Il Vallone di Sea e quella wilderness nascosta in Piemonte

Molto spesso gli arrampicatori sognano luoghi lontani e sconosciuti, basta un articolo su qualche rivista specializzata o una serata di qualche alpinista famoso per far correre la fantasia in lande selvagge e inaccessibili, invidiando chi vive quelle avventure su pareti, montagne e valloni che sembrano sempre più belli di ciò che ci è invece più prossimo.

Eppure già Gian Carlo Grassi diceva che l’avventura la si può trovare dietro casa e in fondo aveva ragione, il Vallone di Sea è proprio uno di quei luoghi che più vicini non possono essere alla civiltà eppure conservano, al contempo, quella certa aura di mistero, prerogativa non sempre così scontata. 

Storicamente il Vallone di Sea venne percorso, nel corso dei secoli, per raggiungere la vicina Francia e per approvvigionarsi del legname, proveniente dalle foreste che si dice ne ammantassero il primo tratto.

Oggigiorno i pochi alberi rimasti sono per lo più concentrati intorno al Santuario della Madonna Nera, una costruzione affascinante, la cui bianchissima facciata risalta dal verde cupo delle fronde. E sembra quasi essere l’ultimo baluardo della civiltà e della fede, a difesa degli immaginari confini verso un mondo primordiale e misterioso, modellato dal vento e dal ghiaccio, dove ancora dominano le forze pagane della natura. 

Il Santuario della Madonna Nera

Il Santuario della Madonna Nera

Geologicamente questo lunghissimo Vallone è stato infatti plasmato dalle glaciazioni, dalla spinta di quei ghiacciai che ormai sopravvivono agonizzanti solo nella sua porzione più elevata. E sembra incredibile  pensare a un passato, neanche troppo remoto, quando i seracchi conferivano un aspetto quasi himalayano alla Ciamarella e alle ascensioni sulla sua parete nord, ormai completamente stravolte e cancellate dai cambiamenti climatici.

L’Uja di Ciamarella oggi

L’Uja di Ciamarella oggi

Geograficamente è la naturale prosecuzione del solco della valle principale della Val Grande da sempre considerata, insieme alle gemelle Val d’Ala e Val di Viù (che insieme formano le Valli di Lanzo propriamente dette), il giardino dei torinesi, luogo di villeggiatura e svago domenicale.

Eppure il Vallone di Sea sembra essere una porzione di realtà avulsa dal mondo antropizzato dei vacanzieri: chi ne varca le porte non può non avvertire quel “qualcosa” di particolare che solo pochi luoghi magici possono davvero trasmettere. Saranno le guglie altissime o saranno le “spade di luce”, attraverso cui si rifrangono le milioni di goccioline d’acqua delle cascate, creando fantastici arcobaleni, con la roccia che sembra colorarsi. O forse saranno quegli scudi di granito che, resistendo a quel tremendo “urto del drago” immaginato, in un impeto visionario, da Gian Carlo Grassi, hanno saputo assumere quelle forme così particolari e fantastiche.  Sea può essere solo amata o odiata, ma non può lasciare indifferenti, e il suo ambiente ha sempre avuto un forte potere evocativo ispirando quelle visioni che si son tradotte nei nomi fantasiosi attribuiti alle sue pareti: il Trono di Osiride, lo Specchio di Iside, la Torre di Gandalf e così via.

Placche sullo Specchio

Placche sullo Specchio

Così scriveva Grassi: «Quando si mette piede nel  vallone camminando per la stradina acciottolata si avverte qualcosa di unico e di impenetrabile, affascinante come può esserlo soltanto ciò che è fuori dall’umano. Le pareti di granito sembrano create dal lavoro di un gigante, Specchi che hanno resistito al tremendo urto del drago. Le spade di luce nel pomeriggio si abbassano sul nero granito,  mettendo in evidenza il suo vero volto di fuoco».

Forse l’essenza di Sea è tutta qui, in queste poche parole, forse meglio non si può fare per esprimere le sensazioni che questo luogo sa trasmettere.

Si diceva che a Sea la “gloria non si compra a poco prezzo”  e forse è vero perché qui nulla è scontato, nulla è regalato. Itinerari anche all’apparenza brevi possono impegnare lo scalatore per ore.

Queste pareti hanno visto l’avvicendarsi di alcuni dei più importanti alpinisti, in particolare torinesi. Due tra tutti però spiccano, sono Isidoro Meneghin e Gian Carlo Grassi. Il primo fu uno dei primi esploratori del vallone, ottimo artificialista, rimase fedele a un tipo di scalata più tradizionale e, in molti casi, anche solitaria, il secondo però fu forse il vero “padrone” di Sea, con le sue folgorazioni visionarie seppe aprire una quantità di itinerari inimmaginabile anche per il più prolifico degli scalatori. Inoltre portò su queste pareti lo spit, il che consentì l’apertura di vie altrimenti impossibili.

La prima via ad essere aperta fu quella delle “Docce Scozzesi” sul Trono di Osiride: autori Isidoro Meneghin e Sergio Sibille. Era il 1978 e la via riuscì a risolvere il problema del grande diedro centrale del “bracciolo di destra” contro il quale si era arenato un primo tentativo di Cotta e Saviane.

Sulle docce scozzesi

Sulle docce scozzesi

Tutto era da fare, tutto era da scoprire. Nel giro di un decennio queste pareti vennero disegnate da immaginarie ragnatele di vie e forse, nella foga del fare, molte volte si generarono incroci che poco giovarono ai ripetitori. Chissà, forse il vero limite fu questo e forse così Sea un po’ alla volta divenne sinonimo di “occasione persa”. Si sa, l’arrampicatore sogna l’avventura ma poi quando si trova a dover capire da che parte passare o, peggio ancora, a dover lottare con le teppe d’erba, protetto da materiale a dir poco artigianale, preferisce luoghi più codificati, dove, relazione alla mano, sia quasi impossibile non portare a casa quanto si è partiti per fare. E così che Sea piano piano è rimasta appannaggio di pochi affezionati.

Ma era immaginabile un simile “eden” di granito come una bella addormentata per secoli? O forse a un certo punto qualcuno doveva risvegliare quelle vie dormienti, quelle figure fantastiche prima immaginate e poi create sui neri scudi di granito? Figure assopite nell’aria fredda del mattino e che neanche il sole del mezzogiorno sapeva più risvegliare.

È per questo che alcuni dei più assidui frequentatori, riunitisi nell’associazione dei “Rocciatori Val di Sea”, hanno prima ideato e poi dato inizio a un grande progetto di recupero. Il lavoro è immane ma sta già dando i suoi frutti perché sono stati riportati alla luce dei tesori nascosti. La scalata, una volta ripulite le fessure e sostituiti i più vetusti ancoraggi, è meravigliosa: alle fessure si alternano placche e muri, diedri e cornici strapiombanti in un tripudio di granito.

Per chi ha vissuto il prima è davvero stupefacente vedere le auto parcheggiate al bivio della stradina che sale nel Vallone e ancor di più vedere file di scalatori risalire le pietraie diretti alle pareti. Forse qualcuno potrà obiettare che così Sea ha perso quel fascino e quel mistero dovuto al silenzio e alla scarsa frequentazione. Magari in parte sarà pur vero ma queste pareti vivono se sono frequentate e questi  itinerari stupendi non vengono fagocitati dall’erba solo se percorsi e ripercorsi.

Le pareti principali e ben identificabili sono il Trono di Osiride e lo Specchio di Iside: sul primo si spazia dall’arrampicata classica in fessura, e un po’ alpinistica del suo “bracciolo sinistro,” a quella verticalissima dello “schienale” e del “bracciolo destro”, dove superbe vie superano i vertiginosi scudi di granito, la cui tonalità di colorazione varia dal nero al giallo con prospettive da big wall.

E che dire dello Specchio? Placconate di granito perfetto che a guardarle da sotto sembrano impossibili ma poi, quasi con stupore, si scoprono le tacche o le esili fessure che permetteranno di superarle. Ma Sea è così ricca di pareti che descriverle tutte brevemente è impossibile: pareti e vie dove si alternano tutti i generi di scalata granitica; questa è esigente, particolare, quella roccia un po’ nera con le tacche arrotondate, difficile da spiegare: bisogna provare. Le fessure sono ben proteggibili e se ne può trovare una casistica davvero molto ampia, da quelle di dita alle dulfer, a quelle larghe fuori misura dove bisogna strisciare inventandosi movimenti da contorsionista.

Fessure sul Trono

Fessure sul Trono

Tutte le fatiche sono ripagate dall’arrivo sulla sommità delle pareti, in posti bellissimi, soprattutto quando i rododendri sono in fiore: lo scalatore rimarrà attonito nel vedere sopra di sé altra roccia, milioni di metri cubi che, in molti casi, aspettano ancora un primo passaggio. 

L’opera di “restauro” viene eseguita rispettando alcune regole e linee guida, prima tra tutte quella di non snaturare l’essenza della scalata del vallone, quindi soste e fix sì, ma solo per sostituire i vecchi ancoraggi o su alcuni passaggi ritenuti particolarmente pericolosi. Una formula che finora ha riscosso un ottimo successo soddisfacendo pienamente i ripetitori: questo significa che la strada è quella giusta e che davvero Sea sta riprendendosi quella notorietà che per troppi anni le è stata negata.

E la rinascita di Sea non è ancora terminata. A settembre, il 9 e 10, grazie all’appoggio del Cai Torino, verrà organizzato un raduno, una grande festa per far maggiormente conoscere questo luogo così bello. Quasi un po’ sorprendentemente tanti hanno dimostrato il loro interesse per quest’evento, dai negozi della valle, agli alberghi, dai negozi di alpinismo alle ditte e alle palestre di arrampicata, senza tralasciare le varie scuole. Sea vive.   

Luca e Matteo Enrico

C.A.A.I. e Gruppo Rocciatori Val di Sea

By | 2017-08-02T12:07:44+00:00 2 agosto, 2017|

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