Devo dire di non aver nemmeno cercato le statistiche, ammesso esistano, ma sono quasi certo il Nepal figuri tra le nazioni più amate al mondo. Saranno le dimensioni contenute, l’ebbrezza dell’alta quota o forse gli abitanti, tradizionalmente cordiali e disponibili; magari il richiamo mistico dell’Himalaya e delle sue cime innevate, considerate il centro dell’Universo dalle trazioni filosofiche e religiose del Subcontinente. C’è poi quel senso di vulnerabilità trasmesso dalla posizione peculiare, schiacciata tra Cina e India che da decenni si confrontano per svariate dispute territoriali lungo la Line of Actual Control (LaC), il confine che separa i due giganti asiatici. Per molti, tuttavia, Nepal è sinonimo di grandi trekking. È un Paese dove le voci alpinismo e avventura pesano in modo prevalente nella definizione del Pil nazionale, che con meno di 21 miliardi di dollari figura tra le economie più fragili del pianeta. Secondo i dati riportati nel World Economic Outlook Database 2016, diffuso a ottobre dall’International Monetary Fund (IMF), il Nepal è al 28esimo posto tra i Paesi più poveri la mondo, ma dando una scorsa a chi se la passa peggio, figura tra i pochi a non essere interessati da conflitti in corso.

Per rendere l’idea della pochezza dell’economia nepalese basta pensare che i souvenir e i vari acquisti fatti dai turisti stranieri in viaggio tra Pokara e Kathmandu, pesa per il 17,7% sull’export complessivo. Parliamo di sciarpette, magliette hippie, tappeti, incensi, bracciali e delle immancabili bandiere tibetane, affisse a mezz’aria nei salotti di gran parte dei reduci di una spedizione alpinistica o di un più semplice trekking in qualche vallata himalayana. Nulla da recriminare, sia chiaro, anche in luce dell’impatto che il turismo e l’indotto generato hanno sull’occupazione, giunta a 604mila posti nel 2016, con una prospettiva di arrivare a 1,325 milioni di posti di lavoro nel 2027. Numeri e cifre tuttavia ci impongono di guardare dove a volte si preferisce non vedere, e cogliere la fragilità di una nazione mai come ora in pericolo. Le ragioni sono molteplici e probabilmente l’instabilità politica gioca un ruolo determinante nella questione, se non altro perché garante di un sistema giudiziario inadeguato, e madre della corruzione diffusa a tutti i livelli. Va da sé che le riforme sono poche o nulle, mancano le condizioni necessarie a sostenere lo sviluppo e tanto basta a inibire l’impresa individuale, gli investimenti interni e quelli stranieri, costringendo l’economia in uno stato di perenne torpore.

Allo stesso modo il Nepal e i nepalesi subiscono l’impatto del turismo. È paradossale, ma quella che come visto pocanzi rappresenta una boccata di ossigeno per l’occupazione del Paese, sta di fatto scollando gli abitanti dalle fragili economie tradizionali. Il turismo in Nepal è senz’altro variopinto e colmo di buoni propositi, ma è comunque sistematico, invasivo e per certi aspetti invadente. Troppo, concentrato su troppo poco. Non mi riferisco soltanto al famigerato campo base dell’Everest, divenuto qualcosa di simile a un parco giochi da cui prendere la scala mobile per il tetto del mondo. Parlo in particolare per le zone più remote, dove intere famiglie di allevatori sono disposte a sacrificare il proprio rapporto ancestrale con la terra sull’altare di una guest-house. Stanno perdendo le conoscenze tradizionali, non sanno più mungere, ad esempio, né trasformare il latte in formaggio, oppure lasciano rinsecchire le rotte carovaniere con cui commerciavano in merci e animali con le altre valli, favorendo lo scambio culturale e la micro-economia delle origini, l’unica davvero sostenibile in un villaggio a 4mila metri.

L’eccessiva pressione del turismo sta quindi snaturando le prospettive di vita dei nepalesi. Le logiche di convivenza delle comunità di villaggio si stanno perdendo, sostituite da principi di competizione messi in atto per attirare un trekker in più o un cliente ancora. Il concetto di sostenibilità si perde, soffocato dai rifiuti prodotti dai viaggiatori. Poco importa se plastica e lattine vengono in buona parte raccolti, imballati e spediti a valle. A complicare le cose si sommano gli effetti devastanti del terremoto che ad aprile 2015 ha ucciso circa 9mila persone, radendo al suolo 824mila abitazioni e minando pesantemente l’economia, a partire da quella legata al turismo. Al Jazeera ha recentemente pubblicato un’analisi sullo stato dell’arte della ricostruzione post terremoto, evidenziando l’incapacità del governo di redistribuire i fondi destinati in tale senso. Il quotidiano qatariota spiega come subito dopo il sisma fossero giunti 4,1 miliardi di dollari in aiuti dalla comunità internazionale, su un totale di 9 miliardi stimati per tamponare le emergenze e riportare il Paese al punto ‘zero’. Questi soldi dovevano essere distribuiti in tranche a circa 900mila famiglie in difficoltà, ma il processo si è arenato. Solo il 12% del totale è stato distribuito, a favore di appena 544.996 famiglie – dati National Reconstruction Authority –, permettendo la ricostruzione di nemmeno 21mila alloggi. In alcuni casi sono stati stanziati fondi alle famiglie ma non è mai seguito un intervento di aiuto, ad esempio per il ripristino dei servizi essenziali, come l’acqua potabile, rendendo estremamente difficile ogni tentativo di reinsediamento. Poi mancano materiali da costruzione, muratori e tecnici che intervengano sul campo per certificare l’avanzamento dei lavori.

Detto questo, non stupisce che sia proprio il terremoto nepalese una delle tematiche di spicco tra i lavori presentati al Trento Film Festival, l’annuale rassegna di cinema e cultura di montagna avvenuta tra il 27 aprile e il 7 maggio. Eloquente e senz’altro raccomandato, il film-documentario Trembling Mountain (La montagna tremolante) di Kesang Tseten Lama. Girato nell’arco di oltre un anno nella regione nepalese del Langtang, una delle aree più colpite dal terremoto del 2015. Qui, il villaggio di Langtang è stato raso al suolo da un’enorme massa di ghiaccio, fango e roccia precipitata da una cima sovrastante creando uno spostamento d’aria pari alla metà di quello causato dalla bomba atomica di Hiroshima. In pochi istanti morirono 400 persone, incluse decine di turisti stranieri. A un anno di distanza, il documentario indaga le profonde trasformazioni che stanno investendo l’intera area. A partire dalla presa di coscienza dei superstiti, per i quali mai come ora paiono chiare le implicazioni del turismo, al contempo vitale per ovvie ragioni economiche, ma limitante per il ritorno a un’esistenza sostenibile.

Prima del turismo però, per favorire la ripresa del Nepal c’è bisogno di un maggiore impegno internazionale. Problematica evidenziata anche da Fausto De Stefani, coordinatore di un pregevole progetto di sviluppo nel villaggio di Kirtipur, alle porte di Kathmandu, dove grazie all’aiuto di molti sostenitori ha costruito la Rarahil Memorial School, ad oggi tra i più efficienti centri educativi del Paese. «Uno dei problemi principali del post-terremoto è l’assenza della comunità internazionale. Certo, ci sono ong, fondazioni e volontari al lavoro, ma molti governi fanno poco», spiega De Stefani, da noi incontrato a margine dell’evento ‘Nepal: tra sogni e realtà’ organizzato in collaborazione con SAT e Montura. Lasciamo perciò alle parole dell’alpinista mantovano la chiusura di questo articolo: «Il Nepal è un Paese in ginocchio, dove si intrecciano problematiche che singolarmente sono serie, ma se combinate rappresentano una tragedia».