Si è spento il roveretano Armando Aste. Alpinista innovatore, ebbe il coraggio di seguire il suo Ideale

“Io ho sempre arrampicato per me stesso, non per gli altri. Era una mia esigenza e basta. Il mio era ancora un alpinismo ideale, pieno di poesia. E tanto mi basta” 

Il mondo dell’alpinismo piange la scomparsa di uno dei suoi interpreti più illustri. Armando Aste si è spento ieri a Rovereto, poco lontano dalla sua Isera dove era nato il 6 gennaio 1926, 91 anni fa. La carriera alpinistica di Aste è segnata da importanti aperture – da prime ripetizioni anche invernali e da solitarie – realizzate mettendo in gioco il suo profondo talento per l’arrampicata, unito alla capacità di tentare dove in pochi avevano immaginato si potesse riuscire, forse anche grazie alla sua proverbiale fede in Dio. Emblematica la via dell’Ideale su cima d’Ombretta in Marmolada, tracciata dal 24 al 29 luglio 1964 assieme al compagno Franco Solina. Fu questa la prima via di placca pura a solcare la Parete d’Argento, a sinistra della splendida linea che anni a venire prenderà il nome di Via attraverso il pesce. Si trattò di un’apertura di primo piano per l’epoca, in anticipo sui tempi e destinata a dare il via all’epopea dei grandi itinerari su placca della Regina delle Dolomiti. Nel suo sito web personale Aste descrive in modo eloquente quei giorni di luglio…

Armando Aste alla base della Roda di Vael

Con Franco Solina. Salendo al passo d’Ombretta dal rifugio Contrin nell’estate del 1954, avevamo visto di scorcio la convessa parete d’argento della Marmolada d’Ombretta, segnata da una lunga linea scura che indicava una via ideale. Dovetti aspettare dieci anni per sentirmi maturo per quell’impresa con Franco Solina. Intanto, la lunga riga che incide il centro della parete, era rimasta intoccabile. Perché quella si preannunciava un passo avanti alle salite dei mostri sacri di quel tempo. Lunedì 24 agosto 1964 siamo all’attacco della via dell’Ideale, un capolavoro che ha segnato il grande alpinismo moderno in Marmolada. Quando Franco Solina ed io aprimmo quella grande via, sui circa quattro chilometri di parete, da forcella Marmolada al Serauta, esistevano complessivamente sette itinerari. Oggi, fra vie, viette, fessure, placche e camini, siamo arrivati a centocinquanta itinerari. Che pena! La più grande parete di roccia delle alpi, la regina delle Dolomiti, declassata a palestra, magari la più grande palestra del mondo. Eppure sulle montagne della terra ci sono infinite possibilità per appagare l’ambizione ed ogni orgoglio più personale. Ma é destino, purtroppo, che l’uomo, ovunque egli passi, abbia a lasciare la traccia di un incanto svanito. Rotto per sempre. E’ questo il rimpianto che ci é rimasto dentro in seguito a quella salita, perché a questo mondo niente é perfetto. Ad ogni modo, la nostra creazione resta una pietra miliare nella storia dell’alpinismo dolomitico, sulla parete d’argento della Marmolada d’Ombretta. Malgrado le ripetizioni in tempi eccezionali, le invernali, le solitarie, la via dell’Ideale rimarrà l’opera d’arte di Aste e Solina. Di quella nostra salita, unica per bellezza, qualità della roccia, interesse storico per la celebrità della montagna e per il tempo magnifico che ha accompagnato la nostra ascensione, di quell’opera d’arte alpinistica, ricordo le spruzzate d’acqua polverizzate dal vento, che, viste controluce, sembravano polvere di stelle. Allora la via dell’Ideale l’avevo qualificata la più bella salita di roccia pura delle Alpi. Nella grotta del penultimo bivacco lasciammo, in una bottiglia vuota, un biglietto con queste parole: “Nel nome del Signore, 28 agosto 1964. Questa é la via dell’Ideale. Auguri ai ripetitori”.

Tra le altre realizzazioni di Armando Aste ci sono nuove vie sulle Ande, con la difficile salita della Torre sud del Paine, sempre in Patagonia, quindi Fitz Roy e altro ancora. Nel 1953 lascia una traccia importante in Brenta, dove apre una via sulla Est di cima Sud di Pratofiorito. L’anno successivo, con Fausto Susatti firma la prima salita della fessura di destra a Punta Civetta (Civetta), seguendo in parallelo la vicina via Andrich. Poi ancora il Gran Diedro sulla nord del Crozzon di Brenta, la via Canna d’Organo in Marmolada di Rocca, la direttissima nord della Punta Chiggiato al Focobon, ancora in Brenta la via Concordia su Cima d’Ambiez, lo Spallone del Campanile Basso e la via Oggioni lungo il selvaggio spigolo nordest dello Spiz d’Agner Nord.

Via Kennedy in inverno, Torre Venezia (Civetta)

Armando Aste è stato anche autore di importanti ripetizioni, a partire dalla prima italiana sulla parete nord dell’Eiger nel 1962, lungo la via Hekmair. “Di quella parete conoscevo tutto, le vittorie e le tragedie, cercando di capire perché. Accompagnati da Bruno Tamiello e da Giorgio Matassoni, due amici roveretani, passando da Brescia con la loro Seicento, imbarcammo Franco Solina e ci avviammo verso Grindelwald, la conca sottostante la grande Parete dell’Eiger. Facemmo una prima ispezione salendo con la cremagliera fino alla Kleine Scheidegg. Poi scendemmo ad un fienile vicino ad Alpiglen. Lì attendemmo, per cinque giorni, il tempo favorevole. Il proprietario di quel podere venne a farci visita per stipulare il suo dovuto compenso. Poi ci disse: “Italiani sull’Eiger. Morgen du kaputt”…

Ripete in solitaria la difficile via Couzy sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, quindi la via Brandler Hasse sulla parete Rossa della Roda di Vael in Catinaccio, quindi la Tissi-Andrich-Bortoli sulla Sud della Torre Venezia e la difficile via Rizzi Gross sul vertiginoso spigolo della Torre di Vallaccia nei Monzoni. E’ stato anche uno dei fautori del grande alpinismo invernale in Dolomiti con la ripetizione della via Carlesso-Sandri sulla parete sud della Torre Trieste (1957) assieme ad Angelo Miorandi… “Partimmo per la nostra impresa col treno da Rovereto a Trento, proseguendo per la Valsugana fino a Primolano. Da lì, in corriera, fino a Bribano. Poi ancora in treno fino a Belluno. Da Belluno, in pullman, fino ad Agordo. Poi a piedi fino a Listolade da Silvio, dove passammo la notte. Il giorno dopo, attraverso la Val Corpassa, ponemmo il primo bivacco ai piedi della Torre Trieste”.

Armando Aste va tuttavia ricordato anche per la sua profonda fede in Dio… “Se sono un credente lo sono a trecento sessanta gradi, cioè sempre. Anzi direi che mi scopro tale soprattutto proprio in montagna che suggerisce ancor più il bisogno di trascendenza che è insito nell’animo umano. Per sentirsi spuntare le ali. Io sono orgoglioso della mia Fede che considero l’unica vera ricchezza che possiedo”. C’è poi l’attaccamento alla famiglia e a quei valori imprescindibili per la sua idea di uomo e di alpinista.

Nel chiudere (a malincuore) questa finestra ad Armando Aste, dobbiamo infine ricordarlo per la sua intensa attività di scrittura: “Cuore di Roccia” (Manfrini Editore, gennaio 1988); “Pilastri del Cielo” (Nordpress, giugno 2000); “Alpinismo Epistolare – Testimonianze“ (Nuovi Sentieri Editore, Falcade (BL), 2011. pp. 211 con foto a colori e b.n.); “Commiato – Riflessioni conclusive di un alpinista dilettante in congedo”. (Nuovi Sentieri Editore, Falcade (BL) 2013. pp. 93 con foto b.n.); “Nella luce dei monti – Pensieri e sguardi d’insieme” (Nuovi Sentieri Editore, Falcade (BL) 2015. pp. 211 con foto a colori e b.n.); “Stagioni della mia vita” (Nuovi Sentieri Editore, Falcade (BL) 2016. pp. 150 con foto a colori e b.n.).

Una figura di enorme spessore dunque, innovatore e fonte di ispirazione per molti degli alpinisti cui oggi guardiamo quali interpreti dell’alpinismo ‘moderno’.

 

By | 2017-09-02T15:06:47+00:00 2 settembre, 2017|

Un commento

  1. Graziano Grazzini settembre 2, 2017 al 3:48 pm - Rispondi

    Io ho sempre arrampicato per me stesso, non per gli altri. In questa bellissima frase c’è tutta la grandezza di Armando Aste. Graziano Grazzini

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