Quell’inverno sulla Canna d’Organo. In ricordo di Lorenzo Massarotto

Accadeva esattamente 12 anni fa. Un fulmine colpì Lorenzo Massarotto al termine di una via nelle Piccole Dolomiti, sbalzandolo ai piedi della parete. Per ricordare uno dei più importanti dolomitisti di sempre, ospitiamo oggi con piacere un racconto messo a disposizione dall’amico e un tempo compagno di cordata Leopoldo Roman, che ci riporta all’inverno dell’82, sulla Sud della Marmolada. Per approfondire la persona e le salite dell’alpinista padovano, si raccomanda il libro “Lorenzo Massarotto, le vie”, Luca Visentini Editore.

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Quando Livia mi telefonò per informarmi che Lorenzo, colpito da un fulmine sulla cima della Torre dell’Emmele, era morto, compresi subito che i miracoli non si ripetono mai due volte. Ed il mio pensiero riandò a quella mattina dell’8 marzo 1982 quando, a letto con la febbre fui svegliato da una telefonata della centralinista dell’azienda dove all’epoca lavoravo, che mi fece le condoglianze per la morte del mio carissimo amico. Cascai dalle nuvole. Sapevo che era impegnato sulla parete sud della Marmolada nel tentativo di effettuare la prima solitaria invernale alla via della Canna d’organo, ma sapevo anche che era attrezzato per affrontare fino a dieci giorni di parete, per cui rimasi molto male e naturalmente incredulo.

Il dubbio dei soccorritori 

La mia collega aveva letto sul Gazzettino che il forte alpinista padovano era scomparso e pensava che non mi fossi recato al lavoro per tale motivo. Ero invece all’oscuro di tutto! Presi due aspirine, telefonai a Paolo Cappellari che era medico in quel di Agordo e comune amico, nonché compagno d’alpinismo di Lorenzo, e dopo due ore ero già lì a cercare di fare il punto della situazione.

Cosa era successo? Qualche giorno prima, salendo in Valle Ombretta per andare all’attacco della via, dove aveva già depositato il materiale necessario alla scalata, Lorenzo era stato visto ed aveva parlato mettendolo al corrente dei propri programmi con un membro del soccorso alpino della zona. Qualche giorno dopo in seguito al precipitare della situazione meteorologica sulla Marmolada questa persona, pur non avendo ricevuto alcun mandato da Lorenzo, ma da buon padre di famiglia e di propria iniziativa, cominciò a preoccuparsi non riuscendo nelle brevi schiarite a vedere con il cannocchiale Lorenzo in parete, e nemmeno tracce sulla neve di una sua eventuale ritirata sui pendii della Valle Ombretta alla base della Sud. Diede pertanto il via ad una perlustrazione con l’elicottero e nel corso di questa i soccorritori effettivamente videro l’alpinista incrodato in parete che “dava deboli segni di vita”, come scrissero i giornali. Ad un successivo giro, l’alpinista non fu più visto e si diede quindi il via alle operazioni di soccorso. Calatisi dall’alto con il verricello, gli uomini del soccorso alpino trovarono a circa duecento metri dalla calotta sommitale la piccozza alla quale Lorenzo aveva assicurato le corde per la calata a corda doppia.

In seguito al ritorno del maltempo le operazioni vennero sospese, anche perché la convinzione che non ci fosse più molto da fare era abbastanza radicata.

Ed invece la grossa sorpresa martedì mattina 9 marzo 1982. Con il ritorno del sole, il ritorno della vita! Doveva essere l’ultima perlustrazione con l’elicottero, l’ultimo volo della speranza, prima di procedere con i cani da valanga alla ricerca del corpo alla base della parete, come si leggeva quella mattina sui giornali. Invece ecco l’elicottero che appena avvicinatosi alla roccia vira velocemente ed atterra subito sul piazzale davanti a malga Ciapela, con Benvenuto Laritti che scende con il pollice alzato come segno di vita ed io che senza neanche aspettare di conoscere i dettagli (ma quel dito alzato, che me lo ricorderò per tutta la vita, era più chiaro di un romanzo!) mi precipitai in una cabina telefonica ad avvisare la madre. Ne sentivo il bisogno anche perché all’epoca frequentavo spesso la sua casa e mi immaginavo in quale stato d’animo si trovava, visto che informata dal parroco e dai giornali si stava preparando disperata alle esequie del figlio. Lascio immaginare ai lettori la gioia che provò: con il cognato in meno di due ore era già in Marmolada ad attendere di riabbracciare il figlio “resuscitato”.

Durante il recupero sui canaloni sommitali della marmolada. Foto archivo Leopoldo Roman

La versione di Massarotto

Ma cerchiamo di ricostruire dal racconto che mi fece Lorenzo all’epoca… cosa successe dal suo punto di vista.

In due giorni di scalata era arrivato a 200 metri dalla vetta. Dai ripidi pendii sommitali lo separava ormai solo una difficile lunghezza di corda. Poiché ormai era tardi, decise di bivaccare dopo aver scavato una buca sotto ad una goulotte di ghiaccio. Durante la notte il tempo cambiò. La situazione si fece vieppiù drammatica in quanto continue slavine lo costrinsero ad una lotta per la sopravvivenza veramente drammatica. «Ero terrorizzato, quasi non respiravo più, ero sicuro che sarei morto», dichiarò ad un giornalista dell’Unità, al quale aggiunse anche «mi misi perfino a pregare, io che non sono religioso, fino a che, non so come, mi ritrovai fuori dall’inferno».

Al mattino infatti, pur imperversando ancora il maltempo, riuscì a calarsi in doppia fino ad una piccola grotta che aveva visto salendo sopra la grande banca mediana che taglia tutta la  parete d’argento, trovando finalmente un buon rifugio. Durante una schiarita poté anche, per quanto possibile, far asciugare al sole il sacco di piumino ed il douvet, ormai incrostati dal ghiaccio.

É stato a questo punto che ha visto per la prima volta l’elicottero avvicinarsi alla parete. Alzando un braccio ed abbassando l’altro, fece il segnale convenzionale di non aver bisogno di aiuto. Trovandosi però in una posizione scomoda in quanto la grotta, non era sulla cengia ma in parete e non potendo quindi muoversi più di tanto, venne interpretata come posizione di persona incrodata e che quindi aveva bisogno di aiuto.

Durante le fasi di perlustrazione, prima del soccorso. Foto archivio Leopoldo Roman

Poi Lorenzo rientrò nella grotta e quando subito dopo l’elicottero ripassò, non fece in tempo ad uscire di nuovo in quanto la manovra da fare era complessa, inoltre perché essendo reduce da ore difficili era stanco ed i movimenti gli risultavano lenti. Il non vederlo più, venne legittimamente interpretato dai soccorritori come una probabile caduta dalla parete. Nel frattempo riprese a nevicare e continuò per più di 50 ore. Lorenzo non ebbe alternativa che rimanere nel sacco a pelo ad aspettare che il maltempo gli desse una tregua.

Finalmente, quel martedì mattina riprese la scalata, risalendo zaino in spalla le corde fisse che aveva lasciato, non sapendo, fra l’altro, che la piccozza usata all’ultimo ancoraggio era stata levata dai soccorritori giorni prima. Appena riapparve l’elicottero, Lorenzo fece nuovamente segno che non aveva bisogno di aiuto, ma oramai la grande manovra di soccorso era scattata.

Con il verricello si calò Luigi De Nardin. Le operazioni delle Fiamme Gialle erano coordinate in vetta dal maresciallo maggiore Emilio Marmolada.

É vero che Lorenzo fece delle resistenze prima di accettare il soccorso, in quanto si sentiva in grado di portare a termine l’impresa. É altrettanto vero però, che quando gli raccontarono tutta la storia e che, tramite la ricetrasmittente, anche io, alcuni amici e sua madre eravamo favorevoli che tutto finisse lì per non creare soprattutto altri problemi, si arrese senza tante storie.

Le polemiche che seguirono furono molte ed ebbero anche un certo seguito sui giornali soprattutto locali. Ma alcune considerazioni, anche a distanza di anni mi preme farle.

Sulla vetta appena recuperato. Come appare evidente era in piena forma e non aveva certamente bisogno di soccorso

Diamo ordine ai fatti

Ero in vetta ed ho assistito alle operazioni di soccorso. Ebbene, dai protagonisti che si sono impegnati in prima persona ho sentito soltanto parole di ammirazione e di comprensione e non mi risulta che lo stesso Massarotto abbia avuto parole di stizza nei loro confronti, come qualcuno ha scritto. Delusione ne aveva tanta in corpo. Ma chi non ne avrebbe avuta nella sua situazione? Tutto il resto è stata solo polemica, sterile polemica.

Lorenzo per quella impresa era preparatissimo. Il mese prima aveva scalato in solitaria invernale lo spigolo Susatti nello Spiz d’Agner Nord ed aveva preparato con molta meticolosità l’ascensione alla Canna d’organo. La Marmolada la conosceva bene: è stata sua la prima solitaria a quel capolavoro che è la via dell’Ideale.

E di essere un alpinista di razza che non bluffava Lorenzo Massarotto lo ha dimostrato l’inverno successivo quando, stavolta quasi in segretezza, è ritornato sulla “Canna d’Organo” per chiudere in soli due giorni e mezzo un capitolo della sua vita che gli ha riservato più amarezze che gioie, ma che a dimostrato a tutti il suo grande valore alpinistico.

Ciao Lorenzo!

Foto di vetta con i soccorritori: capitano Marmolada, De Nardin, Ilio De Biasio, Leopoldo Roman ed un altro soccoritore. Foto archivio Leopoldo Roman

Preparazione del bivacco alla base della parete. Foto archivio Leopoldo Roman

Lorenzo Massarotto scruta la Sud, in preparazione del suo primo tentativo alla Canna d’Organo. Foto archivio Leopoldo Roman

By | 2017-07-05T20:24:42+00:00 10 luglio, 2017|

2 Commenti

  1. […] per la solidarietà. Menzione speciale, alla memoria, ad un altro alpinista veneto, il padovano Lorenzo Massarotto, da noi recentemente ricordato in un articolo dedicato. Novità di quest’anno il Premio Speciale Dolomiti UNESCO, istituito dalla Fondazione […]

  2. […] la solidarietà. Menzione speciale, alla memoria, ad un altro alpinista veneto, il padovano Lorenzo Massarotto, da noi recentemente ricordato in un articolo dedicato. Momento particolarmente toccante la consegna del premio alla sorella, affiancata da un gruppo di […]

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