Continua la guerra fra il mondo dei climber e Donald Trump. Dopo che il presidente statunitense ha firmato l’ordine esecutivo per rivedere tutti i national monument dal 1996 a oggi, che sono 27, non si placano le proteste in America. A tal punto che un plotone di climber come Tommy Caldwell, Alex Honnold, Conrad Anker e Sasha DiGiulian, insieme ai rappresentanti dell’American Alpine Club (AAC) e dell’Access Fund sono andati dritti a Washington per far sentire le loro ragioni in Senato. Eppure, nonostante gli unanimi cori di protesta di tutta l’industria dell’outdoor, Trump non sembra essere intenzionato a tornare sui suoi passi. E la battaglia va avanti. 

Non c’è solo Bears Ears a essere a rischio. Vi avevamo già parlato del timore che l’ultimo monumento nazionale, istituito da Barack Obama proprio negli ultimi giorni della sua presidenza, potesse essere cancellato. Ma a fine aprile, Trump e il suo segretario per gli affari interni, Ryan Zinke, hanno deciso che dovevano essere rivisti tutti quelli creati dal 1996 a oggi. Perché? Ufficialmente perché in diversi siti – come Bears Ears – ci sono possibilità di costruire strade e infrastrutture. Mentre in altri si possono sfruttare le risorse naturali esistenti. Qualche osservatore delle politiche della Casa bianca afferma invece che tutto è iniziato con Bears Ears, per il quale Trump voleva fare uno sgarbo a Barack Obama, che lo ha istituito, e poi si è fatto prendere la mano per via dei consigli del suo strategist, Steve Bannon. È possibile, ma ciò che importa è che attualmente ci sono 27 aree protette a rischio. Sotto il profilo legale, non è ancora chiaro se Trump può abolirle, mentre sotto il profilo politico deve valutare le ricadute sul suo elettorato e non solo. Già ora le proteste sono vive e stanno aumentando d’intensità giorno dopo giorno. Non solo in Utah, o in Wyoming. Anche a Washington, dove sono in programma marce di protesta da qui a luglio. Proteggere le terre pubbliche, preservare le aree naturali, salvaguardare la wilderness. Sono queste le motivazioni che hanno spinto e spingeranno migliaia di americani a esprimere il loro disappunto a Trump.

Gold Butte National Monument, Nevada, Bureau of Land Management

Gold Butte National Monument, Nevada, Bureau of Land Management

Per capire di più la questione bisogna però fare un passo indietro. Negli Stati Uniti ci sono diverse forme per proteggere l’ambiente e le aree naturali. Le due più note sono i parchi nazionali, gestiti dal National Park Service (NPS), e i monumenti nazionali, che possono essere gestiti dal NPS, oppure dallo United States Forest Service, dallo United States Fish and Wildlife Service o dal Bureau of Land Management. La sostanziale differenza fra i due status è che un parco nazionale è istituito dal Congresso, mentre un monumento nazionale direttamente dal presidente. La ragione è da ricercare nella presidenza di Thedore Roosevelt. Nel 1906, con l’Antiquities Act, Roosevelt decise di proteggere le aree dei nativi americani dalla corsa all’approvvigionamento di risorse naturali, quali metalli preziosi, carbone fossile o petrolio. Lo fa per preservare aree di «interesse scientifico», e infatti decide di istituire come primo monumento nazionale le Devils Tower in Wyoming per via del loro interesse geologico. Stessa motivazione per il Grand Canyon, diventato monumento nazionale nel 1908 e poi divenuto parco nazionale nel 1919 sotto la presidenza di Woodrow Wilson. Questo perché non è escluso che un monumento nazionale non diventi un parco nazionale. Ma è invece molto improbabile il contrario, dato che non c’è un precedente giuridico. Stesso dicasi per l’abolizione di un monumento nazionale. Attualmente non è previsto da alcuna norma. In pratica, non c’è giurisprudenza a riguardo.

Il punto di Trump, stando a quanto riportano i suoi collaboratori è molto semplice. In diverse aree ora protette ci sono risorse naturali che si possono estrarre. Quindi, per creare lavoro, bisogna andare oltre l’ambientalismo e lo status di monumento nazionale. Anche perché – come dichiarato più volte in campagna elettorale – il suo programma prevede che venga ridato un impiego a chi – fra minatori e operatori del segmento petrolifero – lo ha perso dopo la svolta pro green economy di Obama. Morale? Ecco spiegato l’ordine esecutivo di fine aprile. Il problema è che una misura del genere, destituire gli ultimi monumenti nazionali al fine di rilanciare l’economia dell’area in questione, rischia di aver un impatto economico non previsto. Dal momento che l’industria dell’outdoor vale circa 887 miliardi di dollari l’anno (dati sull’intero 2016), secondo la Outdoor Industry Association, le ricadute sul settore possono essere rilevanti. Anche perché l’outdoor garantisce 7,6 milioni di posti di lavoro (le costruzioni si fermano a 6,4 milioni, per dire…), 65,3 miliardi di dollari in tasse federali e 59,2 miliardi in tasse statali e locali. Numeri che devono essere sommati a quelli relativi al turismo. Perché un monumento nazionale è sinonimo non solo di attività sportive, ma anche e soprattutto di turismo. Vale a dire, alberghi, ristoranti, campeggi e zone ricreative, che contribuiscono tutti alle entrate degli Stati Uniti, sia sotto forma di tasse federali e statali sia sotto forma di occupazione. La mossa di Trump potrebbe essere quindi un boomerang. Primo, perché l’outdoor è un’industria in crescita (i ricavi erano di 646 miliardi di dollari nel 2011), e sempre più sostenibile. Secondo, perché non c’è evidenza che togliendo posti di lavoro all’outdoor si possa bilanciare con la creazione di posti di lavoro nell’energy. Specie se considerata la sempre minore esigenza globale di dipendere – sotto il versante energetico – da fonti non rinnovabili.

Climb The Hill

Climb The Hill

Ecco perché tutta l’industria del settore si è risvegliata. E ha deciso di protestare contro le ultime iniziative della Casa bianca. Stesso il discorso dei climber. Secondo le stime dell’Access Fund, infatti, il 60% delle aree per praticare arrampicata trad e sportiva negli Stati Uniti è locata dentro parchi nazionali e monumenti nazionali. Di qui, l’iniziativa “Climb the Hill”, dello scorso 11 maggio. In una piovosa Washington, i dirigenti dell’AAC e dell’Access Fund hanno testimoniato al Senato. E con loro c’erano anche Conrad Anker, Tommy Caldwell, Sasha DiGiulian, Alex Honnold, Kai Lightner e Libby Sauter. Hanno spiegato perché è utile preservare le aree naturalistiche esistenti. Non solo per la pratica dell’arrampicata, o per il trekking. Come hanno fatto notare, è una questione di principio. Occorre proteggere queste aree dall’antropizzazione per poterle tramandare alle prossime generazioni. E perché – come era nello spirito che muoveva John Muir – i parchi nazionali sono la più grande idea statunitense. Dal momento che non potevano contare su meraviglie come il Colosseo o il Partenone, gli americani nel pieno della Guerra civile decisero che bisognava iniziare la discussione su come salvaguardare certe aree di particolare rilevanza naturalistica. Si arriverà poi nel 1872 alla creazione del primo parco, quello di Yellowstone, grazie al presidente Ulysses S. Grant. Fino ad arrivare ai 59 parchi nazionali esistenti oggi, a cui si devono sommare 87 monumenti nazionali. Un patrimonio che non è solo per gli escursionisti e i climber, ma per tutti gli amanti della wilderness a cui tengono tantissimo gli statunitensi.

Non tutto è perduto. Come ha detto Zinke pochi giorni fa, «è chiaro che dobbiamo sentire tutte le comunità locali prima di prendere qualunque decisione sui monumenti nazionali». La speranza è quindi che iniziative come quella promossa dall’American Alpine Club e l’Access Fund possano contribuire ad accendere le proteste costruttive in favore della preservazione dei monumenti nazionali esistenti. Ed è per questo che l’Access Fund ha deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione per proteggere Bears Ears, chiedendo a tutti coloro i quali sono appassionati di montagna e arrampicata di scrivere a Zinke. C’è tempo fino al 26 maggio per aderire. Noi crediamo che sia importante farlo. Perché, come scriveva John Muir, «un po’ di natura rende tutto il mondo affine». E mai come in questo periodo storico c’è bisogno di questo.