Cuore e roccia

Con piacere oggi lasciamo spazio al racconto scritto per noi da Angela Carraro, alpinista trevigiana, compagna di vita e di scorribande di Alessio Roverato, con il quale ha all’attivo diverse aperture e difficili ripetizioni. Oggi però, Angela non ci racconta un’impresa alpinistica, ma prova a ripercorrere una giornata di montagna in compagnia di amici, alle Tre Cime. Amore e/per l’alpinismo sono il vero fulcro attorno al quale gravita la storia di Angela, senza gradi, addirittura senza il nome di una via, scelta insolita per il giornalismo di montagna, ma forse un’intuizione azzeccata se si racconta una passione autentica.

La sveglia al mattino è sempre faticosa, con gli occhi ancora gonfi si sale in furgone, zaini  già caricati la sera prima. Fuori è ancora buio; dieci minuti dopo esser entrati in autostrada il sole comincia a uscire all’orizzonte e ci sveglia un po’. Primo obbiettivo: colazione alla pasticceria di Domegge sperando che un buon caffè e il sapore delle brioches appena sfornate ci sveglino. Giornate e salite organizzate da tempo, progettate, sognate, viste da lontano e oggi sei qui ad un passo da tutto ciò, anche  se però rimanere qui seduti al tavolino del bar al calduccio, senz’aria, con tante cose buone sarebbe un’alternativa più rilassante e spensierata rispetto alla giornata che ci aspetta… e tutto deve ancora cominciare… Questa era l’ultima pausa e si risale in furgone. Ora il pensiero è diverso , comincio a sentire che ci siamo vicini ed eccole ad un tratto , dopo i primi tornanti verso Misurina, sono loro ,le Tre Cime. Quell’ immagine delle pareti gialle a Nord che non vedo l’ora di vedere, quelle pareti a sud dove già immagino il momento della discesa, quell’attacco che non vedo l’ora di raggiungere, quel traverso visto in tante foto, quell’etica di non pagare il pedaggio ma di risalire dal sentiero di sotto. Sono già lì, concentrata, ma  ancora piccola per queste pareti, sono alte, sono imponenti… Sono belle e basta.

Cominciamo a sentire voci lontane e a vedere puntini colorati risalire, meglio far presto. Sono pareti gettonate queste. Non amo terreni affollati come questi, pareti per tutti anche per i non amanti ma da sempre desideravo essere in Cima alla Grande e arrivarci da Nord per una via. Questa volta cordata a tre, primo esperimento insieme, decisa all’ultimo; 18 tiri divisi 6 a testa come capitava. Parte Massimo: trovo tutto molto verticale ma arrampicare sui primi tiri gialli mi piace tantissimo, voglio farla bene, voglio assaporarla, voglio rispettare chi ha chiodato e salito questa via molto tempo fa. Ecco ora tocca a me far da capocordata, mi sento parte di questa giornata, mi sento umile di fronte a questi tiri, a questo diedro bagnato ma sento che la montagna mi è vicina, un po’ mi sento sola. Sono con due uomini dovrei essere tranquilla e lo sono, ma quando stai arrampicando sei comunque tu e solo tu e forse sono questa libertà e solitudine quello che mi piace di più. Unica cosa temo un po’ il bagnato, era la prima volta che mi succedeva: ricordo che le mia maglietta rossa porta fortuna era inzuppata di fredda acqua verdastra e le gocce cominciavano a scendere giù per le braccia ma dovevo tener duro, era solo un tiro e solo questa giornata. Ricordo che l’uscita del diedro con lo “stillicidio” era un traversino in placca splendidamente asciutta tranne le mie scarpette. Adoro con tutto il cuore quei momenti in sosta mentre aspetto i miei compagni risalire, il respiro dolce che esce per 2 minuti di tranquillità, quella tranquillità impressa nei chiodi di sosta e l’acquolina per il tiro successivo.

3)Alessio Roverato e Angela Carraro in sosta su Sopra il teatro – Foto G. Bavaresco

Arrivano, continuo. Sento di essermi sciolta dopo questo tiro e desidero solo continuare a scalare, continuare, ora vorrei non finisse, qui mi sento a casa. La mia parte è finita, tocca ad Andrea, il cuore comincia a pizzicare per quel battito felice e diverso quando si ha l’ansia di sentirsi dire Vettaaaa!! Partiiii!! Io non ci capisco più nulla, solo cerco di salire il più veloce possibile, cerco di non sbagliare, di concludere bene, di non muovere sassi. Ora sono in cima: ci sono anch’io, ci sono io, la mia gioia di vivere e l’amore per queste montagne, per queste pareti così ricche di storia, di evoluzione, di solitudine. La passione per la montagna mi è stata trasmessa da mamma e papà: da quando avevo circa 3 anni e mezzo zainetto, borraccia giovani marmotte, piccozza della mia misura con campanellino per eventuali vipere, pantaloncini a zuava e tanti panini con la nutella!! Da subito si notava una differenza abissale tra me e la mia sorellina: lei pronta con paletta secchiello e gommone, io con la voglia di “scalare” quei sentieri per arrivare ai rifugi. Ogni estate fin da quando eravamo piccole, le vacanze erano tra i monti fatte di alternanza tra escursioni, partite a carte e raccolta funghi nei giorni piovosi. A mio papà piace ricordare che io ero sempre davanti e che mi fermavo solo quando avevo fame ed ero costretta ad aspettarlo per prendere i panini erano nel suo zaino. Poi purtroppo arrivò la malattia della mamma e le vacanze non erano più le stesse ma la sua voglia di lottare ci portava lo stesso ad innumerevoli gite ed escursioni; dopo la sua morte purtroppo dentro di noi non era più lo stesso.

Diventata più grande volevo ritornare, volevo riassaporare l’odore del legno di pino appena tagliato, la sensazione del sole che scotta sulla pelle, il sapore di marmellata, strudel e canederli, l’aria che cambia quando sei vicino alla cima, il tuo traguardo da raggiungere, quella voglia di andare sempre più in alto, quella voglia insaziabile che ti rimane dopo ogni vetta perché scopri che dietro ce n’è un’altra, quella fatica sempre ripagata. Così, mentre il resto dei miei amici di domenica pomeriggio erano impegnati al Supersonic, io decisi di iscrivermi al corso roccia del mio CAI di Ponte di Piave, non consapevole di cosa si intendeva per corso roccia. Volevo solo conoscere amici della mia età per condividere passeggiate e avere un po’ di informazioni sulla sicurezza, leggere una cartina, usare la bussola.. Arriva l’inizio del corso e capisco che era solo in parte ciò che credevo.

Angela Carraro in arrampicata. Foto archivio Angela Carraro

Le prime uscite erano su falesie come Schievenin, Val Rosandra e Gemona. Subito ho trovato maledettamente strette quelle scarpette, lontani quegli appigli, la logica di progressione non chiara, troppo lunghe quelle salite non controllate, era difficile e tutto così severo. Poi la prima uscita su una vera via di roccia e il sapore era cambiato: la partenza col freddo del mattino, lo zaino con le corde, tiro dopo tiro e una vetta che anch’io ero riuscita a raggiungere. La prima: Torre Wundt ai Cadini di Misurina, di fronte a me le Tre Cime. Il mio pensiero: chissà se potrò mai scalarle anch’io…? Senza rendermene conto scopro che arrampicare era qualcosa di più, qualcosa che volevo capire e rincorrere. La strada non è stata facile: essere capiti a casa, scegliere il materiale giusto da acquistare, leggere una relazione, trovare gli attacchi e le discese, non sentirsi mai con le braccia sufficientemente allenate, ecc… Ma questa strada, a distanza di 15 anni non l’ho ancora lasciata. Ringrazio i miei genitori per avermi trasmesso i giusti valori, regalato tanta gioia e serenità, avermi messo davanti al dolore, al sacrificio e al coraggio. Ringrazio mia sorella perché dove io sono bianco lei è nero e dove io sono nero lei è bianco, ma insieme stiamo completando una tavola di sfumature infinite. Ringrazio Ale per essere al mio fianco a condividere con me questa bellissima scalata nell’avventura della vita.

By | 2017-07-28T13:54:28+00:00 5 luglio, 2017|

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