La ricerca della wilderness di Arrampicande

La ricerca della wilderness di Arrampicande

Fin dal principio, il progetto Arrampicande ci aveva affascinato. Avevamo scritto dell’idea di Silvia Parente e Kevin Ferrari, due alpinisti che volevano far vedere al mondo che la disabilità non è un problema senza soluzioni. Nato dalla mente di Pietro Rago, Arrampicande ha portato Silvia e Kevin nella Quebrada Rurec, ovvero in Cordillera Blanca, Peru, dal 1 al 20 agosto, e più precisamente dal 4 al 18 in valle. Lì ha agito il team composto da Rago, Silvia, Kevin, Raffaele “Fischer” Agazzi, Carolina Busseni, Riccardo Colosio, Sandro De Toni, Lorenzo Migliari, Luca Ranghiero, Elena Robusti, Luca “Sox” Sossi e Ralf Steinhilber, più Mirko Sotgiu e Giovanni Foti del film team. E abbiamo raggiunto Silvia e Kevin per farci raccontare la loro spedizione, che prossimamente diventerà un film.

Silvia, Kevin, avete completato Arrampicande, e nonostante qualche difficoltà ambientale, c’è stata la chiusura de La Fiamma Bianca (VII e A1, 370 m – Avancorpo Est dello Shaqsha). Potete dirci qualche dettaglio in più su questa via?

(Silvia) In realtà non l’abbiamo chiusa, i tiri erano molto lunghi e su un tipo di roccia che, almeno per quello che mi riguarda, non ero abituata ad arrampicare. La via era molto bella, i nostri compagni hanno fatto un ottimo lavoro nella scelta della parete e del percorso. L’avvicinamento è stato duro, anche perché la quota si è fatta sentire. Il granito spettacolare, liscissimo e io a volte mi sono trovata a non sapere dove mettere mani e piedi per riuscire a tirarmi su. La soddisfazione però alla fine è stata veramente grande, lassù c’era solo il rumore del vento e qualche uccellino, si vedeva la neve e il paesaggio mi hanno detto che era spettacolare.

(Kevin) Io non ho fatto questa via poiché con gli altri del gruppo abbiamo deciso che l’avvicinamento per me poteva diventare molto lungo e difficile e potevo rischiare di arrivare alla base della via già stanco o ancor peggio essermi fatto male. Quindi abbiamo deciso di ripiegare su qualcosa che avesse un avvicinamento un pochino più fattibile e che fosse comunque allo stesso tempo divertente e con qualche difficoltà.

Il team della spedizione (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Il team della spedizione (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Silvia, per te qual è stato il momento più difficile della spedizione, quello in cui hai sentito che sarebbe stato meglio tornare a casa?

(Silvia) In realtà non ho mai avuto voglia di mollare e di tornare a casa. L’unico momento un po’ difficile è stato quando ho preso un virus per via dell’acqua e mi è venuta la febbre alta. Ma con due giorni di riposo è tornato tutto perfettamente sotto controllo.

E per te, Kevin?

(Kevin) Forse per me il momento più difficile è stata la sera in cui oltre che avere mal di testa, febbre, male alla protesi, mi stavo accorgendo che in Italia la mia ragazza mi stava dimenticando e che appena tornato mi avrebbe quasi di sicuro lasciato. Ecco, questo per me è stato veramente il momento più duro che io ricordi della spedizione perché mi sentivo in balia degli eventi e sentivo che io non potevo fare niente per modificare nemmeno una delle cose che mi stavano facendo male. Questo senso di impotenza qua in Italia l’avevo provato molto più raramente perché in genere sento che se mi si presenta un problema in qualche modo trovo sempre una soluzione per risolvere le cose che non vanno.

Quanto ha contato per voi la determinazione? Spesso capita a tutti di essere poco motivati, specie negli allenamenti per un progetto molto in là con il tempo.

(Kevin) Per me ha contato veramente molto, io a questa spedizione ci tenevo veramente tanto ed ero veramente determinato a fare bene, infatti durante l’anno precedente alla spedizione mi ero allenato molto duramente. Ovviamente ci sono stati dei momenti in cui la motivazione era bassa e in cui la voglia di mollare tutto era veramente molto alta, anche perché nel periodo antecedente alla partenza mi era venuta una brutta infezione alla gamba, la quale mi aveva destato non poche preoccupazioni.

(Silvia) Io ho la testa da agonista, per anni ho fatto gare, prima di sci, con 4 Paralimpiadi e poi di arrampicata, per cui a me avere un obiettivo, anche se in là nel tempo, mi carica e motiva molto. Mi sono allenata tanto e per molti mesi in vista di questa spedizione.

In scalata (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

In scalata (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

A proposito di allenamento, ci potete raccontare il vostro programma specifico?

(Silvia) Andavo in palestra 4 volte alla settimana, due giorni arrampicavo, uno facevo lavoro aerobico e uno un po’ di attrezzi. Poi durante il weekend cercavo di andare in montagna, o per arrampicare all’aperto o a camminare.

(Kevin) Di mio io sarei un nuotatore e quindi in genere mi alleno tutti i giorni in piscina e capita, anche abbastanza spesso, che aggiunga un secondo allenamento in giornata, infatti cerco di andare circa 3 volte a settimana a scalare (se possibile su roccia e non su plastica) e altre due volte a settimana cerco di andare in bici da corsa.

E dal punto di vista mentale? Come è stata la vostra preparazione?

(Kevin) Apprezzo molto i corsi di formazione di Roberto Re che ho più volte frequentato, poi in genere cerco di nutrirmi di storie di successo di persone che ce l’hanno fatta a superare le avversità, attraverso la lettura di libri, la visione di video o di film o il racconto diretto. E poi sono molto convinto che allenarsi costantemente aiuti la motivazione a restare sempre alta e a saper gestire un po’ meglio i momenti di difficoltà. Anche se ammetto che durante la spedizione ho fatto molta fatica a gestire bene la componente mentale, anche per quanto riguarda ciò che ho dichiarato sopra.

(Silvia) Ero abbastanza preoccupata perché una spedizione così ad alta quota non l’avevo mai fatta. Per me era tutto nuovo, per cui ci ho messo un sacco di energie anche mentali per non rischiare di trovarmi impreparata anche di testa. Ho chiesto molto in giro e ai ragazzi che sarebbero venuti con noi, per avere consigli e spiegazioni su quello che mi sarei trovata ad affrontare.

Pareti (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Pareti (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Abbiamo letto dei problemi legati alle fessure, quindi… è stato l’unico imprevisto o ne avete trovati altri?

(Silvia) Io in realtà ho sempre arrampicato su placca, le fessure le hanno provate gli altri ragazzi e hanno detto che erano molto sporche per cui non mi ci sono cimentata.

(Kevin) Sì, ci sono stati altri imprevisti, ma diciamo che dal punto di vista arrampicatorio sono stati tutti imprevisti risolvibili.

Tema spinoso per ogni alpinista. Quanto conta la rinuncia per voi? Quanto è importante saper rinunciare?

(Kevin) Non so dirlo con precisione, sento che nel campo sportivo, se una situazione la giudico troppo pericolosa oppure potenzialmente tale, preferisco rinunciare e ritentare una volta che mi sento più al sicuro e più capace di superare tale ostacolo. Nel campo personale mi capita, invece, di non rinunciare facilmente, anche in situazioni in cui sarebbe meglio farlo a causa della pericolosità della tal situazione.

(Silvia) Io con gli anni di gare ho imparato anche a saper perdere, per cui so che ogni tanto la rinuncia è necessaria, a volte ne va anche della vita e non solo dell’orgoglio ferito. Però sono tornata dal Peru molto soddisfatta di quello che ho e abbiamo fatto tutti insieme.

Domanda che poniamo spesso ai nostri intervistati: a cosa pensavate mentre eravate in parete?

(Silvia) Io mi concentro molto su quello che sto facendo e sulle indicazioni che mi danno quelli che sono con me per riuscire magari ad aggirare qualche punto più ostico. Poi durante le soste mi rilasso e ascolto quello che c’è intorno e cerco di capire come sarà il prossimo tiro.

(Kevin) In realtà io mentre sono in parete penso molto a quello che sto facendo e se poi sento di aver fatto un bel movimento mi faccio i complimenti ad alta voce da solo. Comunque in genere l’unica cosa a cui penso è cercare di fare i movimenti nel migliore modo e cercare sempre di trovare un modo per migliorarmi. Inoltre cerco sempre di guardare chi è più tempo di me che scala e, nel limite del possibile, mi piace cercare di prendere spunto per migliorare la tecnica.

Wilderness (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Wilderness (foto Mirko Sotgiu, Opencircle)

Il momento che vi porterete per sempre nel cuore di questa spedizione?

(Kevin) La sera in cui stavo male, è stato un po’ il momento in cui ho toccato il fondo e da cui poi ho cominciato a scalare verso l’uscita del buco.

(Silvia) Ce ne sono molti, le colazioni e le cene nel tendone mensa, tutti insieme e molto vicini per scaldarci, abbiamo fatto molto gruppo. Le vie che ho fatto con Ralf e con Sox, i miei due alpinisti di fiducia in Peru, le passeggiate per questa vallata immensa dove gli unici esseri umani che incontravi erano le mucche e ogni tanto qualche cavallo solo al galoppo e molti piccoli gesti  che nel campo erano diventati ormai piccole abitudini, come la doccia fredda al fiume.

Prossimi progetti? Non possiamo credere che starete a riposo per troppo tempo. Anche noi sappiamo bene quanto sia forte il richiamo della montagna…

(Silvia) Si sta già parlando di pianificare la spedizione dell’anno prossimo, vedremo, intanto io sono impegnata con la mia fondazione e sto già preparando i corsi di sci e il nuovo corso di guide speleologiche per persone con disabilità che farò con una delle persone che ho conosciuto grazie a questa spedizione.

(Kevin) Non saprei ancora dire in realtà, ho qualche idea, ma per ora sono ancora idee e quindi.. top secret.

Ultimissima domanda. Cosa sono per voi l’alpinismo e l’arrampicata?

(Kevin) Per me sono un modo di andare oltre se stessi e di vincere le proprie paure e dimostrarsi, che anche ciò che alla maggior parte delle persone sembra impossibile – cioè scalare una parete apparentemente priva di appigli – può diventare possibile con le forza che tutti noi possiamo tirare fuori!

(Silvia) Per me lo sport all’aria aperta è sempre stato una terapia di vita. Adoro la montagna e, anche se ho scoperto relativamente tardi l’arrampicata, me ne sono innamorata e ora non posso più farne a meno.

By | 2017-10-06T18:48:10+00:00 6 ottobre, 2017|

2 Commenti

  1. […] degli scalatori disabili, che proprio sulle pagine di Alpinismi hanno trovato più volte spazio, come nel caso di ArrampicAnde. Ecco perché dunque si sente l’esigenza di parlarne in modo più approfondito. Perché la […]

  2. […] degli scalatori disabili, che proprio sulle pagine di Alpinismi hanno trovato più volte spazio, come nel caso di ArrampicAnde. Ecco perché dunque si sente l’esigenza di parlarne in modo più approfondito. Perché la […]

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