Siamo nella settimana di Ferragosto e come sempre, noi giornalisti ci prepariamo a ricevere i comunicati del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (Cnsas). E, come ogni volta, speriamo che non avvengano tragedie in montagna. Ma sappiamo anche che quest’anno i numeri del turismo montano sono migliori che nel passato. Ed ecco perché riteniamo doveroso fare qualche considerazione su ciò che abbiamo visto e continuiamo a vedere sui sentieri che portano ai rifugi e poi alle cime più facili. Perché la montagna è per tutti, ma soltanto se dotati di buon senso.

Da un paio di settimane io e Silvia siamo tornati in Italia per le vacanze. La nostra gatta Wednesday è rimasta a Washington, accudita con affetto da una nostra amica appena trasferitasi nella capitale statunitense. Dopo un breve periodo a Torino da mio padre, città nella quale torneremo fra poco, prima di ripartire per DC, siamo andati dai genitori di Silvia a Trento. E come tutte le volte, sapevamo che saremmo andati in montagna. Silvia non è propensa all’arrampicata, né all’alpinismo, ma io mi sono sfogato molto nell’ultimo anno, sia sulla plastica sia in West Virginia sia in Colorado. Di conseguenza, c’è da scegliere un itinerario di trekking, e mi va ben più che bene, dato che ogni tanto piace anche a me rallentare, non avere troppi pensieri sulle manovre. “Bisogna trovare una passeggiata ad alta quota – mi dico – che non sia troppo faticosa e che sia appagante”. E allora scavo nella memoria, sempre più sbadata, e dopo un’oretta mi viene in mente il giro perfetto. Luogo, le Dolomiti di Brenta. Partenza, da Vallesinella, cioè Madonna di Campiglio. Percorso, attraverso le cascate alte del Sarca di Campiglio, per poi arrivare alla Corna Rossa, virare sui prati di Fontanafredda, giungere al Grostè, proseguire per il Rifugio Tuckett e, dopo un frugale pranzo e una birra, scendere di nuovo a Vallesinella. Un giro ad anello tanto classico quanto emozionante. Perché le pendenze dei sentieri non sono mai proibitive, perché si è nel cuore del Parco Adamello-Brenta, perché è scenograficamente importante. Detto, fatto. Ci mettiamo d’accordo con il padre di Silvia, nonché grande camminatore in montagna, e organizziamo il tutto. Si partirà da Trento alle 6.30, e da Vallesinella fra le 8.30 e le 8.45. Verso le 15, ci diciamo, saremo di nuovo al parcheggio, pronti per tornare in città. La vogliamo prendere con calma, Silvia ha con sé la sua Nikon analogica, il tempo è finalmente limpido e, secondo il servizio meteo dell’aeronautica militare, stabile. Insomma, vogliamo goderci la giornata.

Chi è salito da Vallesinella sa quanto possano essere oniriche le cascate del Sarca di Campiglio. Rivoli di acqua surgiva che scorrono lungo la roccia e la lavorano, creando salti degni di un libro di J.R.R Tolkien. Né Silvia né suo padre le avevano mai viste e la totale assenza di escursionisti ha permesso loro di goderle a pieno. Da lì, mentre il cielo leggermente velato del primo mattino iniziava ad aprirsi, siamo andati su e su, fino a incrociare quella stupenda formazione rocciosa chiamata Corna Rossa, parete che altro non è se non l’altopiano del Grostè che si getta a capofitto nella valle. Splendida roccia, emozionanti vie, come la Detassis. Ma non è per quello che siamo lì. Ecco perché dopo una foto, continuiamo la salita verso le verdissime distese di Fontanafredda, da cui abbiamo goduto di una vista incredibile, che ha fatto mozzare il fiato a tutti e tre. Sebbene l’avessi già vissuto, il momento in cui da una parte hai il Brenta e di fronte Adamello e Presanella resta sempre emozionante. Peccato, tuttavia, che mai avevo visto la Presanella in quel modo. Nuda, grigia, senza neve. Dentro, vedendo quello spettacolo desolante, mi sono chiesto se questa sarà la nuova normalità oppure c’è da sperare in un’inversione di rotta nei prossimi anni. Ancora pochi passi e poi siamo al Rifugio Graffer al Grostè, dove fra uno spuntino, un saluto al gestore e un po’ di acqua, decidiamo di ripartire in direzione Tuckett. Ed è proprio dopo pochi metri che comprendiamo che c’è qualcosa che non torna.

Ero ben consapevole che, passando dal Grostè, avremmo trovato un po’ di traffico. Lo sferragliamento della funivia che parte da Campo Carlo Magno si sentiva da lontano ed era prevedibile trovare diversi escursionisti sui sentieri. Del resto, siamo saliti nel sabato prima di Ferragosto, e per di più dal versante più “turistico” del Brenta. Ma quello che a cui non eravamo pronti era lo spettacolo di fronte a noi. Prendiamo il sentiero SAT 331 e all’intersezione con il 316, che porta dal Rifugio Stoppani, dove arriva la funivia, al Tuckett, incrociamo un folto gruppo di persone. A occhio saranno state circa un settantina, forse poco di meno. Sono tanti e molto rumorosi, ma non è quello il problema. La montagna è per tutti e di tutti. Quello che mi stupisce è un altro aspetto. Ci sono molte famiglie con bambini in età della scuola elementare, diversi (coraggiosissimi) cagnolini, ma solo pochi, pochissimi, sono dotati della normale dotazione escursionistica. Vale a dire che per tutto il sentiero dal Grostè al Tuckett siamo stati testimoni di una significativa inosservanza delle regole di buon senso in montagna. I più erano in scarpe da ginnastica (sneakers, per la precisione, non da mountain running) e solo un quinto di questo gruppone aveva uno zaino. Sempre la maggior parte era sprovvisto di pantaloni lunghi e giacca a vento, o softshell. Acqua? Nemmeno a parlarne. Barrette energetiche? Figuriamoci. Cappellino per proteggersi dal sole dei 2.200 metri del Brenta? Come sopra. Bastoncini da trekking? Non pervenuti.

Ora, qualcuno di voi potrebbe obiettare che il sentiero che porta dal Grostè al Tuckett è semplice, non esposto, non presenta particolari difficoltà ed è un ottimo battesimo per chi vuole iniziare a camminare in montagna. Ma non è quello il punto della prima considerazione che vogliamo fare. La montagna, per essere goduta a pieno, non deve mai essere presa sottogamba. La sicurezza è fondamentale, lo abbiamo sentire ripetere mille e mille volte dagli istruttori del CAI e dalle Guide alpine, ma evidentemente occorre ripeterlo ancora e ancora. Salire in quota, anche su un sentiero semplice come il 316, significa esporsi a pericoli oggettivi quali il meteo, l’altitudine, le scariche di rocce. E questi sono rischi che si possono mitigare tramite la conoscenza dei percorsi, lo studio degli itinerari, l’analisi dei bollettini meteo. Mitigare è la parola più corretta in montagna, perché nessun rischio – in quanto tale – si può ridurre a zero. Ed è quello che dico a Silvia ogni volta che esco in ambiente per scalare. La mitigazione dei rischi è la chiave, perché l’eliminazione è impossibile. Del resto, se ci pensiamo, è lo stesso concetto di quando saliamo nella nostra autovettura per un viaggio. Controlliamo il meteo, controlliamo le condizioni della strada, controlliamo lo stato del traffico.

C’è però qualcosa di ancora più mitigabile, e cioè i rischi soggettivi. Traduzione: scarsa preparazione fisica, dotazione inadeguata e disattenzione. Ecco il nostro secondo punto, collegato al primo. Se la montagna deve essere rispettata, e non sottovalutata, nemmeno il nostro corpo deve essere ignorato. Su quel sentiero abbiamo visto persone in scarpe di tela che con passo estremamente incerto cercavano di superare facili roccette. Abbiamo visto persone con il fiato rotto dopo pochi metri dallo Stoppani. Abbiamo visto persone che si telefonavano da capo a coda del lungo serpentone di cui sopra. Abbiamo visto persone scattarsi selfie in posizioni tutt’altro che sicure, con il concreto rischio di mettere un piede in fallo. In altre parole, abbiamo visto la totale mancanza di buon senso. E non è questione di elitismo, ma di raziocinio. Perché ignorare le più basilari norme di comportamento in un ambiente severo come quello montano? Perché non comprendere che esistono dei rischi sensibili a oltre 2.000 metri? Sono le stesse domande che probabilmente si pone gran parte degli operatori del Soccorso alpino, che ogni anno devono intervenire per episodi di ignoranza. Un esempio? Chi chiama il Cnsas perché ignorava la sua reale preparazione fisica e si ritrova senza fiato e senza gambe sulla via del ritorno. Oppure chi ignora quanto possano essere repentine le variazioni meteorologiche in montagna e rischia l’ipotermia perché non ha una giacca adeguata. O ancora, chi pensa che portarsi dietro una borraccia colma di acqua sia inutile perché “tanto da qui al rifugio è solo 2.30 ore”. O, infine, chi fa troppo affidamento sulla tecnologia. Perché è vero che i cellulari sono importanti, e in molti casi salvano la vita, ma è altrettanto vero che contare solo su di loro è sciocco.

Andare in montagna è tornato di moda negli ultimi anni. Complice anche il terrorismo internazionale, affermano gli albergatori come riportato da L’Adige, c’è più gente che mai nelle terre alte. Si è differenziata l’offerta in molte località montane, c’è più voglia di dimenticare la città e l’affollamento delle spiagge, ma c’è ancora molto da fare. Il Cnsas da anni, in collaborazione con il CAI e gli enti locali, cerca di sensibilizzare i turisti. Eppure, c’è ancora troppa superficialità, che poi può portare a terribili fatalità. E fa sorridere in modo molto amaro leggere le parole di Luca Maspes, del Collegio regionale Guide alpine Lombardia, su Il Giorno dello scorso 27 luglio: «Tra le nazioni alpine forse solo in Italia è considerato quasi un disonore prendere una guida». Perché? Perché tanto c’è il web, ci sono gli amici che ti dicono che quel percorso è “super facile” e via dicendo. Non è la montagna a essere assassina, ma è l’uomo a essere ignorante. Un concetto, quest’ultimo, che può e deve essere superato. Nessuno demonizza il turismo montano, anzi. Ma vanno criticate – in maniera aspra – le situazioni paradossali che tutti noi viviamo sui sentieri. Non è un reato rivolgersi a degli esperti, nel caso si sia dei novizi. Non a caso, quando si impara a guidare un automobile, ci si rivolge alle scuole guida. Allo stesso modo, non c’è nulla di male nella rinuncia. Le montagne non si muovono, al massimo si sgretolano. E se non si sta bene, o non si è abbastanza preparati sotto il profilo fisico, non c’è alcun bisogno di tentare la fortuna, rischiando la propria vita e facendola rischiare ad altri, solo perché si vuole arrivare in vetta. Tutti questi sono concetti ben noti a chi frequenta rifugi e crode, cime e cengie, ma che ogni anno vanno ripetuti come un mantra, anche se li abbiamo già sentiti o letti centinaia di volte. Il tutto affinché prevalga il buon senso, non la solita – spesso mortale – improvvisazione.