Lo conosciamo tutti. Le immagini delle sue imprese hanno fatto il giro del mondo, raggiungendo in alcuni casi i canali mainstream della comunicazione, quindi oltre le colonne d’Ercole del giornalismo di settore. Merito di un approccio innovativo all’alpinismo e all’arrampicata, segnato da grandi performance sportive e al contempo da formidabili imprese alpinistiche. Difficoltà estreme, scalata veloce, free solo, aperture di vie in solitaria invernale, spedizioni extraeuropee… sono gli elementi che hanno caratterizzato la ricchissima esperienza alpinistica del nostro ospite di oggi, Alexander Huber.

Si, proprio lui, quello che assieme al fratello Thomas ha fatto le corse su El Capitan in Yosemite, quello che abbiamo sbirciato – a volte con la mano davanti agli occhi per non vedere – mentre tranquillo e pacifico ripeteva in free solo la direttissima Hasse-Brandler sulla nord di Cima Grande, in Lavaredo. Ma questi sono solo alcuni degli exploit firmati dal fuoriclasse di Monaco, che dopo una buona rincorsa siamo riusciti a intervistare.

Prima di passare a domande e risposte però, attingiamo una breve introduzione dal sito Huberbuam, che Alex condivide con il fratello. A dire il vero, più che un sito sembra una porta sulla storia dell’alpinismo, per questo vale la pena perderci un po’ di tempo.

Alexander Huber, guida alpina, ha deciso di lasciare la carriera scientifica nel 1998 per seguire la strada incerta della montagna. Qualsiasi forma di alpinismo e arrampicata su roccia, ovunque nel mondo, questa è la sua passione e assieme al fratello Thomas formano una delle più produttive cordate dei nostri tempi.

Classe 1968, Alexander è nato a Trostberg in Baviera. È il secondo dei tre figli di Thomas e Maria Huber. Avviato sin da bambino alla frequentazione della montagna, di fatto ha ereditato il fuoco sacro per l’alpinismo dal padre, conosciuto tra le altre cose per diverse salite in velocità di vie classiche come la Nord dei Droites.

Assieme al padre, i fratelli Huber hanno frequentato molto le Alpi Occidentali, salendo circa 30 quattromila. A partire dai 15 anni Alexander e Thomas hanno iniziato a scalare assieme, ponendo le basi della cordata oggi nota come Huberbuam.

Alexander deve la sua fama iniziale all’arrampicata sportiva. È suo il primo 9a+ della storia, con la salita di Weisse Rose and Open Air. In seguito salirà per la prima volta in libera (red-point) la leggendaria Salathé su El Capitan in Yosemite Valley. Sempre in Yosemite libera con il fratello, dopo tre giorni di scalata, la via Zodiac di Chris Porter, cui aggiunge altre cinque prime salite in libera su El Capitan, divenendo di fatto uno dei maestri assoluti delle big-wall.

Speed climbing sul Nose. Foto archivio Huberbaum

Nel 1997 guida una spedizione in Karakorum dove con il suo team sale per la prima volta la parete Ovest del Latok II (7.108m). Si tratta con ogni probabilità della prima apertura in altissima quota usando lo stile big-wall. Un anno dopo è in vetta al Cho Oyu, la sesta montagna più alta della terra. Tra le altre spedizioni alpinistiche internazionali ci sono il Fitz Roy e il Cerro Torre, quindi con Thomas nel 2008 scala lo Hlvetanna, considerato la più difficile salita dell’Antartide, cui segue l’apertura della via più difficile nella regione polare, con un tracciato sulla parete Ovest del Holtanna.

Tra gli altri successi della loro carriera ci sono la prima salita in libera di Eterna Flame sulla Nameless Tower (6.251m), Torri di Trango, Karakorum, via aperta dal team composto da Kurt Albert, Wolfgang Güllich, Christof Stiegler e Milan Sykora. 600 metri a quota considerevole, con difficoltà massima di 7c+.

L’inverno 2000 lo trascorre vicino a casa, all’ombra della Cima Ovest di Lavaredo. Da solo apre la via Bellavista, che con difficoltà elevatissime in libera e artificiale supera gli enormi strapiombi della parte Nord. Via liberata un anno dopo e gradata 8c, destinata a rimanere una delle più difficili salite alpine al mondo. Alexander continua la sua ricerca sui ‘gialli’ di Cima Ovest e nel 2007 arriva Panaroma, altro 8c, mentre nel 2012 apre Nirwana, 8c+ sulla Sonnwendwand del Loferer Alm in Austria.

La vicenda alpinistica di Alexander diventa storia proprio in Tre Cime, dove sale slegato e in esposizione totale la Direttissima Hasse-Brandler sugli strapiombi della parte Nord di Cima Grande, exploit che segna un nuovo punto di arrivo nell’arrampicata in free solo. Ma è questione di tempo e torna senza corda Kommunist in Austria, rimasto a lungo il primo 8b+ ripetuto con questo stile.

Venendo a noi. La nostra intervista ad Alex inizia dalla sua ultima impresa invernale, l’apertura di una nuova super via sulla parete Nord del Cervino, assieme a Dani Arnold and Thomas Senf. La linea chiamata Schweizernase è stata aperta tra il 15 e il 16 marzo, con partenza in commune dalla Gogna-Cerruti per poi proseguire direttamente tra gli strapiombi, con difficoltà stimate di VII+ e A4.

Alexander in free-solo sulla Direttissima alla Cima Grande di Lavaredo. Foto archivio Huberbaum

Quando hai iniziato a pensare a una nuova via sulla leggendaria parte Nord del Cervino?

Circa 15 anni fa sono stato alla base della Nord per la prima volta. Ero solo, in inverno. Troppa neve e condizioni pessime mi hanno fatto desistere. Quest’anno sono andato a parlare di questa idea con Dani Arnold, anche lui aveva intenzione di aprire una nuova via su questa sezione strapiombante della Nord. Una vera coincidenza.

Hai avuto modo di dare un’occhiata agli strapiombi con i tiri chiavi in anticipo, o siete passati al primo tentativo?

Dani ha scalato la prima metà della via Gogna un paio di anni fa assieme a suo fratello, quindi aveva già visto lo strapiombo principale.

Ritieni sia possibile scalarli in libera?

Mai dire mai, perché ciò che non sembrava possibile viene sempre risolto in alpinismo e sicuramente andremo a dare un’occhiata più da vicino l’anno prossimo. Ovviamente con temperature migliori.

Una nuova via sul Cervino conferma l’idea che mi sono fatto di te: è ancora possibile trovare nuove sfide anche sulle pareti alpine, anche se piene di linee, concordi? C’è ancora spazio per progredire nell’alpinismo, nelle Alpi?

Si, c’è ancora spazio per progredire. Serve solo la giusta creatività e vision per trovare le sfide del futuro.

La tua via di marzo è un esempio, ma vorrei anche citare le Tre Cime. Come fai a trovare queste nuove idee? Fortuna?

Di sicuro non è una questione di fortuna. Ma se conosci la storia dell’alpinismo e se sei disposto a oltrepassare il confine tra il noto e l’ignoto, allora è possibile, l’orizzonte è pieno di nuove sfide.

Dando una scorsa alla tua esperienza passata, una delle più impressionanti è a parer mio la via Bellavista sugli strapiombi di Cima Ovest. Solo, in inverno, roccia friabile, uso limitatissimo di spit su difficoltà tecniche e mentali molto alte. Riesci a dirmi come hai concepito una cosa del genere?

In arrampicata sportive ho salito il 9a+, ho salito in libera El Capitan, abbiamo aperto big-wall a 7000 metri sul Latok II e sono stato su un 8000. Tutto questo assieme mi ha dato la sicurezza necessaria per tentare qualcosa di nuovo. Non ero certo fosse possibile, ma è stata proprio questa insicurezza a la linea guida del progetto.

Ritieni sia una pietra miliare nell’evoluzione dell’alpinismo?

Non giudico le mie salite.

Restando alle Tre Cime, dopo l’inverno 2000, con Bellavista e la sua prima libera nel 2001, sei riuscito a trovare un altro progetto, la free-solo della Direttissima Hasse-Brandler, sulla Nord della Grande. Una linea esposta, 550 metri strapiombanti con 20 tiri di difficoltà massima fino al 7a+. Come mai hai osato tanto?

Volevo capire dove si poteva arrivare in free-solo. Il rischio è sempre incluso nell’arrampicata, non importa cosa stiamo facendo. Seracchi, valanghe, cadute di roccia, errori fatali… dobbiamo sempre ricordare che l’arrampicata è potenzialmente letale. Nel free-solo questo è solamente ovvio, molto ovvio pertanto scioccante per molta gente. Ma io non sono uno sconsiderato, prima di provare la Direttissima mi ero addentrato nel profondo delle mie capacità di scalata e della mia forza mentale. Tuttavia era qualcosa di assolutamente nuovo, nessuno prima aveva salito slegato un via così lunga, difficile e complessa. È stato davvero un nuovo arrivo, come scalare nell’ignoto.

Il free-soloing può essere considerato la quintessenza dell’alpinismo?

Credo sia un pò esagerato. Non è la quintessenza ma il modo più puro di confrontare se stessi con una parete.

Arrampicatori in free-solo come te, Alex Honnold, Hansjörg Auer, Patrick Edlinger, Alain Robert e molti altri, durante la scalata danno l’impressione di avere il controllo completo dell’azione. Certo, capisco che deve essere così altrimenti si finirebbe per cadere, ma la questione è come si riesce a creare una condizione fisica e mentale del genere?

Bisogna praticare, solo così si riesce ad essere a proprio agio con situazioni nelle quali un solo errore sarebbe fatale.

In molti pensano che chi scala slegato non sia altro che pazzo, ma nessuno si sveglia al mattino e decide di ingaggiarsi su una via slegato… Come dici tu c’è una preparazione di fondo, ma cos’è a prevalere? Mente o corpo?

È quasi tutto un gioco di testa, certamente legato alla conoscenza dei propri limiti. Altrimenti non si sopravvive a lungo.

Ancora qualche domanda. La rinuncia figura tra gli attrezzi più utili nell’alpinismo. Qual è l’importanza di capire in anticipo il momento di rinunciare?

Si tratta di una parte fondamentale della strategia di sopravvivenza.

Dando una scorsa agli ultimi 5 anni, puoi citarmi una nuova via o un exploit che ti ha impressionato?

A parer mio la free-solo di Freerider fatta da Honnold è la salita più impressionante.

Se tu fossi un insegnante, quale consiglio daresti a chi aspira a diventare un alpinista di professione?

Segue la tua passione!