Kandovan, nel cuore roccioso dell’Azerbaijan iraniano

Talvolta, viaggiando a vista capita di imbattersi in qualche gioiello poco o per nulla conosciuto. C’è chi scopre un villaggio rilassante dove spendere qualche giorno tra sole e amaca, in riva all’oceano o al lago. Una piroga che scivola senza fretta, accompagnata per giorni dalla corrente del fiume. Magari una città, ricca di musei, arte, architettura o divertimenti. L’importante è sorprendersi, provare quella sensazione per cui si capisce che ne è valsa la pena.

Per quanto mi riguarda, ho la fortuna di essermi sorpreso più volte in questi anni. Sia chiaro, non ho scoperto nessun tesoro scomparso, dimenticatevi il sacro graal, Atlantide o il giardino dell’Eden. Mi sono semplicemente goduto le cose semplici, inaspettate e puntualmente snobbate dalla maggior parte delle guide di viaggio in circolazione.

La Cappadocia iraniana

Uno di questi ‘gioielli’ si chiama Kandovan. È un isolato villaggio di montagna situato nel distretto rurale di Sahand, nella provincia dell’Azerbaijan Orientale, in Iran. Mi trovo da queste parti nella seconda metà dell’agosto 2015, assieme ad Enrico, compagno di scalate dolomitiche, per l’occasione trapiantato in Asia. Ci avviamo al termine di un lungo viaggio nel cuore di un Paese a dir poco straordinario. È l’epoca in cui Teheran ha negoziato e ottenuto l’accordo sul Nucleare, affrancandosi almeno in parte dalle accuse di essere l’epicentro del cosiddetto Asse del male.

Sentiamo parlare di Kandovan durante una breve sosta a Tabriz, la maggiore città dell’Iran settentrionale, punto di passaggio da e per il valico di Bazargan, sul confine con la Turchia. L’abitato di Kandovan misura quanto un quartiere di Shiraz o di Isfahan. Vi risiedono stabilmente poco più di 600 persone, dedite da secoli alla pastorizia e alla coltura dei pochi terreni dissodati lungo il corso del torrente a valle. Gente di poche pretese, per nulla abituata ai viaggiatori, eccezion fatta per i visitatori iraniani di passaggio in giornata, cui tutti, ma proprio tutti offrono miele, tessuti di lana e qualche articolo di artigianato senza troppe pretese, dando vita a una grottesca esposizione a cielo aperto. Molti di questi abitanti vivono ancora nelle karaan, le singolari abitazioni cui è dovuta la notorietà del luogo. Si tratta di ampie stanze adibite ad abitazioni o stalle, talvolta a più piani, ricavate scavando degli alti torrioni di roccia effusiva e tufacea, lavorati nei millenni dall’attività vulcanica, dal vento e dall’erosione delle piogge.

Tra le case di roccia del villaggio di Kandavan, Iran. Foto Emanuele Confortin

Malgrado le dimensioni piuttosto contenute dell’area geologica più caratteristica, Kandovan viene localmente soprannominato la Cappadocia dell’Iran. Un tentativo – in parte riuscito – di attirare l’attenzione del turismo, perlomeno di quello iraniano. Non si pensi tuttavia all’iper sfruttamento della Cappadocia turca, ma ad una frequentazione di viaggiatori limitata ad escursioni in giornata, giusto il tempo per un picnic e qualche selfie tra i coni rocciosi, per poi rientrare a Tabriz o a Teheran. Nella valle infatti, ad eccezione di un lussuoso hotel di recente costruzione, situato un chilometro a valle del villaggio, sono disponibili una manciata di alloggi tradizionali ricavati da vecchie case rupestri. Chi sceglie di soggiornare in queste stanze deve fare i conti con il razionamento dell’acqua, con vigorose salite lungo le scalinate di pietra che si inerpicano nel fitto delle torri, e con la mancanza di letti veri e propri, sostituiti da uno strato di coperte stese sul pavimento di pietra.

I momenti migliori per cogliere appieno la singolarità del luogo sono il mattino, non appena riprendono le attività, e il tramonto, quando il villaggio si svuota dai turisti e i campanili rocciosi si accendono di rosso prima di lasciare spazio alle ombre della sera. Inutile dirlo, il villaggio è davvero suggestivo. Trasmette quell’impressione di arcaico e selvatico che a me ed Enrico piace particolarmente. Sarà poi la vicinanza delle montagne, ci troviamo nel mezzo del reticolo di valli che portano verso gli altopiani che circondano il Kuh-e Sahand, la principale elevazione dell’Azerbaijan iraniano alta 3.707 metri, nonché vulcano dormiente.

Quella stanza nella roccia

Decidiamo quindi di pernottare tra i ‘sassi’. Non abbiamo ovviamente alcuna prenotazione, servizio per giunta inattuabile al villaggio, per di più non riusciamo a trovare nessuno in grado di darci le indicazioni essenziali in inglese.  Dopo una breve consultazione con Enrico ci dividiamo i compiti: lui rimane a valle a badare agli zaini e magari a cercare qualcuno che ci capisca, io mi infilo tra le scalinate alla ricerca di una stanza.

Case tradizionali. Foto Emanuele Confortin

In sintesi, dopo una buona mezzora riesco ad individuare il giovane proprietario di un alloggio situato all’estremità superiore dell’abitato. Non poteva andarci meglio. La stanza scavata in un tozzo torrione di roccia è piuttosto ampia, tutto sommato luminosa e soprattutto ben tenuta malgrado le nuvole di mosche che ronzano sopra le nostre teste, il ‘reflusso’ proveniente dalla turca, e la polvere depositata sui tappeti (lavati credo una volta all’anno) sui quali ci sdraieremo per la notte. Ma a noi piace così, selvaggio… in aggiunta, la posizione rialzata ci offre un’impagabile vista panoramica sul villaggio che si estende sotto di noi, e sul resto della valle.

Contratto brevemente il prezzo, quindi con una stretta di mano l’accordo è preso. Scendo rapido da Enrico, nel frattempo incastrato in una complessa discussione con un’anziana, costernata dal fatto che questo giovane riccioluto non capisca una parola di lingua azera. Caricati i nostri fardelli sulle spalle, infiliamo la scalinata principale che conduce alla stanza. Siamo a millecinquecento metri di quota ma fa molto caldo. Il peso dello zaino e la scalinata ripida mi danno filo da torcere, anche per colpa dei farmaci avuti a Yazd diversi giorni prima. «Mi andrebbe bene arrancare per mancanza di condizione fisica – mi sfogo con Enrico –, ma soffrire così per effetto della chimica proprio non mi va».

Pastorizia e agricoltura le attività principali. Foto Emanuele Confortin

Le promesse del turismo

Durante il giorno, circa la metà di Kandovan diventa quella che qui chiamano ‘fiera a cielo aperto’, trasformando ogni anfratto disponibile in un negozietto per vacanzieri iraniani. Disposti e ordinati sopra minuscoli banchi di legno sono offerti tappeti di lana tradizionali annodati a mano, borse di pelle di pecora, oggetti di pietra e soprattutto miele biologico locale, sia in barattolo che in favo. Sebbene di giorno in giorno il villaggio tenti di indossare l’abito migliore e di accogliere i turisti, il carattere di Kandovan rimane inalterato. Ecco che tra i banchetti di souvenir addossati alle rocce, si muovono indisturbati polli e galline, poi gatti alla ricerca di uno spicchio d’ombra, e qualche asino utilizzato per gli spostamenti verso i pascoli in quota. Sui terrazzamenti ricavati all’esterno delle grotte osserviamo anziane donne impegnate nella pulizia della lana appena tosata, cui seguirà la cardatura e tutte le lavorazioni del caso. Nelle stesse superfici libere ci sono albicocche e noci stese ad asciugare, saranno un nutrimento molto utile nei freddi mesi invernali, quando le tinte rosse e gialle della valle saranno incipriate da una spessa coltre nevosa.

Trascorriamo la prima parte della giornata tra i camini di pietra, ad osservare stupiti uno stile di vita decisamente arcaico e originale. Poi verso il tramonto attraversiamo la valle e risaliamo il versante opposto seguendo i sentieri dei contadini attraverso covoni di fieno, ruscelli e piante da frutto, fino a raggiungere un colle dominante e molto panoramico, dal quale si gode una vista magnifica sul villaggio in basso e sulla valle che prosegue innalzandosi verso sud. Per l’indomani scegliamo un trekking sui pascoli, in quota, cercando di capire dove finisce la valle di Kandovan. Individuiamo un possibile percorso sulla sommità di una successione di rilievi tondeggianti, che creano una linea apparentemente agibile.

I pascoli della valle di Kandavan. Foto Emanuele Confortin

Di buonora verso l’alto

Al nostro risveglio consumiamo una colazione a base di pane in ‘fogli’ (il tipico pane iraniano sottile, di solito ripiegato come una cartina geografica), miele in favo, yogurt, succo di frutta e noci. Alle otto siamo pronti a partire, mentre il villaggio illuminato dai primi raggi del sole inizia a prendere vita. Prendiamo il sentiero individuato il giorno precedente, che dalla parte più alta dell’abitato prosegue fino a raggiungere una strada sterrata di servizio. Il paesaggio è affascinante, la giornata offre un cielo blu limpido e tutto sommato non c’è nemmeno molto vento. In lontananza scorgiamo un paio di sciacalli che in breve scompaiono tra le rocce.

Dopo un chilometro sulla strada di servizio, prendiamo una traccia di pastori diretta sulla sommità della cresta che ci siamo prefissati di raggiungere e seguire. L’ambiente è molto diverso da quello cui siamo abituati nelle Alpi, in particolare in Dolomiti. Qui le montagne assomigliano ad enormi panettoni rotondeggianti, o se vogliamo ai carapaci di antiche tartarughe, che si susseguono gli uni dopo gli altri ricoperti di erba ormai seccata e da qualche arbusto. Estremamente rare le rocce, e ad eccezione di quelli visti a valle lungo il torrente, mancano completamente anche gli alberi. Non serve essere dei pastori per rendersi conto di quanto una conformazione territoriale simile offra condizioni ideali per il pascolo.

Il primo incontro

Mentre avanziamo sulla cresta, immaginando lo sviluppo esteso di questa miriade di rilievi, scorgiamo davanti a noi un primo gregge di pecore, con il pastore in testa impegnato nella conduzione. Attorno a lui si muovono come fossero un’entità unica duecento animali circa, dai cui zoccoli si sollevano fitte nuvole di polvere. Mentre ci avviciniamo, mi tornano in mente le parole di Reza, la nostra guida di Shiraz all’epoca della visita presso i nomadi Kouzari un migliaio di chilometri più a sud. «Lasciate andare avanti me che ho il bastone, dobbiamo fare attenzione ai cani», ci avvisava mentre sfioravamo un piccolo accampamento di nomadi fermi in mezzo agli alberi. Perbacco, qui oggi non abbiamo alcun bastone, e difficilmente saremo in grado di chiedere istruzioni al pastore nell’evenienza di un incontro con i suoi guardiani.

Verso i pascoli. Foto Emanuele Confortin

Non passano nemmeno tre minuti, e dalla parte terminale del gregge si levano una serie di guaiti riservati a quei due estranei che di buon mattino intralciano la strada al loro gregge, nel loro territorio di pascolo. Decidiamo di proseguire ugualmente, del resto il branco ci ha ormai superati e la nostra direzione di marcia punta proprio verso quell’abbaiare minaccioso. Ancora qualche metro e due cani si sollevano dai cespugli in cui erano accovacciati, dirigendosi di buon passo verso di noi. Continuano ad abbaiare, e più si avvicinano più sembrano infastiditi dalla nostra presenza. Lo so, il loro dovere è quello di diffidare sempre, e soprattutto portare a termine il compito affidatogli alla nascita: proteggere il gregge a costo della vita.

Il caso vuole che gli esemplari in arrivo siano due pastori dell’Asia Centrale, razza molto antica diffusa dall’Iran all’Armenia, dall’Azerbaigian al Tajikistan, fino in Turkmenistan, nonché uno dei miei cani preferiti assieme al pastore del Caucaso, al Kangal turco e al Ciarplanina dei Balcani. Conosco addirittura lo standard di questo cane e ancora meglio il suo carattere duro, privo di paura e abituato ad affrontare lupi e orsi. Parliamo di animali rustici, abituati ad un ambiente torrido in estate e gelido in inverno, capaci di sopravvivere nutrendosi in modo parco, spesso inghiottendo le placente degli anelli appena nati, restando anche per giorni da soli tra le montagne a difendere il gregge.

Un gioiello di roccia custodito nella valle. Foto Emanuele Confortin

Tanto basta a bloccarmi sulle gambe, in attesa del passaggio di questi due straordinari guardiani, al contempo affascinanti e temibili, ‘armati’ con il tipico collare a punte metalliche che dovrebbe difenderli dai morsi al collo negli scontri con i lupi, qui molto numerosi. Mentre ci superano, uno dei due si ferma ad una decina di metri per osservarci, annusa l’aria con un’espressione quasi umana di chi si chiede chi siano questi due, vestiti così, in questo luogo, e soprattutto perché non proseguano per la loro strada anziché stare fermi ad osservare il gregge? Fortuna vuole, tutto fila per il meglio, ma in quegli istanti difficili da descrivere non posso nascondere di avere avuto un certo timore. Sarà però solo l’inizio, con l’aumentare della quota cresceranno anche mole e numero dei guardiani …

Proseguiamo lungo la nostra strada, felici di avere ancora gambe e braccia al posto giusto, consapevoli che il peggio è passato. Ora, salvo lupi oppure orsi dovremmo cavarcela. Nulla di più sbagliato. Passano cinque minuti di orologio quando, superato un valico, scorgiamo poco più in basso davanti a noi un nuovo gregge, molto più numeroso del precedente. Se tanto mi dà tanto, anche i dispositivi di sicurezza (leggasi cani) devono essere proporzionati al volume del patrimonio cui badare. Aguzziamo un po’ gli sguardi, scorgendo poco più avanti, nel mezzo del nostro ipotetico sentiero, un altro branco di cani da pastore. Ne conto almeno sette, li pronti a svolgere il loro dovere. La logica e il buon senso (come sostenuto da Enrico) suggeriscono siano animali indifferenti agli estranei innocui, di sicuro non attaccano senza ragione e probabilmente sono in grado di discernere i nemici dagli amici. Io però non ho voglia di scoprire la loro soglia di tolleranza, quindi insisto per un’ingloriosa ma salutare deviazione verso valle, con il proposito di proseguire sulla sterrata che costeggia il torrente, evitando la cresta e i pascoli.

Sulla pista lungo il fiume

La marcia riprende sulla carrabile di fondovalle. Assieme a noi ci sono un paio di donne fasciate nei loro ampi abiti colorati. Avanzano nella nostra direzione in sella a due asini. La strada non è ripida ma in breve acquistiamo quota, superando l’altezza massima raggiunta poco prima, in cresta, al momento della ‘fuga’. La strada davanti a noi sembra ancora lunga e non avendo mappe o indicazioni di sorta, iniziamo a chiederci se più avanti, magari tra un paio di chilometri ci sia un altro villaggio o un qualche punto che possa definirsi la nostra meta?

Mentre indugiamo sui nostri passi, da Kandovan sopraggiunge un pick-up con il cassone vuoto al quale chiediamo un passaggio. Come spesso accaduto in Iran, la risposta del guidatore è immediata, quindi, accostato il furgoncino ci invita a salire sul cassone, raccomandandosi di tenerci ben stretti all’intelaiatura. Riprende così la risalita. Dall’alto del cassone possiamo goderci lo sviluppo della valle, splendida e sempre più alpina. Prendendo quota scorgiamo rivoli e piccoli affluenti che dai pendii circostanti scendono ad alimentare il torrente principale, quello che più a valle attraversa Kandovan. Qua e la notiamo vecchie costruzioni di pietra utilizzate come riparo e deposito dai pastori. Ieri come oggi nulla sembra cambiato, eccezion fatta per i rari pick-up e i trattori, subentrati almeno in parte ad asini e carretti.

Capolinea

Il tempo passa in fretta. Non so per quanti chilometri ci siamo addentrati verso l’alto, ma ad un certo punto, quando l’unica stradina si ramifica in due direzioni il nostro autista si ferma, invitandoci a scendere. La sua meta è poco lontana e sembra non ci sia concesso seguirlo. In breve ci troviamo nel mezzo di un magnifico catino erboso, ad una quota verosimilmente superiore ai 2400 metri, circondati da greggi di pecore a perdita d’occhio. Durante l’ultimo chilometro abbiamo superato un bel po’ di pascoli, passando attraverso mute di cani più massicci e numerosi, ma dall’alto del nostro cassone ci siamo goduti lo spettacolo. Il problema è che ora dobbiamo rientrare a Kandovan, e l’unica strada passa proprio attraverso quei territori presidiati dagli Asia Centrale.

Caucaso e Asia Centrale, guardiani irriducibili. Foto Emanuele Confortin

Si ripropone il cruccio del mattino: testiamo la soglia di rottura dei guardiani o cerchiamo una via sicura evitando il rischio di essere mutilati? Per quanto mi riguarda ho pochi dubbi – limitare i danni –, e credo di essere persuasivo, così Enrico mi segue fino ad un gruppetto di lavoratori. Sono dei pastori nomadi impegnati a montare il campo. Ci guardano increduli, neanche fossimo due extraterrestri. Del resto siamo al termine di una valle molto lunga, sfruttata solo da pastori, greggi e animali selvatici. Non rientra nemmeno nelle rotte dei trekking iraniani, pertanto dubito si siano visti molti stranieri da queste parti fino ad ora. Vorrei tanto fare due parole assieme a questi uomini, conoscere qualcosa del loro lavoro, della loro vita, ma non c’è nessuno a fare da interprete. Dobbiamo quindi cavarcela con il ‘nostro’ linguaggio dei segni, che a pensarci bene ci trasforma per qualche istante in esseri primordiali.

In jeep a tutti i costi

Ci serve la loro jeep, un passaggio per almeno un paio di chilometri verso valle, in modo da superare quell’ingorgo di pecore e guardiani, poi possiamo proseguire a piedi. Spiegare questo concetto a gesti è molto difficile, soprattutto a persone che con i cani da pastore sono abituate a vivere e lavorare, per questo non li concepiscono come minacce. Sanno come gestirli, come evitarli o calmarli in caso si avvicinino troppo eccitati. Io ed Enrico sappiamo solo che sono tanti, grossi, e probabilmente aggressivi, quindi insisto con la mia mimica fino a sfiorare il grottesco, ma alla fine sembra il più vecchio dei presenti abbia colto il senso di questo ominide del XXI secolo. L’unica persona a non avermi filato sin dall’inizio ha capito tutto, «questi due se la fanno sotto per i nostri cuccioli» avrà pensato, e una volta riportato il concetto ai presenti oltremodo divertiti, non senza insistere ancora un po’ riusciamo a spuntare il passaggio tanto agognato. Mentre ci apprestiamo a salire sull’auto, dalle tende vicine giungono una coppia di cani da pastore, si avvicinano sino ad un paio di metri. Sono degli animali magnifici, molto più grandi e ‘solidi’ dei due incontrati al mattino. Quello a pelo corto è di certo un pastore dell’Asia Centrale, un maschio sui 60 chilogrammi, mentre il secondo esemplare a pelo lungo assomiglia tantissimo al pastore del Caucaso, razza per giunta molto diffusa nella vicina Georgia, quindi non escludo di aver visto giusto. I loro sguardi severi parlano di una vita molto dura, priva delle coccole e carezze riservate ai nostri cani di casa; danno l’impressione di essere dei guerrieri impegnati in una battaglia ininterrotta, cui giorno dopo giorno si sono abituati.

Verso il villaggio. Foto Emanuele Confortin

Lasciamo queste remote terre di pascolo in una solida jeep. Dopo qualche risata e un bel po’ di scossoni, superato il peggio l’auto accosta vicino al torrente, in uno spiazzo a bordo carreggiata. È tempo di scendere ma prima lasciamo al guidatore un obolo per il disturbo, quindi riprendiamo la marcia verso Kandovan, parecchi chilometri più in basso. La giornata è splendida, il sole brilla e il cielo è di un blu inteso. Attorno a noi il silenzio dei prati è rotto dal soffio del vento o dallo scorrere dell’acqua. Raggiungiamo senza troppi intoppi la meta finale, felici della giornata trascorsa, consapevoli di aver sfiorato per qualche istante un mondo parallelo lontano anni luce dalla nostra Italia, da Tabriz e dalle logiche dei bazar persiani. Essere stati qui, aver vissuto per poche ore in questo scampolo di mondo non ha prezzo. È un’esperienza preziosa, che da sola basta a ridefinire le priorità e forse il senso stesso della vita.

By | 2017-08-30T19:29:05+00:00 30 agosto, 2017|

Rispondi