Viaggio a Joshua Tree, l’infernale paradiso dei climber americani

Viaggio a Joshua Tree, l’infernale paradiso dei climber americani

Articolo pubblicato in origine su Il Manifesto In Movimento.

Per raggiungere il paradiso dell’arrampicata bisogna voltare le spalle a quello dei surfisti. Santa Monica e Malibu sono le due mecche dei cavalloni, ma bisogna dimenticarle se si vuol entrare nel parco giochi preferito dai climber di tutto il mondo, Joshua Tree. Un infernale paradiso di granito, alberi rinsecchiti dal vento costante e deserto. Tanto deserto. Per la precisione sono due: quello del Mojave e quello del Colorado. Ed è lì, dove la Faglia di Sant’Andrea incontra quella di San Jacinto e ancora oggi rumoreggiano a qualunque ora del giorno, che si è fatta la storia.

IL VIAGGIO VERSO L’INFERNO

Ci sono due modi per arrivare a Joshua Tree. Quello più semplice è atterrare a Palm Springs. Più conosciuta per la densità per abitante di piscine private e per le celebrità di Hollywood che dagli anni Cinquanta a oggi decidono di svernare lì, Palm Springs dista circa 35 miglia da Joshua Tree. Ma così sarebbe troppo facile. Meglio invece atterrare a Los Angeles, prendere una vettura capiente e rigorosamente all-wheel-drive e dirigersi verso Santa Monica. Dopo una giornata passata sul lungomare a osservare bodybuilder, famiglie con vettovaglie per l’equivalente della cena del Ringraziamento e ragazze che sfrecciano coi rollerblade, il climber medio si è già stufato. È l’ora di prendere la strada che porta nell’inferno di roccia, la Interstate 10. Sarà un viaggio lungo, ma appagante. L’Oceano Pacifico alle vostre spalle sarà presto un ricordo. Il panorama sarà impressionante. Sotto di voi, una lingua di asfalto solitaria, che corre in un deserto che ha più pale eoliche che abitazioni. E poi, dopo qualche ora di viaggio, eccolo lì, il segnale stradale che stavate cercando. Quello che vi porterà nel luogo dei sogni: la route 62, cioè la Twentynine Palms Highway. Morongo Valley, Yucca Valley e infine Joshua Tree.

Ad accogliervi troverete il Joshua Tree Saloon. Qualche turista di passaggio potrebbe pensare che si tratta di una ricostruzione fedele di un vecchio saloon del West, con elementi posticci e prezzi gonfiati. Provate a entrarci e sarete smentiti. Nonostante la popolarità, infatti, Joshua Tree è rimasta quello che era: una cittadina dimenticata da tutti. Ma non dai climber. Vuoi per il clima ostile, freddissimo di notte e torrido di giorno, o vuoi per l’assenza di strutture turistiche adeguate rispetto al resto della California, Joshua Tree attira solo due generi di turisti. Da un lato chi vuole arrampicare. Dall’altro chi ha sentito lontanamente parlare del Joshua Tree National Park, istituito nel 1994, e vuole visitare quelle strane formazioni rocciose che prendono il nome di Giant Marbles, Old Woman Rock, Warren Peak, North Horror Rock, Trashcan Rock. Strane, ma affascinanti e quasi mistiche. Enormi blocchi incastrati su un deserto di montagna, dato che stiamo parlando di oltre 1.000 metri d’altitudine.

COSA RAPPRESENTA JT

La vera domanda che uno si pone di fronte a quelle bizzarre creazioni di adamellite (sì, la stessa roccia che si trova sull’Adamello, composta da quarzo, plagioclasio e feldspati) modellate dal vento è: perché una persona sana di mente dovrebbe scalare in questo posto così aspro e difficile, con fessure spaccadita e ultratecniche? La risposta non è così immediata. È vero, il meteo è sempre stabile e la roccia subisce poche trasformazioni a parte quelle dovute all’erosione eolica, ma c’è di più. È quel fascino occulto che riassume bene Mark Bowling, che dal 1988 gestisce la Joshua Tree Rock Climbing School insieme a quel mito vivente dell’arrampicata chiamato Jim Bridwell. «Quando ci fu la prima ondata di passione per la roccia a Yosemite, e stiamo parlando di Royal Robbins che svolazza su El Capitan mentre rivaleggia con Warren Harding, serviva un luogo dove allenarsi quando arrivava la neve sull’Half Dome», ci spiega Bowling. «Qualcosa di simile, quindi, ma al caldo. E girando e girando, qualcuno trovò Joshua Tree, che ha roccia ottima e delle condizioni meteorologiche stabili per tutto l’anno, essendo su un altipiano desertico. In fretta, si creò una piccola comunità a Hidden Valley Campground». Natura, roccia, estremo. «Era divertente, era fuorilegge ed era solitario. Nessuno avrebbe mai cercato dei giovani “folli” che volevano arrampicare nel deserto. Anche se ammetto che nei primi anni era un po’ come giocare a guardie e ladri con le autorità. Ma col tempo hanno imparato a rispettare la comunità dei climber», spiega Bowling.

Sì, perché la legge è la legge e spesso le forze dell’ordine non concepivano l’esistenza da outlaw di quei ragazzi che di giorno arrampicavano e di notte campeggiavano nel deserto. Più o meno le stesse scene che Bridwell aveva già vissuto a Yosemite, dove i ranger davano la caccia, letteralmente, a chi soggiornava nel Camp 4 che ha fatto la storia della vallata di El Cap e Half Dome.

CHI ARRAMPICA A J-TEE

Lontano dalle folle di turisti – oltre 1.5 milioni solo nel 2015 – che arrivano con torpedoni ogni anno più grandi, basta prendere uno delle centinaia di sentieri segnati sulle mappe per trovare una formazione rocciosa degna di essere scalata, rigorosamente in modalità trad. Gli spit sono pochi, bisogna in genere proteggersi molto bene e solo i numerosi strapiombi presenti un po’ ovunque permettono di evitare un doloroso faccia a faccia con l’adamellite. Con oltre 400 spot e circa 8,000 via aperte, Joshua Tree è adatto a chiunque, dai novizi a chi non scende sotto il 5.12c della scala Yosemite nemmeno per riscaldarsi.

I problemi di J-Tee sono però altri. Il primo, più facile da intuire, è la disidratazione. Gli unici alberi che riescono a crescere sono, appunto, i Joshua Tree. La Yucca brevifolia ha bisogno di pochissima acqua per vivere e le sue radici possono essere lunghe anche oltre dieci metri. Il vento secco e il sole sono due nemici per i climber. Meglio quindi arrampicare la mattina presto, e la sera al crepuscolo. Le zone in ombra sono poche e sono tutte con gradi superiori al 5.10c, più o meno un 6b+ sulla scala francese. Le sorgenti sono quasi del tutto assenti e per un’intera giornata di roccia servono almeno 5 litri di acqua a testa. «Noi abbiamo due taniche da 10 galloni (circa 38 litri) che riforniamo ogni tre giorni e che ci servono per tutto, doccia e cibo compresi», spiega Andrew, che con la sua fidanzata Christine si è fatto da Vancouver fino a Los Angeles in un furgone GMC degli anni Ottanta che ora è diventato un perfetto studio su quattro ruote, dotato di doccia esterna e un queen bed. «È vero, il consumo di acqua è velocissimo, ma razionalizzando si può fare molto con poco. E poi, inutile dire che fa parte dell’avventura».

E qui scatta il secondo problema: la fauna. Non è difficile incontrare leoni di montagna e, soprattutto, serpenti a sonagli. «L’anno scorso, era aprile, ne abbiamo trovato uno in una fessura. È stato spaventoso, ma ci è andata bene», racconta Susan, che con la fidanzata Megan ha un sogno. «Fare il Muir Wall su El Cap. Il prossimo anno saremo pronte, veniamo tutti i giorni qui da Coachella per allenarci, serpenti permettendo».

La verità è proprio questa. Joshua Tree è la più grande palestra di roccia all’aperto d’America. Ed è il naturale complemento di Yosemite, la vera Scala dell’arrampicata statunitense.

By | 2017-09-29T18:32:56+00:00 29 settembre, 2017|

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