Confessioni di un finaleros o presunto tale

Prima o poi arriva l’ora di Finale. Certo, quello ligure, terra di pareti spettacolari, sinonimo di fatica, di etica e innovazione. Volevamo raccontarvi un luogo sacro per i climber di mezza europa, ieri come oggi meta di pellegrinaggi a ogni stagione, solo che al posto di acqua e acquasantiera ci sono magnesite e sacchettino legato in vita. Il nostro Cicerone in quel del savonese, verso le acque del Golfo di Genova, è Michele Fanni, climber ligure di 27 anni, grande appassionato dell’universo ‘Finale’. E’ lui, assieme a Gabriele Canu, il promotore del progetto Finale ’68. L’idea di fondo è preservare la memoria di questo luogo, che a maggio 2018 festeggerà 50 anni dall’apertura della prima via. Il volere di Canu e Fanni è cercare l’avventura dietro casa, seguendo due direttrici di senso, uno spazio noto: Finale; poi un tempo circoscritto e definito: gli anni tra il 1968 ed il 1975.

Protagonisti di questo wandering verticale saranno i primi itinerari alpinistici che segnarono la fase esplorativa della Pietra del Finale. Il progetto si propone di rintracciare e seguire le orme dei pionieri e se possibile incrociarne le rotte, ascoltando dalla loro voce i sogni, le promesse e le paure che li portarono a navigare per quella fitta macchia, tra lecci, timo e rocce, nel cuore di Finale.

“Lo scopo di questa ricerca-viaggio puo’ essere riassunto in un singolo proposito, evitare la cronica perdita di memoria alla quale spesso ci troviamo sottoposti, a causa di una certa tendenza contemporanea che predilige il rapido e asettico consumo dei luoghi a discapito di ogni identita’ locale”. spiegano i referenti di Finale ’68. “Corriamo, infatti, un grave rischio: appiattire ogni profondita’ che articola e definisce le nostre prospettive in relazione agli spazi con i quali andiamo a confrontarci. Abbandonare alle ortiche il passato significa, in questo senso, impoverire irrimediabilmente il nostro modo di vivere e conoscere questo territorio”.

Nulla di più in linea con lo spirito di Alpnismi, che qui di seguito lascia spazio alle visioni e alle parole di Michele Fanni. Per maggiori informazioni su Finale ’68, ecco il link al sito ufficiale, mentre qui trovate la pagina Facebook.

L’autore si gode silenzioso i diedri dell’Orera. Foto Gabriele Canu

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Un giorno il grande Rebuffat, probabilmente svegliandosi presto e di buon umore, scrisse che l’infinito rincorrersi di linee verticali e orizzontali, che da secoli disegnavano il profilo della costa marsigliese, aveva profondamente segnato la sua identità di essere umano e, allo stesso modo, nutrito il suo desiderio d’avventura.

Così, anche noi, selvatici liguri di ponente, con le stradovutissime proporzioni, ci troviamo impelagati in questa felice dicotomia, tra un mare che apre verso la Corsica e l’Ignoto ed un’irta muraglia di scogli, pietre, cocci aguzzi di bottiglia che pennella un orizzonte verticale figlio lui stesso di quelle antiche acque. Remesci minerali e ribollite millenarie han dato luogo ad ordinati cimiteri fossili che noi giovinastri, con le mani sempre sporche di magnesio, ostinatamente chiamiamo falesie.

Dal basso dei miei ventisette anni forse suona un po’ anziano scribacchiare queste righe, metà memorie, metà mugugni. D’altronde l’aver perseverato imperterrito per anni sbattendo il grugno contro questi calcari deve avermi rincoglionito non poco. Ecco spiegato il perché dei futuri rimbrotti in prosa a proposito di una Finale prima di tutto sognata e immaginata, e solo dopo “arrampicata”.

 Primo colpevole di questo pastrocchio fu il babbo, vecchio anarco-alpinista alla zuava, seguito a ruota dal fratello maggiore, apostolo del credo nuovomattinista, ma galeotto fu un libro e chi lo scrisse. La temutissima guida del Gallo (edizione ’94), allora unica e certificata Bibbia del finaleros, si rivelò fatale. «Al cuore Ramon!».

Il babbo aveva, a tempo debito, provato a propinarmi un antico libercolo sgualcito e impolverato, manoscritto e miniato forse da tre monaci cluniacensi che siglarono a nome Calcagno, Grillo e Simonetti. Ma niente, non ci fu ragione, l’unica parola rivelata alla quale ero disposto ad aderire restò per anni esclusiva dei sacri testi del vate Gallo.

 [Nel corso del tempo alcuni apostati hanno accolto la riforma di un giovane prode in odore di eresia, il temuto Thomas che pubblicò una vulgata apocrifa per Versante Sud provocando sanguinosi dissidi e guerre fratricide, ma questa è un’altra storia…]

L’Educazione finalese, agli occhi un giovane padawan che non sa ancora infilare l’imbrago, può apparire in sostanza come severa scuola di sberle fedele all’adagio: ciò che non uccide, fortifica. Effettivamente, tralasciando le quanto mai dubbie basi scientifiche di fondo, questa propedeutica ha forgiato per anni le giovani generazioni dell’altipiano, uccidendone la metà e storpiandone i tre quarti (la matematica a Finale segue strani assiomi).

Il fratello maggiore s’ingaggia sull’esposto. Foto Gabriele Canu

Davanti a cotanta ingiustificata follia non si può dunque che chiamare in causa la fede. Anch’io, confesso, ho vissuto anni pellegrini vagando nella speranza di raggiungere stati estatici in punta di alluci… e in ogni caso nessun rimorso.

Cercherò di spiegarmi meglio. Tra noi indigeni era obbligo settimanale celebrare il rituale. Migravamo in allegri branchi muniti di utilitarie e furgoncini. Poi, nomadi, si pascolavano, da una parete all’altra, avambracci e deltoidi alla ricerca di lavagne rigogliose di reglette e monoditi. Alcune etnie prediligevano le calde placche del Centrale di Cornei, dove si innalzavano in danze scomposte e frenetiche, come tarantolati in ballerine, altre preferivano rintanarsi nelle odorose spelonche del Grotto di Perti, per abbracciarne ad ampi gesti i soffitti, probabile retaggio di antichi culti celesti. C’era poi chi, gravido d’hybris, quale novello Icaro, soleva scagliarsi solitario dritto nelle fauci del Paretone. A ognuno il suo diceva un tale.

Grida apotropaiche risuonavano tonanti per gli altipiani in un concerto ancestrale che aveva il gusto polveroso e ctonio della valle dell’Aquila. Forse, proprio in virtù di quest’appiccicoso e sudaticcio richiamo al primitivo, in un giorno come tanti, giunto ben frusto al terzo rinvio di Katana a Scimarco (via evidentemente, a me, poco congeniale) mi   interrogai sulle origini di questi finaleros, popolo burbero della verticale…

Fu un passo decisivo: da scimpanzé bramoso di settea mi diressi ad ampi zompi sulla diritta via dell’homo erectus: nuove prospettive aprirono a nuovi orizzonti. Avvicinarsi al proprio nucleo tribale con l’occhio accademico dell’osservatore partecipante non fu operazione priva di pericoli… Giunto al culmine delle mie ingarbugliate analisi, mi stupii di scoprire quanto poco, io e i miei fratelli di corda, conoscessimo a proposito della nostra turbolenta genesi. Colto da un fervore degno del Le Goff più meticoloso mi lanciai a capofitto in un’indagine riguardante le origini verticali dei nostri avi rampicanti.

Fu così che quei nomi oscuri, sinistri e buffi: Calcagno, Vaccari, Simonetti, Grillo, iniziarono, insieme ad altri nomi ancora, ad assumere una meno nebulosa identità. Tanto che, nel breve corso di un’estate, questi divennero per me supereroi. Il mio Pantheon andava così, piano piano, componendosi tra barbuti genovesacci in galibier, massici cavatori finalesi e qualche ardimentosa, ma assai sparuta donzella.

Anno domini 1968, in un radioso giorno di primavera, due curiosi Amudsen alla deriva, meglio noti come i fratelloni Vaccari si recano in visita alpinistica alla Rocca dell’Aia sulle alture di Loano. Quand’ecco che lumando lo sguardo a Oriente veggono sorgere tra le fitte boscaglie al di sopra del   Burgum Finarii alcune ardite strutture rocciose. Si parla di verticalità inaudite. Era dunque d’uopo andare e saggiarne con mano e scarpone l’ardua consistenza.

Tuttavia l’imprevisto fato fa sì che la domenica deputata all’esplorazione di tali fascinose rupi, i giovini fratelli debbano dar forfait per misteriosi impegni e cedano dunque il passo a due cari fortunatissimi amici: Roberto Titomanlio, occhialuto studente in ingegneria e Gian Franco Negro, compagno di scorribande verticali. Fu così che sull’assolata parete di Rocca di Corno, in quel maggio focoso e libertario, prese forma il primo itinerario alpinistico del Finale: la famigerata Titomanlio.

 Non starò qui a far radiocronache delle incredibili vicende che avvennero nei mesi ed anni a seguire, vi basti solo sapere che nel ’76, anno di uscita della prima guida (il famoso libercolo miniato…) si contavano già una settantina di itinerari. Il V+/A1, che si legge stampato su quelle ingiallite pagine, diverrà grado di leggendaria efferatezza, misura di discrimine tra l’uomo e l’Ubermensch.

 A quel punto prese vorace a brulicarmi in pancia il desiderio di ricalcare le orme di questi giganti. Come avrei potuto non andare a mungere qualche bel chiodone dipinto in ocra dallo stesso Grillo? O salire a stringere in un languido abbraccio verdure e sterpaglie sulla Vaccari a Pianarella? O meglio ancora sciancare braghe e chiappe tra cespi di timo e rovi per giungere all’attacco della via della Quercia a Boragni?

Iniziava così, in un tripudio di allegra demenza infantile un magico periodo di esplorazione “dietro casa”. Arrampicare (si legga meglio: cercare, ravanare, stradasbagliare, rinunciare e ricominciare) aveva, a quel punto, quale unica prerogativa il reinventare continuamente le infinite possibilità dell’Avventura. Riprendere a masticare un idioma desueto, vecchio e impolverato: la sorprendente lingua del perdersi. Che poi, a dirla tutta, smarrirsi a Finale come pollicini nella macchia, non è cosa complicata…

Perdersi, un verbo a cui è facile affezionarsi, anzi di più: una pratica ludico-costruttiva di riconquista della propria identità di movimento non ancora soggiogata dalle vincolanti logiche di consumo – e il supercazzolese sorge spontaneo in tal frangente.

 I situazionisti, che sono un po’ più sofisticati di me, tirerebbero in ballo paroloni difficili, ma a me basta rubar loro questa suggestione: «la coscienza di un territorio non è data solo dalla sua descrizione basata su aspetti fisici che lo caratterizzano esteriormente, ma soprattutto da quella basata sugli stati emotivi e cosmici che implicano il suo attraversamento».

Alla luce di queste illuminanti capriole di senso le valli del finalese divennero allora, anche per i miei occhietti astigmatici, un’immensa biblioteca a cielo aperto. C’era tutto quello che in letteratura si può desiderare: da Omero ad Asimov, dal Mahābhārata a Pasto nudo. 

Gli anni Ottanta con la fragorosa esplosione della libera, avevano poi arricchito a fondo l’archivio con alcune raccolte poetiche di grande prestigio. Lo stil novista Nico Ivaldo, il rimbaudiano Martino Lang e le incursioni del surrealista Berhault, giusto per fare alcuni esempi, lasciarono prelibati settenari e succulente quartine a testimonianza di un periodo d’eccelsa ispirazione.

Oggi, in questi tempi di e-book e supermercati della ronchia, quella primigenia palpitazione poetica,   quel “genio” monicelliano sempre ben accompagnato dalla sregolatezza di certi nuovi guerrieri [n.d. A. ambito setteb di Perti ad opera della premiata ditta Gallo/Massari] sono forse andati smarriti, confusi, dimenticati a favore di altri modi di vivere l’arrampicata a Finale. Sia ben chiaro, non dico che esistano modi giusti e sbagliati, ma semplicemente il presente sta agli antipodi rispetto a quell’universo a cui sono infantilmente affezionato.

 E nelle classifiche di vendita spopolano certi libretti d’appendice che non definirei proprio d’essai. Ma questo, lo ammetto, è un giudizio da matusa

Tuttavia, seduto qui a margine del sentiero che da Orco porta alla falesia del Silenzio, aspetto paziente il guizzo artistico di qualche nuovo fuoriclasse dalla penna irreprensibile, un David Foster Wallace, un Thomas Pynchon… oddio, andrebbe bene anche un Wu Ming o un Aldo Nove.

E perché no, sarebbe bello vederlo – e butto lì l’ultimo azzardo – anacronisticamente armato solo di chiodi, dadi, martello e fantasia.

… E che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva …

L’esotica Rocca di Corno dove corre la mitica Titomanlio. Foto Gabriele Canu

Il Paretone di Pianarella. Foto Gabriele Canu

Gabriele Canu impegnato nelle fauci del Paretone. Foto Lorenzo Fanni

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By | 2017-09-02T13:39:23+00:00 31 luglio, 2017|

Un commento

  1. […] di un finalero, o presunto tale di Michele Fanni| (pubblicato su alpinismi.com il 31 luglio […]

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