I cambiamenti climatici costituiscono una delle sfide più importanti per l’avvenire del nostro pianeta. È una realtà di fatto, anche se esistono i ‘negazionisti’, se non addirittura chi ritiene di avere la visione e il potere di stracciare l’Accordo di Parigi (raggiunto alla Conferenza sul Clima COP21) dopo anni di battaglie.

Per coloro i quali condividono con noi di Alpinismi un sincero amore per la montagna, non è possibile fingere di non aver visto quanto è accaduto lo scorso inverno sulle Alpi. Precipitazioni prossime allo zero in vaste aree, con conseguenze estese ben oltre i mancati introiti derivanti dalle settimane bianche annullate, o dalle magre soddisfazioni degli sci-alpinisti. Il problema è oggi evidente nella drammatica condizione delle risorse idriche, tema sul quale a breve torneremo con un approfondimento dedicato. Allargando il cerchio però, ci accorgiamo di come la nostra Europa sia influenzata da cambiamenti di ben altra natura, legati in modo forte proprio alle trasformazioni subite dall’ambiente a livello globale. Non è da ieri che il concetto di ‘migrazioni climatiche’ si è ricavato un posto prevalente nella dialettica di ogni giorno. Fatichiamo ad accettarlo forse, o magari non ce ne rendiamo conto, di fatto però viviamo attorniati da persone in fuga dagli effetti del surriscaldamento del pianeta.

Un esempio eloquente l’ho avuto di recente, a Venezia. Durante un incontro all’Università Ca’ Foscari, mi è stato presentato l’esempio di Amitav Ghosh, uno dei più influenti scrittori indiani, autore (tra gli altri libri) di ‘La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile’ (Neri Pozza, 2016). Durante una sua precedente visita nella città lagunare, Ghosh è entrato in contatto con la comunità di lavoratori bengalesi assunti nei ristoranti, nei negozi, come portatori per gli hotel o in altre attività legate al turismo veneziano. Ebbene, è stato lui a ‘scoprire’ che gran parte di questi migranti ha lasciato il Bangladesh a causa della progressiva salinizzazione delle Sundarbans, provocata dall’innalzamento delle acque del mare, minando il fragile ecosistema locale basato in particolare sulla pesca del pesce di fiume. Paradossale il fatto che molti di questi migranti climatici si siano poi trasferiti a Venezia, straordinaria città di storia e arte, a sua volta minacciata dall’innalzamento delle acque, al pari delle foreste di mangrovie poste a sud del delta del Gange, Brahmaputra e Meghna.

Non da ultimo, anche se probabilmente non sarebbe necessario, va ricordato che parte dei migranti di provenienza africana che si avventurano nel Mediterraneo fugge dalla desertificazione delle proprie terre, dalla salinizzazione, dall’iper-sfruttamento delle risorse nei loro Paesi di origine, o da un mix letale di tutti questi elementi. Un discorso a parte riguarda il fatto che agli occhi di parte dell’opinione pubblica italiana ed europea, questi profughi climatici non siano meritevoli di accoglienza internazionale per il semplice fatto di non fuggire da una guerra. Osservazioni tecnicamente corrette – di fatto alcuni di loro non lasciano case e villaggi per effetto dei bombardamenti – ma eticamente discutibili quando una famiglia tradizionalmente legata a un’economia agricola di sussistenza, non è più in grado di far crescere un filo d’erba per le cause succitate, rischiando di non avere alternative alla fame.

Ebbene, l’innegabile realtà dei cambiamenti climatici è giunta anche al 65esimo Trento Film Festival, dove la pellicola ‘Samuel in the clouds’ (Belgio, 2016) di Pieter Van Eecke ha ottenuto la prestigiosa Genziana d’oro 2017 come miglior film in concorso. Il lavoro del registra belga narra la storia di Samuel, l’anziano gestore della stazione sciistica del monte Chacaltaya in Bolivia, una delle più alte al mondo, ormai dismessa a causa della scomparsa delle nevi perenni dovute all’assenza di precipitazioni e all’aumento delle temperature anche durante il periodo invernale. Ma Samuel, nonostante le previsioni negative dei climatologi, non demorde e spera sempre in un ritorno della neve, accogliendo ogni giorno i turisti in arrivo da tutto il mondo, attratti dal meraviglioso panorama che si domina dalla cima della montagna, portando avanti la sua attività con amore, semplicità e passione, così come ha fatto per decenni. Aspettando e sperando di vedere nuovamente imbiancata la “sua” montagna. L’assegnazione è stata decisa dalla giuria internazionale composta da Timothy Allen (fotografo e regista) Gilles Chappaz (giornalista e regista), Fridrik Thor Fridriksson (regista e produttore cinematografico) Anastasia Plazzotta (produttrice e distributrice cinematografica) e Andrea Segre (regista). “Un personaggio unico e universale allo stesso tempo, raccontato con grande coerenza estetica e profondo rispetto umano, in uno stile documentario puro e onesto che ci aiuta a riflettere su un tema di grande urgenza”.

In questa foto e nell’immagine di apertura, una scena tratta da ‘Samuel in the clouds’ (Belgio, 2016) di Pieter Van Eecke, vincitore della Genziana d’oro come miglior film in concorso alla 65esima edizione del Trento Film Festival.

Questa la motivazione della giuria, che ha poi attribuito la Genziana d’oro miglior film di alpinismo – Premio del Club Alpino Italiano al documentario ‘Dhaulagiri, ascenso a la Montaña Blanca’ di Christian Harbaruk e Guillermo Glass (Argentina, 2016) con la seguente motivazione:  “Tra i pochi film del concorso in questa categoria, la Giuria ha voluto dare un riconoscimento all’umiltà, alla sobrietà e alla correttezza etica con cui il regista e i protagonisti hanno ricostruito la loro drammatica spedizione in stile alpino”. Il film racconta la storia di quattro amici argentini, Guillermo, Christian, Sebastián e Darío, che decidono di girare un documentario sulla loro ascesa al Dhaulagiri. Ma Darío muore durante il tentativo di raggiungere la vetta in solitaria.

‘Dhaulagiri, ascenso a la Montaña Blanca’ di Christian Harbaruk e Guillermo Glass (Argentina, 2016)

Il premio Genziana d’oro miglior film di esplorazione o avventura – Premio Città di Bolzano è andato al documentario ‘Diving into the unknown’ di Juan Reina (Finlandia, 2016). La giuria ha assegnato il premio con la seguente motivazione: “Quando un’avventura sportiva si trasforma in dramma ci si chiede quale sia il senso di una passione comune e come si possa mettere la propria vita in gioco per amicizia e rispetto reciproco. Un film che esplora le profondità dell’animo nordico, una lezione sulla cultura dell’impegno. Una storia incredibile, straziante e coinvolgente”. L’opera racconta il tentativo effettuato da cinque speleo sub finlandesi di portare a termine la più lunga immersione subacquea della storia all’interno di una grotta sommersa in Norvegia, ma la missione ha un esito tragico e solleva pesanti interrogativi sul senso di una disciplina così estrema.

DivingIntoTheUnknown_8-photo-Tuukka-Kovasiipi-©MonamiAgency2015

La Genziana d’argento miglior contributo tecnico-artistico è stata assegnata a ‘Life in four elements’ di Natalie Halla (Finlandia/Austria/Spagna, 2017) con la seguente motivazione: “Un’eccellenza tanto tecnica quanto artistica, una meravigliosa fusione tra racconto epico e intimi incontri, visivamente incantevole”. Il film narra quattro storie esemplari, quella di un’apneista, un vigile del fuoco, un alpinista e uno speleologo che descrivono il rapporto dell’uomo con i quattro elementi.

‘Life in four elements’ di Natalie Halla (Finlandia/Austria/Spagna, 2017)

La Genziana d’argento miglior cortometraggio è andata a ‘The Botanist’ di Maxime-Lacoste Lebuis e Maude Plante-Husaruk (Canada/Tagikistan, 2017) con la seguente motivazione: “L’intenso ritratto di un uomo la cui storia non è solo personale ma è quella di un intero paese”. Il potente ritratto di un villaggio remoto che per trenta minuti diventa il centro del nostro mondo, nel quale vorremmo rimanere più a lungo, insieme al protagonista, senza dimenticare che “non è dalla sua fronte che si possono giudicare i pensieri di un uomo”. L’opera racconta la storia di Raïmberdi, un anziano botanico che ha perso tutto e si è trasferito con la sua famiglia sulle brulle montagne del Pamir. Nei momenti liberi l’uomo cataloga rare specie di piante con una splendida grafia.

‘The Botanist’ di Maxime-Lacoste Lebuis e Maude Plante-Husaruk (Canada/Tagikistan, 2017)

Il Premio della Giuria è andato a ‘Gulîstan, land of roses’ di Zaynê Akyol (Canada/Germania, 2016). La motivazione è stata la seguente: “L’ultima scena rimarrà con noi a lungo. Un esempio meravigliosamente intimo e commovente di cinema documentario”. La regista si è messa alla ricerca dei ricordi di Gulîstan, una sua cara amica, come lei emigrata in Canada, che si è successivamente unita al PKK. Entra così in contatto con un gruppo di guerrigliere che vivono in un costante e impegnativo addestramento fisico e spirituale, pronte a difendere il territorio curdo dalla minaccia dell’ISIS.

‘Gulîstan, land of roses’ di Zaynê Akyol (Canada/Germania, 2016)

Infine Menzione speciale allo splendido (raccomandato) ‘Becoming Who I Was’ di Chang-yong Moon, Jin Jeon (Corea del Sud, 2016, ’96) con la seguente motivazione: “Sono tempi in cui è più che mai necessario rispettare la fede di ognuno. Questo film ci insegna che dovremmo tutti seguire ciò in cui crediamo, per quanto difficile possa essere raggiungere i nostri scopi”. L’opera ha come protagonista il piccolo Angdu che viene riconosciuto come la reincarnazione di un monaco tibetano vissuto secoli prima. Il maestro del suo villaggio decide allora di accompagnarlo lungo il percorso che lo porterà dall’India al Tibet.

‘Becoming Who I Was’ di Chang-yong Moon, Jin Jeon (Corea del Sud, 2016, ’96)