Ci risiamo. Bisogna di nuovo parlare di Bears Ears, il paradiso dei climber statunitensi in Utah. Come vi avevamo spiegato, il presidente americano Barack Obama aveva dichiarato l’area come National monument, uno speciale status utilizzato dagli USA per preservare determinate aree geografiche. Il problema è che lunedì scorso, dopo una prima consultazione durata 45 giorni, il segretario dell’Interno, Ryan Zinke, ha pubblicato sul sito del Department of the Interior (DoI) le su raccomandazioni all’attuale inquilino della Casa bianca, Donald Trump, il quale aveva chiesto la revisione dei National monument creati dopo il 1996. Sebbene mascherato da un legalese assai forbito, Zinke suggerisce di ridurre l’area protetta di Bears Ears. E si tratta di una mossa che potrebbe creare un precedente assai pericoloso per gli Stati Uniti.

Vivere a Washington in questi mesi è quasi come vivere lungo i tracciati della 4 Deserts Race Series, forse la più incredibile e massacrante corsa al mondo, fra Cile, Cina, Namibia e Antartide. Spiegare a una persona che non ha mai vissuto nella capitale degli USA come si sta vivendo la transizione fra Obama e Trump non è così semplice. Nonostante i tentativi dei funzionari governativi, la situazione con Trump è di sostanziale approssimazione. Sono numerosi (è un eufemismo, sia chiaro…) i posti ancora vacanti nell’amministrazione e la cosiddetta “resistenza” di DC contro le iniziative di Trump è costante, netta, condivisa. Ogni settimana ci sono proteste contro il miliardario newyorkese. E no, non ve n’erano così tante quando al 1600 di Pennsylvania Avenue risiedeva Obama. Ma il nostro non è un giornale di politica internazionale, bensì di alpinismo e montagna. Lasciamo un attimo da parte quindi le problematiche amministrative di Trump per focalizzarci invece su quello che potrebbe essere l’inizio di una valanga di significativa portata.

Bears Ears, lo abbiamo scritto e lo ripetiamo, è uno degli Eden dell’arrampicata statunitense. Arch/Texas Canyon, Comb Ridge, Indian Creek, Lockhart Basin e la Valley of the Gods sono fra le più belle aree per i climber americani e non. L’area dichiarata protetta da Obama, secondo l’Antiquities Act di Thedore Roosevelt del 1906, è di circa 1,35 milioni di acri. Troppo, secondo il segretario dell’Interno Zinke. È questo il risultato preliminare che è il frutto di un mese e mezzo di dialogo con le comunità locali, dalle tribù indiane ai lobbisti del mondo dell’outdoor, fra cui l’American Alpine Club e l’Access Fund. E dire che un mese fa, lo stesso Zinke disse senza giri di parole che «è chiaro che dobbiamo sentire tutte le comunità locali prima di prendere qualunque decisione sui monumenti nazionali». Era, come avevamo scritto, un barlume di speranza. Una piccola luce che però si è rivelata infondata. Perché l’ex Navy SEAL originario di Bozeman, in Montana, non ha ritenuto necessario suggerire a Trump il mantenimento dell’attuale area di Bears Ears. Possiamo affermare con piena onestà intellettuale che si tratta di una scelta non così chiara. Specie considerando che Zinke è nato in quella che negli Stati Uniti è definita la capitale dell’arrampicata delle Rockies del nord. Bozeman infatti ospita il Bozeman Ice Festival, una delle più incredibili esperienze per gli amanti del ghiaccio, e dista solo 84 miglia dal parco di Yellowstone, mecca dei climber di tutto il mondo. Eppure, i natali del segretario dell’Interno non sono bastati a sensibilizzare lui e Trump sull’opportunità di mantenere lo stato attuale delle cose.

L’intervento di Zinke, che potete leggere integralmente qui, è sibillino. Da un lato spiega l’importanza di Bears Ears e del dialogo con le comunità locali. In pratica, gli stessi toni che c’erano alla vigilia dell’inizio delle consultazioni. Ma dall’altro, viene espressa la necessità a rivedere l’ampiezza del monumento nazionale in questione perché quella attuale è considerata troppo vasta. Vale a dire che – con ogni probabilità – Bears Ears sarà ridotto ai minimi termini. Questo perché la scelta di Obama di proteggere un territorio così vasto come quello dello Utah, cioè 1,35 milioni di acri, non sarebbe sostanziata dai fatti. Traduzione: si sarebbe deciso di inserire anche delle terre che non necessitano di essere preservate e tecnicamente non rientrerebbero nell’Antiquities Act di Roosevelt. Peccato che la decisione di Obama sia stata il frutto di una battaglia che si combatte dal 1930.

Non si è fatta attendere la (prevedibile) risposta dell’universo statunitense dell’outdoor. In coro l’American Alpine Club, l’Access Fund e l’Outdoor Alliance, insieme con Patagonia, hanno condannato la raccomandazione di Zinke. Ed era prevedibile che lo facessero, considerando tutta l’intensa pressione sul Congresso che stanno portando avanti da mesi. Le prossime mosse delle associazioni dei climber sono quasi scontate. La resistenza continuerà ancora e ancora fino al 10 luglio, quando in teoria scade l’estensione del periodo di consultazione federale su Bears Ears. Dopo l’evento Climb The Hill in maggio, dove erano presenti fra gli altri Alex Honnold, Tommy Caldwell, Conrad Anker e Sasha DiGiulian, c’è da attendersi un nuovo giro di proteste nella capitale americana. Allo stesso modo, bisogna aspettarsi che anche le tribù di nativi americani più coinvolte nella preservazione di Bears Ears (Navajo Nation, Hopi, Ute Mountain Ute, Ute Indian Tribe of the Uintah, Ouray Reservation e Pueblo of Zuni) facciano sentire la loro voce a Washington. Con loro, anche centinaia di cittadini con a cuore la wilderness statunitense.

Bears Ears Coalition

Bears Ears Coalition

Ma quale è l’intento che sta spingendo l’amministrazione Trump a portare avanti la riduzione di Bears Ears e come mai proprio questa zona è così simbolica per il movimento dei climber americani? La ragione dietro alla revisione dei National monument creati dopo il 1996 da parte di Trump è economica. Dal momento che il tycoon ha promesso più volte, in campagna elettorale, la creazione di nuovi posti di lavoro basati sullo sfruttamento di fonti energetiche non rinnovabili (carbone, petrolio, scisti bituminose, per dirne alcune), sta spingendo per sfruttare le aree nelle quali sono presenti tali risorse. Fra queste, come evidenziato dalla Bears Ears Coalition, c’è la zona istituita da Obama. Ma il discorso è un po’ più ampio e riguarda la sfera personale di Trump. Il nuovo inquilino della Casa bianca vuole dare dimostrazione, ai suoi elettori, di essere l’esatto contrario del suo predecessore. Come spiegato da più fonti governative statunitensi dietro richiesta di anonimato, «Trump in questi primi mesi, anche se lo era anche prima, è ossessionato dall’eredità di Obama. Vuole fare di tutto per andare nel verso opposto perché ritiene che la sua base elettorale abbia votato contro Obama. In realtà non è proprio così…». Infatti, l’impressione è che il voto americano dello scorso novembre non sia esattamente riconducibile a un giudizio contro Obama, bensì contro il candidato democratico, Hillary Rodham Clinton, che non è riuscito a entrare nel cuore degli americani colpiti dalla crisi economica e sociale più devastante dal 1929. Trump, a sentire la comunità diplomatica statunitense, non sta facendo altro che fare free-riding sull’assenza mediatica di Obama al fine di mantenere, e tentare di allargare, la sua base elettorale. E infatti il pretesto utilizzato per la revisione di Bears Ears è stata la seguente: Obama ha deciso in modo unilaterale l’istituzione di questo monumento nazionale, senza alcuna consultazione con lo Stato dello Utah. Lo poteva fare? Risposta affermativa.

Ecco quindi perché proprio Bears Ears. Perché è stato l’ultimo atto della presidenza di Obama. Non il più significativo, ma sicuramente uno dei più inaspettati. Soprattutto se si considera quanto gli americani hanno a cuore la preservazione delle proprie terre. Considerato che non possono contare su un patrimonio storico vasto e antico come invece hanno gli europei, sul finale del 19esimo secolo decisero che la loro ricchezza, quel quid che li avrebbe resi celebri in tutto il mondo, doveva essere rappresentata dalle bellezze naturali. Basti pensare a come è nato il parco di Yellowstone, o Zion, o il Glacier. Rispondere alla storia della civiltà con la storia geologica. Non è un caso infatti che l’Antiquities Act di Roosevelt, che norma l’istituzione dei National monument, citi in modo esplicito l’interesse scientifico come conditio sine qua. E, allo stesso modo, non è casuale che il primo monumento nazionale siano state le Devils Tower in Wyoming, con la motivazione della loro importanza geologica. Con il pretesto dell’interesse scientifico, gli USA hanno potuto creare un enorme – va scritto, uno dei maggiori al mondo – bacino di parchi, monumenti e riserve. Il tutto per preservarlo dall’azione dell’uomo, per proteggerlo dallo sfruttamento del suolo, delle acque e delle foreste.

Un sistema, quello dei parchi e dei monumenti nazionali, che ha funzionato e che funziona ancora oggi. Basti pensare che a Washington, che è tutto sommato piccola per gli standard statunitensi, esiste Rock Creek Park, un polmone verde di più di 2,000 acri che taglia in due la parte occidentale della città nel quale si può trovare un biotopo inimmaginabile per la capitale degli States. Un polmone verde gestito dal National Park Service. Senza di esso, probabilmente, l’espansione del cemento e dell’acciaio sarebbe arrivata anche lungo il Rock Creek.

Il punto riguardo Bears Ears è che si corre il rischio che sia solo il preludio a una scellerata gestione delle terre negli USA, solo per fini elettorali. Dopo la decisione sul COP21, Trump continua sulla sua via anche sul territorio interno. Il problema è che, così facendo, nel lungo periodo non saranno più solamente i climber a patirne. No. Sarà l’intera America a soffrire delle decisioni del presidente che – a oggi – ha una delle più basse percentuali di approvazione della storia statunitense. Incurante dei sondaggi, incurante dei monumenti nazionali, Trump avrà di fronte a sé le elezioni di mid-term fra un anno e mezzo. Riuscirà a resistere?