L’eccitazione che sale, il contare i giorni alla rovescia, devo comprare il nastro, magnesio ne abbiamo. Ecco, mi sono presa tardi a risuolare le scarpe (tanto poi uso sempre le stesse), e se fa troppo caldo? Eh ma quest’anno è l’unico momento in cui posso andare, pantaloni lunghi e pantaloni corti, le canotte, la felpa, il piumino “cheinmontagnanonsisamai”  anche se vai in pianura e sulla sabbia, la tenda , i pad – uno grande che così vado sul sicuro, uno piccolo che se mi stufo di portare il grande- le pentole, le ciabatte, la roba per la doccia, la chiavetta con le canzoni che dodici ore sono tante, il thermos no che ad agosto lo lascio a casa, il pensiero di quel blocco che due anni fa non ho chiuso e che mi piacerebbe tanto risolvere, BOOM… Si parte.

Fontainbleau, foto Giulia Casarotto

C’è ancora una foresta incantata, su su, nell’Ile de France, è la foresta di Fontainebleau. Il viaggio scivola quasi come un lungo respiro, la notte, le soste, la musica, l’alba, la voglia di arrivare, i limiti di velocità svizzeri, la vegetazione che cambia. Arrivando in autostrada verso il centro-nord della Francia è piacevole osservare quella strana pianura fuori dal finestrino. Grande, estesa, il bestiame che pascola, i casolari così diversi da quelli che vediamo qui e il cielo che sembra vada… ”più in là”, con tutte le nuvolette bianche a dargli profondità. Ci siamo, siamo arrivati. Ho la sensazione di essere un automa con la testa imbottita di schiuma, ma so che una volta ricostruita la mia nicchia nel mondo potrò riposare e respirare ed assaporare un posto surreale.

Fontainbleau, foto Giulia Casarotto

Il ri-approccio a Bleau questa volta inizia di domenica.

Di domenica all’Elephant, che è un settore che prende il nome da un grande masso con una inconfondibile forma di elefante. Famiglie, turisti, bambini. L’Elephant è sufficientemente pieno di gente ma la sabbia chiara, le betulle e una sorta di erica viola in fiore rendono comunque l’aria magica.

Mi sento felice. Guardo i sassi, immagino che abbiano una memoria interna per tutte le mani che li hanno accarezzati, tutti i piedi che hanno provato a salirli, e poi… mi viene un pensiero improvviso: immagino di essere un sasso piccolino, in qualche settore della foresta, un sasso anonimo, non uno di quelli famosi, o ricercati, o ambiti. Immagino di essere un sasso che non se lo fila nessuno. Che non se lo scala nessuno. Sono quel sasso e guardo. Osservo. Annuso il profumo dei pini e alzo gli occhi quando mi cade addosso una piccola pigna dall’alto. Vedo passare tanta gente, tantissima, secolo dopo secolo dapprima, e decennio dopo decennio più vicini al presente e vedo qualcuno che cammina, qualcuno che si siede, che ride, o forse che si ferma e dorme, o mangia, o alza gli occhi al cielo quando cade una pigna. Vedo tanti arrampicare. Ne vedo di leggeri e di goffi. Di griffati e di straccioni. Ne vedo alcuni con grandi pad, e altri, che qui sono di casa, con tappetini di cocco o di moquette. Ne ho visti tanti che da Parigi arrivavano il fine settimana per allenarsi a salite alpinistiche, ne vedo tanti che vengono da tutto il mondo e si sono allenati a casa loro proprio per essere qui, a scalare sassi.

Fontainbleau, foto Giulia Casarotto

Esco dal sogno perché siamo arrivati, dopo aver scalato tre ore buone, su una placca, e alla mente mi giunge un ricordo: otto anni fa, proprio sotto a quella stessa placca. Allora non avevo saputo alzare entrambi i piedi da terra. Mi viene da sorridere, da ridere… le placche di Font. Famigerate.

Allora era andata così: io non trovavo strada nemmeno per partire (partenza in piedi, classicamente Bleau) e dopo svariati tentativi, avevo concluso che avrei osservato i miei compagni di viaggio decisamente più esperti e più forti di me. In difficoltà pure loro ad uscire dal blocco. (Ah!). A risolvere la situazione e a suggerire la méthode era allora arrivato un signore decisamente negli “anta” da diverse decadi, con tanto di bastoncino per aiutarsi a camminare, che aveva svelato, a metà via tra il beffardo e il sornione, il movimento risolutivo. Ora… trovo difficile capire esattamente un passaggio se qualcuno lo spiega, ma non posso provarlo mettendoci le mani, soprattutto se è “oltre” per me. A maggior ragione se sono passati anni. Conclusione: mi ricordassi ora il movimento!! Non sono uscita, ma almeno sono partita, evviva! Con quel gioco continuo di caricare i piedi nel modo giusto, con l’intensità giusta, misurando la paura di prendere una ginocchiata o una tibiata, di spingere con i palmi, di sentire con le dita… sono partita, ho fatto poco alla volta diversi movimenti. Non sono uscita… però mi accorgo che in fondo non è che proprio ci penso tanto, alla fine della giornata: mi sono gustata quel sasso più di altri che magari sono riuscita a salire, mi sono gustata le scornate prese per non sapermi muovere all’inizio, e l’intuire pian piano come sentirmi un pochino più fluida.

Fontainbleau, foto Giulia Casarotto

Il gioco è iniziato… ci aspettano giorni intensi, compagni di gioco vecchi e nuovi, settori mai visti prima e settori ritrovati. Ci aspetta l’arenaria di Font, la foresta di Font. Saranno svasi e piatti, e quelle bolle a pelle di tartaruga, saranno le forme di un bestiario vastissimo, e un terreno tutto di sabbia, aghi di pino, pignette. Il sottobosco fatto di felci o pungitopo, i tronchi bianchi delle betulle, lo smarrimento di non sapere da che blocco iniziare, l’eccitazione di capire che se ci provo ancora lo posso fare. Saranno i dolori ai muscoli prima che alla pelle, e i polpastrelli senza più impronta prima che rotti. Il momento serale del consultare le guide per capire cosa fare il giorno dopo, le corse al supermercato e le cene luculliane in campeggio. Saranno i paesini lungo il Loing, il pain au chocolat e i sogni dei movimenti sui blocchi durante la notte. Sarà tutto quello che ti fa desiderare così fortemente un ritorno, appena messa in moto la macchina verso casa.

En passant, quel blocco di due anni fa che avevo in mente prima di partire… l’ho chiuso… pura gioia.