Arrampicare su roccia nella costa est degli Stati Uniti può essere un problema. Ma solo se ci si è appena trasferiti nel continente americano. Infatti, nell’immaginario collettivo le grandi pareti di roccia ci sono solo laddove terminano le Great Plains e iniziano le Rockies, le Montagne rocciose. Eppure, il versante atlantico dell’America nasconde delle piccole gemme nascoste nella selvaggia natura degli Appalachi, la più antica catena montuosa statunitense. Una di queste? Seneca Rocks, in West Virginia. Luogo allo stesso tempo paradisiaco e infernale. Luogo che merita di essere vissuto.

Uno pensa a Washington, DC e pensa alla Casa bianca, al Campidoglio, all’Obelisco. Pensa a una città costruita su una palude, in quella regione Mid-Atlantic che non è così posh come il New England e nemmeno così sleazy come il Sud degli USA. Pensa a quel melting pot di razze e nazionalità che contraddistinguono la capitale americana. Difficilmente, di contro, penserebbe che a sole 180 miglia da DC c’è un piccolo paradiso dell’arrampicata, con una enorme storia. Per chi non è avvezzo al sistema imperiale, 180 miglia sono circa 289 chilometri, poco o meno la distanza fra Torino e Verona. Tanto per gli standard italiani, poco per quelli americani. «È per quello che se uno vuole arrampicare in ambiente, e abita a Washington, la prima destinazione, quella più vicina e accessibile, è Seneca Rocks», dice uno dei frequentatori di Earth Treks in Crystal City, Virginia, la più grande palestra di roccia indoor nella costa est, appena al di là del Potomac. Del resto, l’occasione del piccolo viaggio che ha visto il sottoscritto arrivare a Seneca è proprio legata a Earth Treks. Prendete una grande comunità di climber, trapiantatela negli USA e vi ritroverete inondati di messaggi su un gruppo di Whatsapp. Il fondatore del gruppo, Michael Astran, è l’archetipo dell’americano pieno di iniziativa e organizzazione. Il tutto senza invidie fra i climber, senza discussioni né antipatie. Quello che comunemente si crea negli USA è un ambiente goliardico, fatto di fratellanza e rispetto. Non solo rispetto per la natura, la celebre wilderness di cui abbiamo scritto spesso qui su Alpinismi, ma proprio per chi è un novizio. Viene introdotto all’arrampicata come se fosse da sempre stato uno della famiglia. E alla prima occasione utile, si condivide tutto: dai passaggi in auto ai materiali. Senza distinzioni di classe, o di bravura alpinistica. Ecco perché comunità come Earth Treks funzionano. Perché sono democratiche. Anche nelle uscite.

Le cordate su Seneca Rocks, foto di Spencer Conner

Le cordate su Seneca Rocks, foto di Spencer Conner

Quando Mike ha ipotizzato di fare un viaggio a Seneca, non c’era motivo per pensarci due volte. Le lame di quarzite di Seneca sono così celebri che anche con la febbre sarebbe valso la pena andarci. Il problema, per me e Paolo, due europei per la prima volta in direzione Seneca Rocks, è che come al solito le distanze sembrano interminabili. Però la carica era notevole. Dopo mesi e mesi chiusi a scalare sulla plastica, toccare di nuovo la nuda roccia era qualcosa che poteva far sopportare senza problemi quasi 4 ore di viaggio in quello che gli americani chiamano the middle of nowhere, il mezzo del nulla. Lasciandoci Washington alle spalle, insieme coi grattacieli di Arlington, abbiamo iniziato a procedere sulla Interstate 66. Non sarà famosa come la Route, ma ha il suo perché. È infatti quella strada che ci stava per portare nel paradiso dell’arrampicata in West Virginia. E sapevamo entrambi che cosa ci avrebbe atteso. Lunghe, enormi, sconfinate, distese di campi posti su colline verdi e già pronte per dare i frutti dell’estate. E poi laggiù, gli Appalachi. Le Smoky mountains, come le chiamano i loro abitanti, forse perché sono spesso avvolte dalla nebbia. Vivendo nella bolla di Washington non è facile comprendere al meglio quanto si sia fortunati. Virginia e West Virginia sono Stati che hanno diversi problemi. Il più grande di tutti è forse l’elemento che li rende così affascinanti. È la wilderness. Pura, e dura. Perché l’ambiente incontaminato degli Appalachi forma e cresce uomini e donne che non hanno scrupoli a dirti in faccia che sei un idiota, se lo sei. Schietti e diretti, gli abitanti degli Appalachi hanno però un altro problema legato alla wilderness. I collegamenti infrastrutturali sono pochi, e malconci. Un esempio? In circa 180 miglia abbiamo incontrato sul nostro percorso solo due scuole. Due. Su quasi 300 chilometri. Perché questa era – e il presidente statunitense Donald Trump vuole che lo sia ancora – una zona di miniere. Carbone, soprattutto. Combustibile fossile nascosto sotto gli Appalachi. Una volta finito lo sfruttamento di questa fonte energetica, per privilegiare le rinnovabili, Virginia e West Virginia hanno cominciato a morire. Con loro, anche i loro abitanti. I due Stati hanno infatti la fama di essere fra le aree con il più alto utilizzo di oppioidi – come l’Oxicontin – e droghe pesanti – come l’eroina. I giornali delle grande aree metropolitane, come il New York Times e il Los Angeles Times, riportano ogni giorno casi su quelle che sono le due più grandi epidemie contemporanee negli USA. E trovarsi faccia a faccia con questa realtà non è semplice. Più volte lungo il viaggio verso Seneca ci siamo chiesti quanto fosse profondo il malessere degli abitanti degli Appalachi, chiamati dal resto d’America, con forma altamente dispregiativa, Hillbilly. Gli stolti sdentati delle colline, insomma. E non è questo ciò che merita un’area così incredibile come gli Appalachi. Una zona in cui è possibile perdersi e vagare senza meta e senza incontrare un essere umano per miglia e miglia, solo immersi nella natura.

La German Valley, West Virginia, foto di Fabrizio Goria

La German Valley, West Virginia, foto di Fabrizio Goria

Si viaggia, si viaggia, e poi superando piccole cittadine in cui gli unici elementi a farti compagnia sono un’area di servizio, una banca rurale e l’immancabile fast food, si arriva nei pressi di dove finisce la depressione e inizia il divertimento. Sì, perché l’area di Seneca è particolare. Dato che si tratta di una zona, come abbiamo appena scritto, assai povera dal punto di vita economico, è difficile trovare arrampicatori fra gli autoctoni. Si tratta della Monongahela National Forest. Fra miniere di carbone e acciaierie, c’è questo polmone verde. Al suo centro, le lame di Seneca. Impossibile non notarle dal parcheggio di fronte all’Harper’s Olde General Store, che è un po’ di tutto: da ristorante a pizzeria, a negozio di caccia e pesca, nonché minimarket. Seneca è tutta chiusa in questo svincolo fra la Route 33 e la Route 28. All’incrocio, con le pareti alle spalle, troviamo lo store di fronte, con a fianco un piccolo (ma rifornito) negozio per climber con annesso museo, mentre sulla destra c’è la scuola di montagna, assai rinomata, di Seneca. Sulla sinistra? Un altro minimarket, Yokum’s, che ha la particolarità di avere un ottimo segnale WiFi. Stop. Finito. E se provate a guardare il telefono? Zero. Nessuna tacca. Niente. Inutile cercare di contorcersi nel tentativo di trovare campo. Semplicemente, in questo angolo della West Virginia non c’è ricezione per i telefoni. Qualcuno dice che è colpa di Seneca, che impedisce che il segnale arrivi correttamente dai ripetitori sull’altro versante. Qualcuno dice che per scelta non sono stati montati ripetitori. Non lo sapremo mai, ma non è un eccessivo problema, se non per i soccorsi alle cordate impegnate nelle vie di Seneca. In realtà, i locali la prendono con molto fatalismo. Se una cordata non torna entro una certa ora, allora scattano le ricerche. Comunicare è quindi fondamentale per la sicurezza. Lo è sempre in montagna, ma lo è ancora di più a Seneca.

La natura della West Virginia, foto di Jason Wu

La natura della West Virginia, foto di Jason Wu

E poi c’è la roccia. Bella, dura, lavorata. È un particolare tipo di quarzite che si trova solo nella costa est degli USA. È la Tuscarora, celebre anche per le Gunks nello Stato di New York, altra Mecca per i climber di questa parte dell’America. Seneca è celebre però per un altro primato. È l’unica vetta esistente nella costa est che per essere scalata richiede competenze alpinistiche. Ecco perché è così amata. Sebbene le pareti siano state scalate probabilmente per la prima volta dalle tribù dei nativi americani, la prima ascesa affermata risale al 1939, a opera di Paul Bradt, Don Hubbard e Sam Moore. I tre però sulla vetta della cima nord trovarono un’iscrizione particolare: “D.B. September 16, 1908”. Qualcuno, quindi, aveva già messo piedi e mani su quella vetta. Ma il mistero, a distanza di più di un secolo, rimane. E le vie? Se ne contano quasi 400, comprese fra il 5.0 (Yosemite Decimal System, circa il primo grado della scala francese) e il 5.13 (8a nella scala francese). Vale a dire che Seneca è perfetta per qualunque tipo di arrampicata su roccia. Ed è anche questo che la rende così celebre. «È come se fosse una immensa falesia, ma con la differenza che qui le vie sono lunghe e immerse nella natura», commenta uno dei più giovani della nostra compagnia, che per la prima volta si cimenterà sulla roccia, dopo aver iniziato sulla plastica. “Un parco-giochi per gli scalatori”, lo definiscono le guide. Ma è riduttivo. Perché nell’aria di poche miglia quadrate ci si può ritrovare davvero nel mezzo del nulla. È una scelta non solo alpinistica, ma anche meditativa. Nell’epoca della connessione costante, può risultare stressante per molti non aver altro che sé stessi, e la roccia. Però è forse anche per questo che molti Washingtonians sono presenti a Seneca nei weekend in cui il tempo lo permette.

E non c’è solo Seneca, appunto. A poche miglia di distanza le falesia abbondano. Reeds Creek, per esempio. Vie tecniche, questa volta su calcare, che non perdonano che è troppo poco abituato a guardare il colore di prese e appigli invece che a leggere le rocce. O come Smoke Hole. Posti dimenticati da Dio, dai presidenti americani, ma non dai climber. Come Mike Gray e Tyrel Johnson, che vivono a poche miglia da qui e hanno iniziato un decennio fa a prendersi cura delle falesie e dei sentieri. E non è così raro vedere Mike in giro per Reeds Creek. Massaggiandosi viziosamente la folta barba sempre più bianca passeggia lungo i sentieri che portano alla parete e ogni tanto sorride e si ferma a parlare con chi, con le braccia spompate e il fiato corto, ha appena liberato una sua via. Gli fa i complimenti, parlando con il classico accento strascicato del sud degli Stati Uniti, e poi se ne va, sorridendo e gongolando per questo suo piccolo successo personale. Meglio pochi, ma buoni, deve pensare Mike, orgoglioso della sua guida, l’unica per quelle falesie, e ricca di dettagli.

Già, perché la comunità di Seneca, Reeds Creek e Smoke Hole non è gelosa delle proprie falesie. Anzi. In una zona geografica dove la depressione economica si fa sentire ogni giorno, dove le persone muoiono per overdose di antidolorifici, bastano le piccole cose per essere contenti. E, come nel caso di Mike, basta un sorriso dopo una via spaccabraccia per cancellare le difficoltà della vita quotidiana. Perché è vero che Seneca non sarà Joshua Tree o Yosemite, ma il fascino degli Appalachi resta immutato. Ed è tutto da scoprire con mano.