Ogni tanto bisogna fare i conti con l’imprevisto, quello che noi malati di montagna chiamiamo rischio oggettivo. Sappiamo perfettamente che ciò che stiamo facendo da un lato stimola la produzione di adrenalina e ci rende felici e dall’altro ci rende vulnerabili. A cosa? Al caos, alla natura, all’imprevisto appunto. Possiamo anche mitigare i rischi soggettivi con una preparazione mentale e fisica al top, ma non possiamo ridurre del tutto i rischi oggettivi, come può essere una scarica di pietre lungo una parete. Ueli Steck lo sapeva. E infatti non sfidava la natura, sfidava sé stesso. Era Ueli contro Steck. E si può ben dire che Ueli ha vinto.

“Non sono particolarmente dotato per l’alpinismo. Non sono nemmeno uno sportivo di resistenza particolare. Di certo il mio punto forte è invece l’ostinazione. La preparazione deve essere perfetta”. Così diceva lo scalatore svizzero nato nel 1976 a Langnau im Emmental, nel Canton Berna. È morto. Ed è morto sul Nuptse, in Himalaya, mentre si stava allenando per l’epica traversata Everest-Lhotse, che voleva completare senza ausilio di ossigeno in 48 ore. Provate a immaginare la fatica che provate, portando su corde e materiali, per arrivare all’attacco di una via sulla Corna Rossa in Brenta, poi potete moltiplicarla per 100 e forse avrete una piccola impressione di quanto sia incredibile anche solo, di fronte al familiare e rassicurante fuoco del caminetto di casa, ipotizzare di completare un’impresa del genere. Ueli non si è mai fermato di fronte alle difficoltà. Sapeva di non essere un atleta particolarmente performante. Ma ha lavorato sodo sulla sua passione per la montagna. Ci sono persone che sentono il dovere di lasciare un segno indelebile mentre sono in vita. Qualcosa che li renda ricordabili. Ueli era uno di essi. Qualcuno potrà dire che si tratta di una mera esaltazione dell’ego, estremamente ingrossato nel caso degli alpinisti, che a volte si rendono ridicoli quanto i pescatori a far gara a chi ha fatto l’impresa più grande. Eppure, scorrendo la vita alpinistica di Ueli non si può non restare affascinati dall’ostinazione che ha dimostrato a più riprese di avere.

Nato come terzo di tre fratelli, Ueli era il più piccolino. Non particolarmente dotato dal punto di vista fisico, non aveva un fisico massiccio, né precursore di un’esistenza da atleta estremo, Ueli era però armato di tre componenti fondamentali per l’alpinismo: forza di volontà, umiltà e, soprattutto, passione. Quante volte ci siamo detti fra di noi arrampicatori umani e del weekend, durante un sabato piovoso e cupo, che sarebbe stato meglio stare a casa, lasciando che i carboidrati della lasagna entrassero nel nostro corpo per darci quella sensazione di abbiocco sul divano che ci avrebbero reso indolenti per tutto il pomeriggio? Migliaia. Inutile negarlo. Ci sono giornate in cui no, non vogliamo uscire. Troppa fatica. Ma non era così per Ueli. Lui aveva un obiettivo. Divertirsi, prima di tutto. Non era il record che lo stimolava. Non erano i premi che lo eccitavano. Lui che con due Piolet d’Or in casa, ha sorriso di fronte alle accuse di diversi alpinisti che lo criticavano. «Ma sull’Annapurna non ha fatto alcuna foto mentre faceva la Sud in 28 ore fra su e giù? No foto, quindi ha barato», dicevano. E sono gli stessi che ora, in un turbine di ipocrisia e perbenismo, ne piangono la morte sui social media. Ma Ueli se ne fregava. Mica arrampicava per loro, per la fama. Arrampicava perché gli piaceva, perché si sentiva vivo. 

Ueli Steck 2

Ueli Steck 2

La verità, anche se questo è un termine orribile perché nessuno ha la verità in mano, è che Ueli era un umano più umano di altri. Era una persona che ha saputo riconoscere i suoi limiti naturali e lavorare al fine di spingerli più in là. In silenzio, senza essere costantemente connesso a internet, senza postare millemila foto su Instagram, Twitter o Facebook. Lo facevano per conto suo. Lo facevano perché non poteva non essere sui social. Non gli interessava la calca mediatica, anche se doveva esserne complice, causa gli sponsor sempre più onnipresenti nel nostro mondo. Perché è vero che la passione che ti muove può essere enorme, ma è altrettanto vero che bisogna fare i conti con i costi delle spedizioni. E quindi, anche se muori dentro a rispondere sempre alle solite domande dei soliti giornalisti, devi sottostare a questo circo. Perché sai perfettamente che le ore che perdi coi giornalisti e con gli sponsor non sono altro che il preludio a quell’obiettivo che avevi in testa. Quello per il quale ti stai allenando sacrificando vita, famiglia e affetti. Perché la montagna è un richiamo impossibile da resistere per noi malati. 

Ueli ne era consapevole. E anche noi di Alpinismi lo sappiamo, perché la passione che ci muove è più o meno simile. È quella che ti fa svegliare all’alba sognando la prossima via. È quella che non ti fa dormire mentre sei in rifugio perché sei troppo elettrizzato per addormentarti tranquillo, nonostante qualche grappa di troppo che ogni tanto scappa. È quella che ti fa sacrificare ore e ore con la tua moglie perché “devo allenarmi per quella via”. Si tratta di ostinazione e passione, ma anche di rischi calcolati. Su PlanetMountain, Vinicio Stefanello ha scritto così: «Mi hanno chiesto anche cosa Ueli Steck ha lasciato all’alpinismo, oltre ai suoi record. È difficile dare risposte. Ma anche in questo caso ho risposto di getto: Ueli ci ha lasciato il ricordo di com’era come persona”. Ha ragione, ma solo in parte. L’eredità di Ueli è qualcosa che va oltre dei record e della sua persona. Ueli ha segnato la vita alpinistica tanto quanto Reinhold Messner e Jerzy Kukuczka, solo per citare i più innovativi. Perché ha dimostrato che nessun limite deve essere preso come inviolabile. Stefanello era sicuramente sconvolto quanto noi di Alpinismi nell’apprendere della scomparsa di Steck, e siamo sicuri che concorderà con noi. Perché quello che ha fatto Ueli per il mondo dell’alpinismo non è solo una sterile raccolta di record.

Steck ha cambiato l’alpinismo portandolo a nuovi limiti. È stato un innovatore, al pari di quello che qui negli Stati Uniti è Elon Musk con la sua Tesla (e non solo…) Qualcuno potrà dire che la velocità non è tutto in montagna, che non ha senso ricercare per forza la performance. E infatti, quando Ueli decise di concatenare tutti e gli 82 Quattromila delle Alpi non aveva in testa di battere il record di Franz Nicolini e Diego Giovannini. Voleva farlo perché voleva farlo. Voleva farlo perché sentiva di farlo. Voleva farlo perché non sapeva se poteva farlo. E alla fine, chissenefrega se Franz e Diego ci hanno messo due giorni in meno. Sicuramente nessuno dei due hanno avuto dubbi sull’incredibile prestazione di Ueli. Sapevano che in montagna si può essere oggetto dell’influenza dei rischi oggettivi che possono scombinare qualunque piano. Le polemiche, semmai, sono state solo il frutto della categoria professionale di cui faccio parte, quella giornalistica.

Ueli Steck 3

Ueli Steck 3

È suggestivo che ora che Ueli non c’è più non ci siano più critici. Nessuno che più mette in dubbio quanto sia stato enorme il suo apporto all’alpinismo. Perché, volenti o nolenti, Ueli ha rappresentato un nuovo paradigma per l’alpinismo. Ha reso possibile ciò che non lo era. Ha dimostrato che meno lasagne e meno pigrizia possono essere fondamentali. Ha fatto vedere al mondo che è possibile farsi la Nord dell’Eiger in 2 ore e 47 minuti, quando noi fatichiamo su un 5.11a al chiuso di una palestra. Guardava una cima e non diceva “Chissà quanto potrei metterci per farla?”. Si preparava in modo meticoloso, andava su e via. Poi al ritorno stoppava l’orologio. Okay, ho battuto un record. Cool. E via, alla prossima avventura. Niente sbrodolamenti se non quelli obbligati dagli sponsor. Anzi, a volte si dimenticava pure di far scattare il cronometro. Perché la passione veniva prima dei record. Perché era nel suo ambiente prediletto, quello in cui l’acqua non è in formato liquido ma solido. 

Ueli se ne fregava delle etichette. Gli interessava essere chiamato “The Swiss Machine”? No. Perché lui era Ueli Steck. Ed era una macchina fatta di carne e ossa, non un essere sovrannaturale. Era una persona normale, che però si è fatta un mazzo così per raggiungere quello che voleva. Ed era consapevole dei rischi. Tutti noi lo siamo, minimizziamo con le nostre compagne o compagni o mogli o mariti, ma sappiamo che l’imprevedibile può accadere. E allora perché continuiamo? Perché scaliamo? Perché pensiamo 24/7 alla montagna in tutte le sue forme? Perché come scriveva un altro grande dell’alpinismo scomparso di recente, cioè Royal Robbins, «Scalare non serve a conquistare le montagne; le montagne restano immobili, siamo noi che dopo un’avventura non siamo più gli stessi». Proprio la sensazione che ricercava Ueli. E che ricerchiamo tutti noi.