A tu per tu con Alessio Roverato, per conoscere i segreti della Val Gàdena

Per raccontare la Val Gàdena di Alessio Roverato devo per forza partire da un punto di vista personale, dal fascino che provo passando al cospetto di quei gialli… premessa necessaria, più avanti nel testo capirete perché.

Vado e vengo sulla Valsugana da un trentennio. Ad un certo punto ho iniziato a volgere lo sguardo in alto, verso le pareti gialle e grigie che sorvegliano il corso del Brenta. Non ricordo di preciso quando è accaduto, saranno passati quattro o cinque lustri, ovvero l’epoca in cui cominciavo a fantasticare sul riuso in senso verticale di strapiombi e placche.

Quante volte ho schiacciato il naso al finestrino, mirando e rimirando le pareti di Cismon, le Placche di Arsié, le pareti di Tezze e il Pilastro di Serafini a Palù, percorso dalla famigerata Nuovo Millennio (Tarraran, Leardi, Citton). Poco più indietro la Gusela e Costa, forse il primo luogo in cui ho scalato in Valsugana, e ancora in alto, da quelle parti, la Parete del Volo dell’Aquila, con la sua Magia d’autunno (Leardi, Ferronato, Rebeschini). A lato il pilastro dei Barbari, dove capacità e ingaggio mi hanno concesso la sola, splendida, Tovaric, tracciata dai “compagni del CCCP” (M.S. Casarotto, Boato, Berto). Ma la lista delle attrazioni del parco giochi Valsugana è decisamente più lunga e varia, direi anche ben descritta in “Valsugana e Canal del Brenta, arrampicate sportive e d’avventura”, di Ermes Bergamaschi (Idea Montagna editore).

C’è una zona in particolare che ancora oggi osservo con attenzione a dir poco avida. Una valle tinta di giallo, sospesa sull’abitato di Sasso Stefani, delimitata a sud dal complesso di pareti del Sasso Rosso – dove corre la leggendaria Valsugana Away (Massarotto, Roman) – e sul fronte opposto dal Monte Spitz, con i suoi Loke. Sto parlando della Val Gàdena, una forra sorprendentemente isolata e selvaggia, che dall’altopiano carsico di Marcesina, in Val Grande, sprofonda fino al Canal di Brenta. Un luogo a dir poco angusto, che non a caso è stato tra gli ultimi siti di nidificazione dell’aquila reale nella zona.

Malgrado la vicinanza alla pianura e l’accesso relativamente comodo, i gialli che coronano Val Gàdena sono ancora in parte inesplorati, teatro ideale per avventure a chilometri zero. Ciò non significa, va detto sin d’ora, che sia un luogo semplice o che le vie esistenti, anche quelle protette a spit, siano accessibili al grande pubblico – di cui io faccio parte. Lo dimostra il fatto – mi vergogno un po’ a scriverlo – che non ho ancora avuto modo di infilare il sentiero 784 a Giara Modon, verso il Covolòn e poi oltre nella forra. Non l’ho fatto per scoprire la valle, e nemmeno per testare qualcuno dei boulder presenti – leggo nella guida di Bergamaschi – sino a quota 500 metri. Figuriamoci puntare a quelle repulsive pareti gialle e strapiombanti.

Fortuna vuole che io abbia un talento innato per rompere le balle, cui si somma la passione per i luoghi selvaggi, interesse esteso anche a chi decide di esplorarli. Tra questi pionieri, nel caso del Val Gàdena, c’è l’alpinista patavino Alessio Roverato, che assieme alla compagna – di vita e di scalata – Angela Carraro, cui di tanto in tanto si aggiungono altri soci di avventura, figura tra i più attivi apritori di nuove vie, in tempi recenti. Si tratta principalmente di vie protette a spit, ma come sottolineano gli stessi apritori, «aperte in ottica alpinistica». Ora, lungi dal voler aprire il dibattito sull’associazione spit-alpinismo, nel caso della Val Gàdena è la conditio sine qua non per venire a capo delle muraglie ancora intonse. Roccia non sempre perfetta o comunque liscia e oltremodo magra di fessure e altre opportunità di protezione, e strapiombi compatti, hanno per forza richiesto l’impiego di trapano e tasselli. Ciò non significa però una trafila di piastrine metalliche da seguire col fifi (detto anche “vigliacchino”), ingaggiando una gloriosa corsa all’A0. Le vie in questione sono toste e gli obbligatori… “obbligati”. Ripetitori avvisati.

Tornando ad Alessio e Angela, credo abbiano colto velocemente il mio interesse per la Val Gàdena, a loro spese. Li incontro da tempo in palestra, dove, aiutati dalla calda e accogliente comodità dell’ambiente indoor, sopportano di buon grado i miei interrogatori. Non c’ho messo poi tanto ad essere accettato, o comunque a fargli metabolizzare la mia atavica invadenza. Magari sono stato a un passo da una denuncia per stalking, tuttavia ci sono riuscito e senza ricorso al waterboarding (sic).

Scherzi a parte, ho trovato soprattutto in Alessio un fonte inesauribile di informazioni, dettata da una conoscenza vera di quei lidi remoti, dovuta all’autentica passione che lo anima. «Parti dal presupposto che lavoro in ufficio tutto il giorno, dal lunedì al venerdì… nel fine settimana ho bisogno di evadere e la Val Gàdena è il luogo ideale», diceva in uno dei nostri primi incontri, assicurando Angela che tra la plastica e la croda tiene a servizio braccia e piedi da 8a. Poi nel corso dei mesi si sono sommate le domande…

Come mai proprio la Val Gàdena?

«Ero alla ricerca di pareti libere. La Marmolada ad esempio sarebbe meravigliosa, così come il Civetta, le Tre Cime o altrove in Dolomiti, ma ormai si fa fatica a trovare tratti di parete ancora liberi. In Valle le pareti sono davvero belle e paradossalmente libere. Qui ho avuto la possibilità di poter studiare le pareti e scegliere in base alle mie idee. Una fortuna per me che non amo particolarmente i luoghi alla moda».

Di necessità virtù o hai sempre cercato i luoghi selvaggi e isolati?

«Mi piace, null’altro. Mi permettere di vivere appieno l’avventura, c’è un rapporto più autentico e intimo con l’ambiente».

Assieme a te spesso c’è Angela, la tua compagna di vita. Com’è il vostro rapporto in parete?

«Sono molto fortunato. Vivendo assieme nella vita e poi andando a scalare si crea un feeling sicuramente maggiore. Inoltre mi conosce bene e sa che se un sabato mattina ad esempio non sono in vena, magari per la settimana a lavoro, riesce a capirlo subito e non sorgono problemi».

Tornando in Val Gàdena ritieni ci sia ancora qualcosa da aprire e scoprire da quelle parti?

«Chi ha voglia di aprire trova ancora parecchio da fare, a patto sia disposto a rompersi le balle per trovare linee decenti. Questo include la qualità della roccia, non sempre buona in Valle, ma anche gli avvicinamenti difficili, senza tracce di passaggio pertanto faticosi e a volte delicati. Per trovare roccia buona bisogna sbattersi, ma ce n’è… ciononostante generalmente è un luogo snobbato».

In un luogo così selvaggio e isolato capita sempre qualcosa di particolare, hai qualche aneddoto?

«Ci provo, ma è difficile da rendere a parole e temo lo sia di più per iscritto. Ad ogni modo ero in apertura con un amico. Ho salito una placca piuttosto tecnica e alla fine mi sono trovato con due prese marce in mano, piuttosto in alto, sopra l’ultimo spit. Sono riuscito a piazzare il cliff in un buco a dir poco schifoso, ma non avendo il coraggio di appendermi ho continuato a tenermi a queste due prese che dopo un po’ mi si sono sgretolate in mano e di fatto sono finito a penzoloni sul cliff agganciato sul nulla. Da quella posizione ho dovuto prendere il trapano, forare, piazzare tassello e spit, e solo allora sono riuscito ad appendermi in sicurezza. Sarebbe stato un bel voletto! Un altro episodio, anche questo con roccia infima di mezzo… ero con lo stesso amico. Salivo su strapiombo e ho puntato a un piattone molto evidente, apparentemente solido. Quando ci sono arrivato con la mano ho scoperto che si trattava di un blocco staccato, cinquanta centimetri di altezza per venti di spessore e un metro di larghezza. È venuto via subito e io con lui. Per fortuna eravamo nel vuoto».

Dopo questi aneddoti, a chi ha intenzione di infilarsi in Val Gàdena cosa consigli?

«Si tratta di un ambiente severo e selvaggio, pertanto va affrontato in ottica alpinistica. Anche se ci sono gli spit non ci si deve aspettare una via sportiva in cui rilassarsi ed eventualmente appendersi facilmente tra un rinvio e l’altro. Questo approccio vale anche per gli avvicinamenti, che come dicevo possono essere faticosi e difficili da trovare».

Una via da cui iniziare per saggiare la valle senza troppi patemi?

«Probabilmente Angelo Mio».

La via che ti ha impegnato di più?

«Sicuramente Giallomania».

(foto di apertura di Matteo Mocellin Storyteller-Labs)

ARRAMPICARE IN VAL GADENA 

L’ultima creazione della cordata Roverato-Carraro si chiama “Distensione”, e cerca i punti di minor resistenza sulla parete sud del Pilastro Ovest, Monte Spitz. Otto tiri per 180 metri di sviluppo, con difficoltà massima di 7a+ (6c+ obb) Lunghezze di corda: 1° tiro: 20m, 6b; 2° tiro: 30m, 7a+; 3° tiro: 15m, 6a; 4° tiro: 30m, 7a+; 5° tiro: 25m, 6a; 6° tiro: 20m, 6a; 7° tiro: 20m, 6a; 8° tiro: 20m, IV.

Distensione – tracciato (Archivio Roverato)

ACCESSO 1: dalla Valsugana si imbocca la Val Gàdena e si parcheggia all’inizio della valle poco prima del divieto d’accesso. Si percorre per un centinaio di metri la strada sterrata che entra nella valle dopo di che si imbocca sulla destra il sentiero CAI n°785 che si segue fino ad arrivare praticamente sotto al pilastro. A questo punto si svolta a sinistra seguendo una traccia che costeggia la parete fino ad arrivare all’attacco della via. (h 1.00).

ACCESSO 2: raggiungere il paese di Stoner e da qui imboccare la strada che termina in cima al monte Spitz. Parcheggiare l’auto sullo spiazzo presente sulla cima e imboccare il sentiero CAI che scende verso la Valsugana fino ad arrivare alla base del pilastro Ovest. A questo punto costeggiare la parete fino ad arrivare all’attacco della via. (h 0.30)

Alessio Roverato sul IV° tiro di Distensione – Foto Samuel Scotton

 

Alessio Roverato sul II° tiro di Distensione – Foto Samuel Scotton

DISCESA 1: dall’ultima sosta traversare qualche metro a sinistra, risalire quindi in leggero obliquo verso destra la rampa erbosa che porta sulla cresta e da qui si sale fino ad arrivare sulla cima del pilastro Ovest (passi di II grado). A questo punto prendere il sentiero CAI n. 800 (verso destra) che si segue fino al bivio con il sentiero CAI n°785. A questo punto se si ha parcheggiato l’auto all’imbocco della Val Gadena seguire il sentiero 785 in discesa ripercorrendo poi a ritroso il percorso fatto in salita (h 1.00), altrimenti seguire il sentiero CAI n°800 fino alla cima del monte Spitz (h 0.30).

DISCESA 2: in corda doppia dalla via.

MATERIALE: 10 rinvii e 2 mezze corde da 60 metri.

Volendo aggiungere qualche altro itinerario, segnaliamo “Angelo mio” (Roverato-Carraro), aperta nel 2015 sulla parete ovest del Monte Spitz, e ritenuta dagli apritori la più abbordabile tra le loro realizzazioni nell’area, oltre ad essere particolarmente suggestiva per ambiente e vista sui vicini strapiombi di Giallomania. Parliamo di 250 metri di sviluppo, per dieci tiri complessivi. Difficoltà massima di 7a+ (obb 6c). Sull’obbligatorio Alessio assicura sia «piuttosto abbordabile». 1° tiro: 25m, IV; 2° tiro: 25m, 6b; 3° tiro: 35m, 7a; 4° tiro: 20m, 7a+; 5° tiro: 25m, 7a+; 6° tiro: 25m, 6a; 7° tiro: 30m, 6a; 8° tiro: 20m, 6b+; 9° tiro: 25m, 6b+; 10° tiro: 20m, 6b;

Angelo Mio – tracciato (Foto G. Bavaresco)

ACCESSO: dalla Valsugana si imbocca la Val Gadena e si parcheggia all’inizio della valle poco prima del divieto d’accesso. Si percorre a piedi la strada che entra nella valle e che dopo 10 minuti diventa sentiero, si segue quest’ultimo che resta nel fondovalle per circa 30-40 minuti fino ad un masso rotondeggiante con un bollo rosso sulla destra. A questo punto si prende l’esile traccia che si stacca sulla destra risalendo i pendii boschivi. Arrivati quasi sotto alla parete si sbuca su una traccia che si segue tenendo la parete stessa sulla destra. Arrivati sotto l’enorme volta gialla da dove parte la via “Giallomania” si percorrono ancora poche decine di metri fino ad arrivare ad una strettissima cengia da dove parte la via “Angelo mio”. (h 1.45). Fare attenzione alla traccia non sempre evidente.

DISCESA: dall’uscita della via si risale il bosco per circa cento metri fino a trovare il sentiero CAI che si segue in direzione Valsugana tornando così all’ imbocco della Val Gadena, oppure in corda doppia.

MATERIALE: 10 rinvii e 2 mezze corde da 60 metri.

Da un estremo all’altro. Sulla destra delle placche di “Angelo mio” sale la ben più tosta “Giallomania”, che da quanto ho avuto modo di capire ha assorbito non poco Alessio e Angela tra marzo e ottobre 2014. La via sale su uno dei tratti più repulsivi della parete Ovest del Monte Spitz, cercando tuttavia di seguire i punti di minor resistenza su una scala di roccia – gialla – rovesciata. Memento: dopo il quinto tiro non è più possibile il rientro in corda doppia. Gli apritori sconsigliano di percorrere la via dopo lunghi periodi di pioggia a causa della formazione di un paio di colate sul tracciato.

Giallomania – tracciato (Foto G. Bavaresco)

Su “Giallomania” i numeri si fanno più esigenti. Difficoltà massima 7c/8a (obb 7a). In tutto 11 tiri per 290 metri di sviluppo. 1° tiro: 25m, 6b; 2° tiro: 30m, 7a; 3° tiro: 35m, 7c; 4° tiro: 30m, 7b; 5° tiro: 30m, 7c; 6° tiro: 20m, 7c/8°; 7° tiro: 15m, 7b+; 8° tiro: 30m, 7b; 9° tiro: 20m, 6b; 10° tiro: 25m, 7c; 11° tiro: 30m, 6a.

Alessio Roverato sul VII° tiro di Giallomania – Foto M. Mocellin Storyteller-Labs

Dal Monte Spiz saltiamo sul fronte opposto della Val Gàdena, sulle pareti del Sasso Rosso che costituiscono la parte est della Valle. Un luogo questo oltremodo selvaggio, con pareti maestose e severe, che come dicevamo custodisce un diedro già entrato nella storia dell’alpinismo, almeno quello locale. Si tratta di Valsugana Away aperta nel 1981 da Lorenzo Massarotto e Leopoldo Roman a destra del Pilastro Sud.

Tornando alle aperture recenti di Roverato & Co da queste parti, ci sono le vie “Cara”, “Momento libero”, “Sopra il teatro” e la “Gioia nel silenzio”.

Partiamo proprio da quest’ultima, la “Giogia nel silenzio”, aperta da Roverato, con Angela Carraro e Giulio Abrate, in diverse giornate tra luglio e ottobre 2010. La scheda avuta dagli apritori descrive una via di soddisfazione in ambiente abbastanza isolato. L’arrampicata è molto varia, si va dalle tacche alle gocce, dalla placca tecnica allo strapiombo di forza. Bisogna fare un po’ di attenzione per trovare l’attacco in quanto l’area è molto isolata e priva di sentieri, pertanto le uniche tracce sono quelle dei camosci. La roccia per la maggior parte della salita è molto bella, tuttavia ci sono alcuni tratti dove bisogna fare molta attenzione a causa di alcuni massi poco affidabili o perché la roccia stessa è pessima. Necessario infine saper gestire a dovere la discesa in doppia, in quanto «è un piccolo giro in giostra perché la parete strapiomba e in alcuni punti bisogna pendolare per non rimanere appesi nel vuoto». Avventura garantita quindi, a patto di essere attrezzati per il 7c (obb 7a). In tutto la via misura 300 metri, divisi in dieci tiri: 1° tiro: 40m, 7a; 2° tiro: 20m, 7a/b; 3° tiro: 30m, 6b+; 4° tiro: 20m, 7a/b; 5° tiro: 30m, 6c; 6° tiro: 30m, 7c; 7° tiro: 30m, 7b+; 8° tiro: 30m, 7b; 9° tiro: 50m, 7b+; 10° tiro: 20m, 5a;

La gioia nel silenzio – tracciato (Foto archivio Roverato)

ACCESSO: dalla Valsugana si imbocca la Val Gàdena e si parcheggia all’inizio della valle poco prima del divieto d’accesso (all’ingresso della valle è evidente sulla sinistra la parete dove sale la via). Si percorre a piedi la strada che entra nella valle e che dopo 10 minuti diventa sentiero, si segue quest’ultimo che resta nel fondovalle per circa 30-40 minuti fino a due bolli rossi che si trovano sulla sinistra. A questo punto si prende l’esile traccia che si stacca sulla sinistra inerpicandosi fino ai pendii boschivi sotto le pareti. Seguire la traccia che porta sotto le pareti (bolli rossi nei punti meno evidenti) costeggiandole fino a quando si arriva all’attacco della via.

DISCESA: in corda doppia dalla via, considerando le indicazioni succitate, e il fatto che l’uscita è in comune con una via chiodata dall’alto a metà degli anni novanta e che poi non è più stata terminata, quindi fare attenzione a non calarsi per quest’ultima in quanto non arriva a terra!!

MATERIALE: rinvii e 2 mezze corde da 60 metri.

Chiudiamo questa finestra sulla Val Gàdena con un’ultima via, sempre sulla parete Est (Sasso Rosso): “Sopra il teatro”, tracciata da Roverato e Carraro tra agosto 2012 e settembre 2013. Gli apritori la definiscono una simpatica e divertente salita in ambiente abbastanza isolato, con attacco posto a 40 metri a destra dall’itinerario precedente, e cerca di seguire sempre i punti di minor resistenza della parete.  La qualità della roccia è buona per tutta la salita, fatta eccezione per qualche breve tratto. In tutto 11 tiri per 280 metri di sviuppo, massimo 7c (obb 7a). 1° tiro: 30m, 6c; 2° tiro: 45m, 6b; 3° tiro: 15m, 6c; 4° tiro: 30m, 7b+; 5° tiro: 25m, 6b+; 6° tiro: 30m, 7a+; 7° tiro: 25m, 7b; 8° tiro: 20m, 7b+; 9° tiro: 15m, 6a; 10° tiro: 30m, 7c; 11° tiro: 10m, 6a.

ACCESSO: 40 metri a destra di “La gioia nel silenzio”.

DISCESA: in corda doppia.

MATERIALE: 9 rinvii e 2 mezze corde da 60 metri.

Sopra il teatro – tracciato (Foto archivio Roverato)

 

Alessio Roverato e Angela Carraro in sosta su Sopra il teatro – Foto G. Bavaresco

 

By | 2017-05-19T18:04:35+00:00 19 maggio, 2017|

2 Commenti

  1. […] quasi a chilometri zero, ancora Valsugana. Questa volta ci fermiamo qualche passo prima del Sasso Rosso e della suggestiva Val Gàdena, raccontata in un recente approfondimento, per infilare la Val Frenzela sino a Foza, sul margine sudorientale dell’Altopiano dei sette […]

  2. […] piacere oggi lasciamo spazio al racconto scritto per noi da Angela Carraro, alpinista trevigiana, compagna di vita e di scorribande di Alessio Roverato, con il quale ha all’attivo diverse aperture e difficili ripetizioni. Oggi però, Angela non […]

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