Cercare l’avventura sul Karjiang, in Tibet

Ci sono vette che non rientrano per forza nei radar degli alpinisti. È sempre stato così fin dagli albori dell’andare in montagna. Alcune provocano un’infatuazione più intensa che altre. Spesso si tratta di una questione di forma, spesso si tratta della loro dimensione, spesso si tratta della loro altezza. Sono 14 gli Ottomila sulla Terra, ed è normale che l’interesse maggiore sia rivolto a loro. Eppure, ci sono montagne quasi sconosciute. Cime che non trovano spazio nel cuore degli alpinisti, ma che restano ancora oggi, nell’epoca in cui nulla pare impossibile per l’essere umano, inesplorate. Vette sopra le quali nessuno ha poggiato le suole. Ed è per questo che sono affascinanti. Come il Karjiang, in Tibet.

Dimenticatevi l’Himalaya come la conoscete. Scordatevi l’Everest, o il Nanga Parbat. Mettete per un attimo da parte le imprese che state leggendo un po’ ovunque in questi giorni. Quelle di Nives Meroi e Romano Benet sull’Annapurna, o di Hervé Barmasse e David Göttler sullo Shisha Pangma, o di Kilian Jornet sull’Everest. Lasciatele stare. Perché è vero che si tratta di performance atletiche e mentali degne di nota, ma sono state compiute su terre note, conosciute. Certo, nessuna montagna è sempre uguale a sé stessa nel tempo, basti pensare alla sua condizione nivologica, ma non è questo il punto. Sono vette celebri, scalate più volte. Un esempio? Si possono contare più di 5.600 ascensioni sull’Everest da quando, il 29 maggio 1953, Edmund Hillary e Tenzing Norgay conficcarono i ramponi in vetta. È inutile spiegare i motivi per cui gli Ottomila sono più affascinanti delle altre vette circostanti. Nella mente di molti è proprio quel numero 8 di fronte a tre zeri che è la soglia psicologica di attrazione. Tutto quello al di sopra, è okay. Tutto quello al di sotto, snobbato. Inutile sottolineare che non sempre è così, ma per la maggior parte degli alpinisti lo è. La sfida con la “Death Zone”, che guarda caso si trova – da un punto di vista convenzionale – al di sopra di quota 8.000, è tale da far dimenticare tutto l’ambiente circostante. Un atteggiamento, quest’ultimo, che fece infuriare Eric Shipton, alpinista britannico ma soprattutto esploratore. A lui non interessavano le vette più alte. A lui interessava la wilderness ancora prima che gli americani ne definissero il concetto che noi oggi conosciamo (e apprezziamo). Ciò che muoveva Shipton, e che lo portò a distaccarsi in modo netto dalle spedizioni alpinistiche del Regno Unito in Himalaya negli anni Cinquanta, era un concetto molto semplice: non esiste una montagna brutta o da snobbare, esistono solo montagne da esplorare e scalare. La ricerca della vetta più alta, secondo Shipton, era solo l’ennesima manifestazione – portata all’estremo – dell’ego umano. Un ego che, se unito alle mire espansionistiche post coloniali, non poteva che portare a una totale distorsione dell’alpinismo. Vale a dire, spedizioni himalayane con tonnellate di materiale, al fine di concepire l’ascesa su una vetta come un assedio. Strategicamente militarizzato, ma con passione ininfluente.

Per sentirsi vivo, Shipton decise di percorrere la sua strada, molto simile a quella di John Muir. Privilegiare vette mai scalate, mai catalogate, spesso ignorate. Lo fece in Himalaya, così come in Alaska e Kenya. Mentre tutti guardavano agli Ottomila, lui guardava un poco più in basso. E chissà che non abbia – la sua bibliografia purtroppo non lo menziona – pensato anche al tibetano Karjiang. Le sue coordinate geografiche sono le seguenti: 28°15′29″N 90°38′50″E. Provate a inserirlo su Google Earth. La sorpresa sarà grande. Si trova in Tibet, vicino al confine fra Bhutan e Cina. È un massiccio maestoso, riconoscibile da molto lontano. È composto dal Karjiang North (7.216 m), Karjiang II/Central (7.045 m), Karjiang III o Taptol Kangri (6.820 m), ma soprattutto dal Karjiang I o Karjiang South, che è la vetta più elevata di tutte, 7.221 metri. Ed è anche l’unica mai scalata. Ci sono molte cime ancora inviolate. La più elevata è il Gangkhar Puensum (7.570 m), in Bhutan. I motivi? Politici, in prevalenza. Il governo del Paese non permette l’ascensione delle vette sopra i 6.000 metri di altitudine per alcuna ragione. E gli alpinisti rispettano questa decisione, basata su fattori religiosi. Secondo i butanesi infatti, le cime sopra i 6.000 metri sono considerate sacre e non possono essere violate. Non è però questo il caso del Karjiang. I problemi sono altri.

Karjiang, Tibet, Pic from Summit Post 2

Karjiang, Tibet, Pic from Summit Post 2

Negli ultimi trent’anni non sono mancati i – va scritto – pochi tentativi di ascesa di questo massiccio tanto onirico da sembrare finto. Tecnicamente il Karjiang si trova a nord-est del Kula Kangri. La prima spedizione nella zona fu giapponese e avvenne nel 1986. Come riporta l’American Alpine Journal, Nobuhiro Shingo e sei alpinisti dell’Himalayan Association of Japan viaggiarono da Lhasa a Monda, piccola località nella contea di Lhozhag, in Tibet, dove ha sede il monastero di Lhalong, costruito nel 1155. Da qui, volevano mettersi in cammino verso il Karjiang, ben consapevoli di tre fattori: la mancanza di supporto logistico, la scarsa disponibilità di soccorsi, l’ambiente del tutto remoto. Inoltre, la specifica conformazione del massiccio crea vortici di vento che sono particolarmente complicati da gestire anche nel caso di alpinisti esperti. I giapponesi tentarono la via per la vetta più alta del gruppo, ma non riuscirono nell’impresa. Shingo, Kenji Tomoda e Hiroshi Iwasaki arrivarono sulla vetta centrale il 14 ottobre 1986, seguiti due giorni dopo da Tsutomu Miyazaki e Akinori Hosaka. Ma nessuno se la sentì di andare oltre. Troppo forte il vento, troppo instabile la cresta, troppo lungo l’avvicinamento, troppo difficile la discesa. Tentare di arrivare fino alla vetta principale sarebbe stato troppo. Così, la spedizione giapponese decise di tornare indietro, non senza difficoltà. L’importante, però, è che Shingo e i suoi compagni avevano dimostrato che in Himalaya non bisognava soltanto guardare alle vette più alte, ma anche a quelle più difficili da raggiungere.

Lo stesso spirito che portò Haroen Schijf, Rudolf van Aken, Pepijn Bink, Court Haegens, Willem Horstmann e Rein-Jan Koolwijk, tutti del Nederlandse Klim-en BergsportVereniging, a provare quell’ascesa nel 2002. Sì, nel 2002. Sedici anni dopo i giapponesi, come riporta l’American Alpine Journal, un’altra spedizione – questa volta olandese – si era interessata a quella che Schijf definì come «la più impressionante vetta non conosciuta dell’Himalaya». Nemmeno loro riuscirono ad arrivare in vetta. Primo, perché sebbene provarono dopo la stagione monsonica, le condizioni meteo erano estreme. Ritrovatosi coi compagni nel campo avanzato che avevano predisposto a quota 6.700, furono fermati da un vento stimato in forza nove. Vale a dire, fra 41 e 47 nodi nella Scala Beufort. Vento che, se combinato con una temperatura di meno 25 gradi Celsius, può causare problemi significativi. Come se non bastasse, la via scelta lungo la parete ovest era piuttosto tecnica, con pendenze costanti fra i 55 e i 60 gradi. Infine, le scariche. Il Karjiang scarica tantissima neve lungo le sue pendici. Data la conformazione del gruppo, i rigoli di vento possono impattare sulla neve appena caduta e farla scivolare proprio verso di te. Il risultato è che nemmeno gli olandesi, sedici anni dopo i giapponesi, sono riusciti ad arrivare a quota 7.221. Si sono fermati circa un centinaio di metri al di sotto. Andare oltre, spiegò Schijf, sarebbe stato da irresponsabili. Perché, lo sappiamo bene, l’importante è tornare a casa, sani e salvi. La loro rinuncia è stata responsabile. E non è detto che non sia di ispirazione per chi vorrà provare a scalarla.

La storia del Karjiang deve quindi ancora essere scritta. E non bisogna avere timore nel tentare una via su una “vetta minore”, come potrebbe definirla qualcuno. Non c’è solo l’Everest. Non c’è solo il K2. Non c’è solo l’Annapurna. Non c’è solo il Denali. L’avventura può essere trovata ovunque. Perché, come scriveva Walter Bonatti, «l’avventura è per sua definizione la scoperta, la sorpresa, l’andare con interesse verso ciò che non si conosce».

By | 2017-05-29T18:11:54+00:00 29 maggio, 2017|

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