della sopravvivenza, segnata da lavori di ripiego che avevano poco da spartire con le mie aspirazioni. Decisi di dare una chance alla fotografia dopo il mio rientro in Italia. La vita mi aveva riportato al paesello dove era nata mia madre, a Carve, frazione del comune di Mel, in provincia di Belluno. I primi anni furono davvero difficili. Faticavo a trovare il modo di reintegrarmi, di confondermi con la massa. A dire il vero non c’era alcuna massa in cui integrarmi.

Dal punto di vista demografico Belluno figura circa al 90esimo posto su 110 province italiane. Potevo scordarmi le passeggiate su Oxford Circus, o la vivacità ed il fervore di una piazza multietnica come Time Square. La gente era riservata e mi sentivo come se tutti mi scrutinassero per capire chi fosse e cosa volesse quello straniero. Cominciai a chiedermi che cosa diavolo avrei fatto. Ripresi perciò a viaggiare di quando in quando e continuai a scattare fotografie. Un viaggio che ancora riporta delle memorie interessanti è stato quello nelle Gole Di Todra e sugli Atlas del Marocco settentrionale, dove ho incontrato Russ Clune, una vera leggenda dell’arrampicata americana.

Feltre con le Vette Feltrine sullo sfondo. Foto Patric Comiotto

L’epoca bellunese strideva non poco con lo stile di vita al quale mi ero abituato. Era difficile tornare dopo quelle tratte in barca attraverso l’oceano per arrivare in Marocco, quindi nella sabbia dei deserti in Medio Oriente e in Asia, in Nord America, in Syria e in Libano. Dopo l’esperienza che mi ha toccato l’anima con il giornalista Gabi Jammal, nei campi profughi palestinesi attorno a Beirut. Poi ancora il viaggio ai confini del “triangolo d’oro” tra le creste frastagliate del nord del Laos e la meravigliosa baia di Cat Ba in Vietnam, mi ritrovavo qui, dove un tempo vivevo con i nonni nel villaggio di Carve, ma c’era ancora molto da vedere.

La svolta è avvenuta nel 2009, quando per puro caso mi sono imbattuto in un articolo su un vecchio numero di Pareti che parlava di un tale Manrico Dell’Agnola, e delle montagne situate a una manciata di chilometri di distanza dalla mia nuova casa. Guardai fuori e li erano da sempre, imponenti e di un fascino eccezionale, uniche. Le Dolomiti, Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Così, davanti ad una tazza di caffè e a qualche birra, grazie a Manrico, intrapresi un viaggio tutto nuovo fatto di dura roccia, di sudore e dedizione. Già arrampicavo da un paio di anni ma tutto quello che mi sforzavo di fare rimaneva nei limiti della pratica amatoriale. Nonostante ciò, con il mio modo di fare diretto e a volte irriverente gli ho chiesto di portarmi a fare qualche scalata in montagna, una scalata vera su una «vera montagna». È quello il momento in cui ho avuto la mia chance di mettere mano sulla Civetta, proprio dove Manrico, attorno al luglio 1990 aveva salito in solitaria il diedro Philipp-Flamm in 2 ore e 40 minuti. Dopo ancora un po’ di allenamento – per me –ci dirigemmo anche oltreoceano nella bellissima Yosemite Valley a tentare qualche tiro del Nose su El Cap e alcuni dei monotiri storici come Outer Limits dove ho incontrato anche altri personaggi, uno tra tutti Beppe Chiaf, caduto tragicamente proprio al rientro da quel viaggio nel 2011, in una mattina fredda di ottobre, sulla parete nord del Cervino. Ricordo Beppe su una via alla Elephant Rock. Le difficoltà erano per me rilevanti, mentre gli altri, Manrico, Beppe e Andrea Tocchini i tiri si susseguivano tra una risata e l’altra. In discesa, esausto mi fermo ad una delle soste dove il Beppe si preparava alla doppia. Mi guarda e con un ghigno mi dice «Tachet mia ai bafèt nè?» (lett. «non ti attaccherai mica ai baffi della doppia?»). La giornata si è conclusa con una gran mangiata di carne al fuoco alla base del capitan, a Camp4, tra risate sguaiate e leggendarie storie di ascese granitiche sotto il cielo stellato della Yosemite Valley.

L’autore su Outer Limits, Yosemite. Foto archivio Patrick Comiotto

Tornato da quel viaggio, la mia propensione per la fotografia si era rafforzata profondamente, portandomi a ripartire una volta ancora, stavolta verso uno dei santuari dell’arrampicata moderna: le Gole Del Verdon. Proprio qui ha avuto luogo la mia trasmigrazione al mondo del video. Il digitale ormai aveva ampiamente sostituito le vecchie ed ingombranti 16mm e fare dei filmati di buona qualità era possibile senza una spesa enorme. Marco Bergamo (Guida Alpina, Val Biois) doveva essere ripreso per un video promozionale di un’azienda locale, mentre ripeteva la Pichenibule, il capolavoro di Jaques “Pschitt” Perrier nella sezione Escales. Via liberata nel 1980 nientemeno che dal grande Patrick Berhault.

Beppe Chiaf, Manrico Dell’Agnola e Patrick Comiotto sul Nose, El Cap. Foto archivio Patrick Comiotto

La mia attitudine a raccontare pareti e montagne si stava delineando chiaramente, fino all’incontro con Marco Preti, un paio di anni dopo. Ho avuto modo di conoscere Marco e di collaborare in un modo o nell’altro alla realizzazione di alcuni dei suoi bellissimi documentari. Ho sicuramente imparato molti segreti del mestiere da lui; oltre a conoscere il mondo del documentarismo è uno scrittore capace, autore di “Il ghiacciaio di nessuno” (Editore Mursia) e del recente “The Hut” (Versante Sud). È stato un alpinista di livello fino all’età di 30 anni, pertanto i suoi primi lavori non potevano che gravitare tra pareti e montagne. Nel 78 ha firmato “Cinque giorni su El Capitan – 8mm” e nell’80 “Lotus Flower Tower – 8mm”. Nel 1983 ha assistito Kurt Diemberger nel documentario “K2, La montagna Italiana – 16mm”.

Backstage riprese aeroporto di Belluno. Foto archivio Patrick Comiotto

Ecco che con un pizzico di insolenza ho iniziato a punzecchiarlo, a insistere sulla necessità di girare qualcosa dalle mie parti, in provincia di Belluno. Visto l’insistenza, più che una richiesta la mia è presto diventata una lagna costante, durata a lungo, fino all’epilogo nel marzo dello scorso anno, quando sono riuscito a strappare qualcosa di simile a un impegno: «si va bene, facciamo un documentario lì nel Bellunese, nelle sue Dolomiti”. La direzione di Geo – con cui Marco Preti collabora –, aveva accettato la proposta. Per quanto mi riguarda ero al settimo cielo. In fondo Belluno non era poi così male e riscoprire le Dolomiti da un punto di vista “umano” era una grande opportunità. Insomma, mi ritrovavo nel posto dove ero cresciuto e dove ora, dopo aver acquisito un bel numero di esperienze, potevo raccontare Agordo, Sappada, Feltre, Mel, Auronzo, Alleghe, San Vito Di Cadore e Cortina. Un modo per poter presentare questi luoghi a una moltitudine di spettatori su una televisione nazionale.

Maschere tradizionali, artigianato di Sappada. Foto Patrick Comiotto

Solo in pochi sanno che cinque delle nove zone delle Dolomiti sono in tutto o in parte localizzate in provincia di Belluno: Pelmo – Croda da Lago, Marmolada, Dolomiti Settentrionali, Dolomiti Friulane, D’Oltre Piave, Pale di San Martino – San Lucano – Dolomiti Bellunesi – Vette Feltrine. Sono state queste ultime, le Feltrine, il fuoco del documentario, recentemente messo in onda su Geo di RAI3. Con la regia di Marco Preti la storia si stava formando ed aveva il suo meritato inizio. Dopo varie conversazioni e interviste con i careghete (seggiolai) di Rivamonte, la squadra del Soccorso Alpino della sezione di Agordo, scultori di maschere tradizionali a Sappada e guardie forestali ai piani eterni; quindi incontri con una miriade di altri personaggi, ho realizzato che quest’atmosfera, quasi ignorata dal pressing del turismo di massa, era davvero preziosa e che proprio questi “personaggi” e la loro cura e dedizione le davano vita. Quindi grazie alla trentennale esperienza di Marco Preti, la nostra storia, la storia delle Dolomiti Bellunesi trovava il suo inizio, la sua metà e il suo meritato finale. Abbiamo avuto la possibilità di lavorare immersi in un territorio unico al mondo, prendendosi il giusto tempo, mesi, per cogliere le sfumature del paesaggio e della gente che lo abita.

Bruno, “seggiaiolo” di Rivamonte. Foto Patrick Comioto

Ritengo che il taglio dato al lavoro sia una prima, almeno per le montagne della provincia di Belluno. Non posso nascondere la grande soddisfazione e l’orgoglio per aver fatto la mia parte, tra voli in elicottero e l’inseguimento di mufloni, cervi e stambecchi in un contesto naturale che farebbe impallidire una scenografia del Signore degli Anelli. Il documentario così nato si divide in tre parti. La prima concentrata attorno ad Agordo, con il suo Agner, la Moiazza e le pale di San Lucano. La seconda è stata realizzata in Cadore e Comelico dove nasce il Fiume Piave. Infine la terza, andata in onda pochi giorni fa, parla delle Vette Feltrine, della città di Feltre e della sua ricca storia.

L’epilogo di questo racconto è al tempo stesso un ringraziamento e un’ammissione di colpa. Pur essendo cresciuto da queste parti, mai prima di prendere la telecamera in mano ero riuscito a cogliere davvero la grandiosità delle mie terre. L’obbiettivo mi ha aiutato a focalizzare l’attenzione sulla natura, su una tale bellezza e sulla storia che mi stanno attorno. Ho vissuto un’esperienza illuminante, sfiorando un’intimità tale da aver cambiato per sempre il modo in cui i miei occhi guarderanno da ora in poi questi incredibili monumenti di roccia. Per questo devo ringraziare Marco e tutti coloro i quali hanno preso parte al progetto, insostituibili compagni di un altro viaggio.

L’autore in arrampicata sulla Smith Rock. Foto archivio Patrick Comioto