Canale del Mis, la valle delle meraviglie

Ospitiamo con piacere un pezzo scritto da Pieranna Casanova di Sospirolo, e pubblicato in precedenza sulla rivista Il Veses, autentica finestra sulla Valbelluna e le sue montagne. Il Veses prende il nome da uno dei tanti fiumi e corsi d’acqua che segnano le impervie valli di questo scampolo di Dolomiti.  Ad animare questo periodico cartaceo sono l’omonima associazione culturale e soprattutto molti volontari appassionati della loro terra, di cui Pieranna Casanova è un esempio. Scorrendo nelle pagine/acque del Veses, riusciamo a cogliere una nuova prospettiva sulla selvaggia val del Mis. L’occasione per conoscere e apprezzare una terra tanto incontaminata quanto pregna di tradizioni, raccontata con passione dall’autrice.

 

Le montagne non ci appartengono e nemmeno le valli che esse racchiudono. Ne siamo i custodi, chiamati al rispetto, portatori di memoria e di orgoglio per le bellezze dei posti in cui viviamo al punto tale da sentirli nostri. Come il Canale del Mis, ad esempio, che in tanti abbiamo nel cuore.

Sguardo invernale sulla Val del Mis, dalla cima del Zimon di Gena. Foto Marco Cassol

Lungo calde spiagge calcate dai dinosauri questa valle ha formato la sua anima di pietra, sbalzata poi in alto dalle scosse della Terra e in seguito tagliata in profondità dalle gelide acque dei ghiacciai. Storia lontana questa, così unica nel complesso delle Alpi da far meritare alla nostra valle il titolo di “Patrimonio dell’Umanità” dato dall’Unesco alle Dolomiti.

Dino Buzzati l’aveva capito, incantato dallo spirito “enigmatico, intimo, segreto” che avvolge la valle, considerata di bellezza minore dal turismo di superficie solo perché distante dalle “trionfali alte valli dolomitiche”.

Capace di contenere a bassa quota la folla dei vacanzieri alla ricerca di refrigerio e di ritornare completamente deserta nel giro di poche ore, la valle del Mis, o meglio il tratto più meridionale che chiamiamo Canale, custodisce una lunga storia di convivenza con gli uomini che l’hanno abitata trovando in essa rifugio e sostentamento. Conquistatori, guerrieri, soldati, disertori, nomadi, pastori, boscaioli, carbonai, partigiani, mercanti e contrabbandieri, alpinisti, frati, cacciatori e bracconieri, ma anche contadine, vedove e madri con figli mandati da soli lungo i sentieri per raggiungere con le capre i pascoli più verdi o la scuola, se fortunati. Di queste ed altre storie parla la nostra valle, incredibili per chi è nato distante dai tempi in cui sopravvivere era una conquista.

Chiodo Castiglioni, foto Laura Dalla Sega

Chi era Luigi? Luigi Fackin, diciannovenne chiamato alle armi il 12 settembre 1942. La storia della sua vita, o almeno una sua parte, appartiene alla valle: la sua gavetta con incise le scritte “amor mio”, “torna ala toa caseta”, “mamma” è stata trovata intatta in un covolo poco distante dai percorsi dei falciatori che salivano fin alle pendici meridionali di Picòla sopra la Val Falcina per tagliare l’erba, una volta preziosa. Una piccola meraviglia agli occhi attenti di due appassionati di montagna –  ce ne sono ancora! – che la scorsa primavera si sono imbattuti in questo cimelio avventurandosi per viaz dimenticati.

Così come brillano le pupille dei cercatori d’oro pronte a cogliere nelle acque del Mis il luccichio del prezioso metallo. Si sono visti di recente, suscitando la meraviglia di chi li osserva armeggiare i setacci, ricomparsi dagli anni in cui si favoleggiava sulla corsa all’oro in California, e mostrano con orgoglio perfino qualche pepita. Ma già si sapeva, dalle leggende che contengono sempre un barlume di verità, delle pagliuzze d’oro della val Falcina…

Altro metallo, prezioso per i segni delle fatiche che porta impresse, quello che si trova fisso nelle travi delle case abbandonate o nei vecchi legni della roggia che dal Rui Bianch portava l’acqua al mulino e alla segheria della Stua. Lunghi chiodi di ferro battuti ad arte per durare per sempre, ben oltre il tempo concesso agli uomini del Canale del Mis, per vari motivi costretti con violenza ad abbandonare la valle mezzo secolo fa. Altro chiodo, un reperto di raro valore per gli intenditori, quello che qualche sognatore delle cime più alte può trovare lungo la mitica via Castiglioni per raggiungere la Torre dei Feruch. Là, nei Monti del Sole, lo scrittore Giorgio Brunner nel 1934 seguiva con Bruno Detassis il famoso alpinista Ettore Castiglioni nella prima salita a quella vetta “tozza, ferrigna, strapiombante… la torre dei sogni”. Il chiodo del Castiglioni è ancora là a perenne memoria di un alpinismo fatto con “scarpe di feltro e poche manciate di cibo nelle tasche”.

Segni su cengia militare della Grande Guerra (P. Casanova)

Un mondo di boschi, di fiori, di animali, di acque, di rocce e di sassi che gli uomini del Canale del Mis hanno pian piano spostato, con la forza delle braccia e dell’ingegno, aprendo passaggi, alzando muretti di contenimento e muraglioni dei “teàz” per le manze, improntando focolari dove appoggiare la caliera della polenta. Tracce di vita nascoste dalle piante e dalle acque, riservate solo a chi si avventura con coraggio per cercare i segni della storia, come le possenti e indistruttibili costruzioni fatte nel corso delle guerre per resistere al nemico. Mulattiere, trincee e caverne affacciate su paesaggi mozzafiato tra i dirupi che chiudono le forre. Da una di queste, la Val del Burt affluente del torrente Falcina, in una domenica torrida di questa estate se ne sono usciti con la soddisfazione impressa negli occhi tre giovani stranieri, due sloveni e un austriaco: avevano appena disceso, con tuffi spettacolari nei boioni e una ventina di calate lungo le cascate, quella che secondo loro è tra le più belle forre delle Dolomiti in cui praticare il canyoing, sport non regolamentato ma da considerare perché richiama appassionati di tutta Europa proprio nel Canale del Mis, in questa valle delle meraviglie non ancora abbastanza scoperte e valorizzate. La sfida è per tutti: per le istituzioni pubbliche, come il Parco, che qui non si è ancora realizzato nella sua vocazione di tutela dei valori naturalistici e di promozione delle bellezze ambientali in sintonia con i suoi abitanti, e per chi, animato dal desiderio di conoscere, cerca di vivere autentiche esperienze a contatto con le montagne e le storie emozionanti che esse racchiudono.

  

By | 2017-07-28T13:54:04+00:00 17 luglio, 2017|

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