Quando a metà giugno Paolo mi ha mandato un’email a tarda sera scrivendomi che c’erano delle interessanti offerte per i voli da Washington a Denver, non c’è stato da pensarci più di quattro minuti. Ovvero, quelli necessari per verificare che l’offerta fosse ancora valida, guardare il calendario e scoprire che no, a metà luglio non c’erano impegni lavorativi talmente grandi da essere più importanti di un viaggio fra Denver, Boulder e Eagle. Anche perché era l’occasione per salutare il nostro capocordata Massimo, che lascerà DC a breve, con nostro sommo dispiacere. La patria dell’arrampicata statunitense per eccellenza, insieme con Joshua Tree e Yosemite.

L’arrivo a Denver è stato caratterizzato dalla nostra euforia per l’avventura, la ormai wilderness con la quale ammorbiamo voi lettori di Alpinismi fin dalla nostra nascita, ma anche dalla ricerca di un posto dove nutrirci. Ed è stato provvidenziale Iacopo, un amico di un amico che abita nella capitale del Colorado, che ci aveva dotato di una incredibile guida via email di tutti i posti più interessanti, organoletticamente parlando, di Denver. Stavamo aspettando Massimo, che ha preso il volo dopo il nostro, e abbiamo deciso di avventurarci verso RiNo (River North Art District, ndr), il nuovo quartiere hipster di Denver, che altro non è un posto in cui le industrie ormai fallite hanno lasciato il posto a microbirrifici fighetti e locali tanto piccoli quanto affollati. Il tutto dopo una coda di oltre un’ora per poter ritirale l’auto al noleggio. Un’ora e passa che abbiamo trascorso cercando di analizzare quanti erano famiglie, coppie e single al fine di calcolare il nostro tempo di permanenza a Denver senza una vettura. Fra risate ed emozione, siamo saliti in auto in direzione The Mile High City.

La strada per Avalon, nel Boulder Canyon, foto di Fabrizio Goria

La strada per Avalon, nel Boulder Canyon, foto di Fabrizio Goria

Tempo di mangiare un BLT sandwich (bacon, lattuga e pomodoro, ndr) e bere una birra ed eravamo già in auto a recuperare Massimo. Carichi come molle nonostante la stanchezza – siamo partiti tutti di sera, dopo la giornata lavorativa – ci mettiamo alla ricerca di un motel. Un grande classico dei viaggi negli USA è infatti proprio la possibilità di trovare un ostello, un luogo dove dormire, lungo la strada. Ma invece di stare a Denver, decidiamo di recarci subito a Boulder. Del resto, 20 miglia sono poche. In quaranta minuti ci siamo. Dormiamo lì, così domattina siamo già pronti per il granito, ci diciamo. Tempo di arrivare in città, controllare la mappa alla ricerca di un paio di luoghi che facciano al nostro caso e già crolliamo dal sonno, speranzosi per la giornata che ci avrebbe portato a contatto con Boulder.

L’indomani è stato incredibile vedere quanto la città ha di fronte a sé quello stesso spettacolo che mi ha accompagnato a Torino fino dall’adolescenza. Montagne. Montagne di fronte a noi. Le Rockies, le Montagne rocciose. Eccole, finalmente. E dire che Boulder si trova al 1655 metri di altitudine, più di Madonna di Campiglio, dunque. I Flatirons sembrano immensi. Lame di roccia che si stagliano all’orizzonte. E più indietro, lungo la Interstate 70, le vette più alte ancora. Il nostro cuore si riempie di gioia. Non stiamo più nella pelle. Scendiamo di corsa dalla camera, che in realtà era una suite assai kitsch con capitelli greci e finti bassorilievi che cozzavano con la hall del motel, interamente in legno massello, e ci dirigiamo a fare colazione. Fra una salsiccetta e un uovo strapazzato, decidiamo che la giornata di oggi sarebbe stata dedicata alla parte di Avalon. Ci rifocilliamo in meno di 20 minuti, prendiamo un paio di mele per uno spuntino, e siamo già in auto.

Paolo sulla parete di Avalon, foto di Fabrizio Goria

Paolo sulla parete di Avalon, foto di Fabrizio Goria

Una volta entrati nel Boulder Canyon, la prima sorpresa: zero copertura telefonica. Per fortuna che abbiamo tutti e tre avvisato le nostre mogli di non essere troppo preoccupate se non ci avessero sentito per giorni. Del resto, come tutti i partner, mariti o mogli o fidanzati o fidanzate, di chi va in montagna, le nostre compagne di vita si sono messe il cuore in pace da tempo. Quando la montagna chiama, dobbiamo andare. Io avevo cercato di rassicurare Silvia dicendole che in ogni caso ho al polso un braccialetto con incise le mie generalità e il suo numero di telefono, per le emergenze. In realtà le ho omesso che quel braccialetto sarebbe servito a ben poco se ci fossimo trovati di fronte a un orso nero statunitense. Ma in ogni caso, la nostra adrenalina era tale che non vedevamo l’ora di arrivare ad Avalon, una parete tutto sommato nuova. Non è presente sulla guida della Falcon relativa al Colorado, ma è presente su Mountain Project. Non è però così semplice da trovare. Prima di inoltrarci nel canyon abbiamo domandato ai locals, in questo caso i ragazzi di un noto risuolificio di Boulder, i dettagli per arrivare di fronte a questo paradiso di granito.

Appena parcheggiato l’auto, la prima sorpresa. Per arrivare alla parete di Avalon bisognava attraversare un ponte tibetano sul torrente che nel corso dei millenni ha scavato il canyon, ci avevano detto. Ma era evidente che negli USA hanno un altro concetto di ponte tibetano. Infatti, c’era solo una fune. Io, Paolo e Massimo ci guardiamo e ci domandiamo se fosse davvero quello il guado da fare. La guida di MP non poteva sbagliarsi. I locals non potevano sbagliarsi. Era quello. Imbrago addosso, moschettone a ghiera nell’anello di servizio e via, appesi alla fune, facendo attenzione che gli zaini fossero ben attaccati al corpo. Il primo approccio alla wilderness di Boulder non poteva essere migliore. E poi via, lungo un canalone scosceso con annessa pietraia. Lungo i massoni di granito ho iniziato a comprendere perché Boulder si chiama così. Massi, massoni, ovunque. E sebbene l’avvicinamento, complice l’altitudine e la pietraia, non sia stato esattamente confortevole, poco ci interessava. Volevamo solo mettere le mani sulla nuda roccia, sentirla finalmente, dopo mesi e mesi passati sulla plastica, a combattere contro le prese colorate. E infatti abbiamo optato per vie sport. Un po’ inconsueta come scelta, dato che eravamo nel luogo prediletto per il trad, ma poco male. L’importante era il divertimento, non l’impresa. Avalon quindi era perfetto per i nostri obiettivi.

La potenza granitica del Boulder Canyon, foto di Fabrizio Goria

La potenza granitica del Boulder Canyon, foto di Fabrizio Goria

Subito, la seconda sorpresa, almeno per il sottoscritto. Mai avevo arrampicato sul granito di Boulder. Solo calcare e una sporadica visita a Joshua Tree, parte di un viaggio ben più lungo. E devo ammettere che gli schiaffi presi sul granito sono stati molto graditi. Perché ho imparato a comprendere quanto possa essere appagante la scalata su questa roccia. È faticosa, fisica, ma una volta compresa la corretta tecnica, diventa un piacere. Perché è tutto lì, davanti ai tuoi occhi, basta incastrare il corpo dentro il granito, entrare in tutt’uno con esso. Roccia solida, compatta, ma soprattutto inamovibile. Praticamente, l’opposto del calcare. E Avalon non faceva eccezione. Anche su placca appoggiata, come sul Wall of the Dead, nome evocativo per una parete di una bellezza incredibile, non hai bisogno di cercare tacchette e minuscoli appigli. Sono lì. Il problema col granito è forse che è meno fantasioso. Ma, in fin dei conti, non è un enorme seccatura. Come mi aveva scritto Asa Firestone di Boulder Adventure Lodge, «per il granito bisogna mettersi in testa che c’è un modo per arrampicare sulle lame. È faticoso, ma esiste. E una volta capito, vedrai che non tornerai mai più indietro». Aveva ragione, sebbene Massimo continui a preferire il calcare.

Il sole a picco e il caldo che ci può essere in Colorado non erano troppo un problema, dato che Avalon è all’ombra. Gli orsi neppure, perché la zona è tutto sommato battuta anche da altri climber, specie quelli che staccano dal lavoro e si fanno due tiri prima di tornare a casa. Infatti, prima di tornare verso la civiltà cellulare, intorno alle 6.30pm, ci siamo guardati e ci siamo domandati come mai non ci fossimo ancora trasferiti a Boulder. Montagna, roccia, temperature fresche rispetto a DC (dove d’estate il mix fra sole e umidità può essere letale…) e atmosfera rilassata. Tutto quello di cui c’è bisogno nella vita di chi è malato di terre alte. Ed è stato forse in quel preciso momento, mentre tornavamo verso Denver, che abbiamo compreso il vero significato del motto del Colorado, “Nil Sine Numine”. Vale a dire, più o meno, “Niente senza la Provvidenza”. Vedendo lo spettacolo del granito di Boulder, abbiamo capito che forse deve esistere davvero un essere superiore, l’unico capace di creare una tal perfezione alpinistica.