È difficile comprendere a pieno le sensazioni che ti passano nella testa quando ti rendi conto che i tuoi compagni di cordata il giorno dopo non ci saranno più. La perdita spesso può essere vissuta in modo negativo, e la ricerca di un nuovo partner può essere lunga. Ma quello che avete passato insieme è incancellabile. Perché no, a essere per sempre non c’è solo un diamante, ma anche il legame fra i componenti di una cordata.

Una delle cose più complicate nell’arrampicata, così come nell’alpinismo, non è quella che si può immaginare di primo acchito. Non è l’allenamento. Certo, per migliorare la propria prestazione c’è bisogno di dedizione, costanza, determinazione, sacrificio e tanta buona volontà. Ma questi sono aspetti su cui chiunque può lavorare. Ciò che è davvero problematico è trovare un compagno di cordata. Noi non ci pensiamo, ma ogni giorno affidiamo la nostra vita a qualcuno senza nemmeno conoscerlo. Ogni volta che prendiamo la metro, ogni volta che saliamo su un taxi, ogni volta che ci imbarchiamo su un aereo. Ma anche ogni volta che prendiamo imbrago, scarpette e corda. Il compagno di cordata non è solo un amico. È il tuo angelo custode mentre arrampichi. È lui che tiro dopo tiro ti dà una mano, mentale e fisica, se quella giornata proprio non riesci a focalizzarti sulla scalata. È lui che ti dice dove stai sbagliando, e cosa puoi fare per migliorarti. È lui che ti consiglia, e ti chiede consigli. Il problema è che è quasi impossibile trovarne uno che duri per sempre.

Per spiegare meglio cosa significa, possono bastare le parole di Walter Bonatti. «(…) a farmi abbandonare la professione di guida alpina v’era dell’altro: con quel mestiere sentivo di deformare e di volgarizzare il mio ideale di coerenza. Non potevo accettare chiunque al capo della mia corda, e neppure mi riusciva di scambiare in denaro un legame che per me trova senso soltanto nell’amicizia con il compagno di cordata», diceva il fortissimo. Ed è vero. Non puoi legarti con il primo che passa, anche se spesso le guide devono farlo per vivere. Ma noi alpinisti da weekend, o meglio dilettanti nel senso che scaliamo per puro diletto, non possiamo permetterci di mettere la nostra vita nella mani di chiunque. È un legame strettissimo che deve scorrere fra noi e il nostro compagno di cordata, un legame che potenzialmente dura per sempre. Una relazione intima e spesso senza parole, ma che ti può salvare la vita in molte occasioni.

Quando ci siamo trasferiti a Washington, una delle prime cose che ho messo in valigia fu la mia attrezzatura alpinistica, ancora prima che giacca, cravatta e camicie. Avevo già visto che c’erano un paio di palestre indoor e un discreto numero di falesie nelle vicinanze, fra Virginia, West Virginia e Kentucky, che ho scoperto in ritardo non essere solo la patria della musica country e del pollo fritto, ma anche di quello spettacolo che è Red River Gorge. Però, ero scettico e timoroso. Perché uno dei miei maestri nell’arrampicata, cioè Mauro Loss, direttore della Scuola Giorgio Graffer di Trento, mi aveva detto più volte che trovare un affidabile e costante compagno di roccia era ben più complicato di trovare un compagno di vita. Primo, perché un compagno di cordata deve avere un ritmo di vita simile al tuo, in modo da incrociare le agende per allenarsi. Secondo, perché non tutti noi esseri umani siamo uguali nel modo di porci di fronte alla roccia. C’è chi pensa solo al grado, chi vuole divertirsi e basta, chi ama il calcare, chi il granito, chi arrampica solo top rope e chi solo trad, chi preferisce l’alpinismo in alta montagna e chi si trova a suo agio solo sulla plastica indoor. Terzo, ci sono le peculiarità caratteriali. Quarto, le motivazioni che ti spingono ad andare in montagna.

La mia fortuna è stata quella di trovare quasi subito due persone, Massimo e Antonio, a cui poi si è aggiunto Paolo, che non solo vivono la montagna e la roccia nel modo in cui la vivo io, cioè intensamente, ma anche avevano le caratteristiche ideali per essere perfetti compagni di cordata. Affidabilità, testa sulle spalle, concentrazione, capacità di motivare, ed esperienza. Il feeling è stato istantaneo. In quella enorme palestra a nord di Washington, a Rockville (e dove, sennò?), è nata una cordata di italiani trasferiti a DC per lavoro. Fin dal primo istante abbiamo capito che le opportunità per arrampicare ci sarebbero state e che i nostri imbraghi non sarebbero rimasti nell’armadio a prendere polvere. Il problema, spesso, erano soltanto i nostri orari di lavoro. Per fortuna, il weekend eravamo quasi sempre liberi, o se non lo eravamo cercavamo di trovare quattro ore la mattina per andare a metterci alla prova coi gradi yosemite. Col passare del tempo, il 5.8 diventava un 5.10a e poi ancora oltre. Sacrificavamo amici e famiglia per cosa? Per mettere le mani su appigli piccoli e i piedi su tacchette, chiusi in scarpette rigide e strette, legati insieme.

Non è questa forse la maggiore manifestazione della fiducia che possiamo avere nei confronti di un’altra persona? Quando siamo legati insieme significa che se io faccio un errore lo paghiamo entrambi, e viceversa. Ed è anche per questo che trovare un partner giusto è fondamentale per la riuscita anche solo di un semplice tiro in palestra. Perché il miglior compagno non è quello con cui ti fai mille risate. È quello con cui, oltre a farti mille risate, ti fa rendere conto dei tuoi limiti, e ti fa capire quali sono i suoi. È quello con cui puoi condividere le tue paure, i tuoi punti deboli, le delusioni, le realizzazioni. Senza invidie, senza malignità. Questo è quello che è successo fra noi quattro. Chi era bravo su placca dava consigli a chi era più a suo agio sui diedri, e chi era appassionato di alta montagna dava suggerimenti a chi invece preferiva restare al livello del mare. L’eterogeneità di una cordata, infatti, è qualcosa di estremamente problematico da trovare. Però noi ci siamo riusciti, per una incredibile congiuntura astrale.

Poi, ci sono i progetti, la cui effettiva realizzazione è inversamente proporzionale alla quantità discussa fra compagni di cordata. Si discute di andare a liberare quel tiro, a tentare quella specifica via di granito, o di calcare. Si ipotizza l’ascesa di quella vetta, ma anche la vacanza in grado di soddisfare anche chi – nelle rispettive famiglie – non è appassionato, anzi malato, di montagna. E quindi il pensiero va a Finale Ligure, a Tenerife, a San Vito, a Kalymnos. Mille e mille progetti, quasi tutti realizzabili solo nella nostra mente, ma che servono a rafforzare la cordata, renderla unita. Ce ne siamo resi conto, senza dircelo, quando eravamo in Colorado, pochi mesi fa. Siamo andati lì consapevoli che per molto tempo sarebbe stata l’ultima volta che potevamo arrampicare in ambiente insieme. Ma il bello di una cordata affiatata è che non ci sono pressioni né competizioni né stress. Nessuno di noi ha accennato a quello che sarebbe successo da lì a poco, ovvero la divisione temporanea della cordata. E nessuno ha detto agli altri quanto sarebbe stato pesante il dopo. Semplicemente, certe cose una vera cordata le sente. Ci si capisce al volo. Basta uno sguardo e via. Del resto, quando in una cordata non c’è bisogno di capire quando dare corda al compagno perché ogni si conoscono e si decifrano tutte le vibrazioni che il tuo partner produce lungo di essa, le parole sono opzionali.

E così, dopo due anni, due anni splendidi, arriva quel momento. L’ultimo tiro. E dentro di te sai che non sarà l’ultimo per sempre, perché non sono certo 8mila chilometri di distanza che cancellano tutti i giorni passate in palestra o in falesia. Sai che i tuoi compagni prima o poi ti controlleranno nuovamente l’imbrago per verificare se l’otto è corretto, e sai che tu controllerai se il Grigri è ben fissato e la ghiera del moschettone chiusa. C’è però quella sensazione agrodolce, in quell’ultimo tiro, quella che ti fa scalare male e con lentezza. Perché sai che per molto tempo quello sarà davvero l’ultimo. Così, chiusa in un limbo, l’amicizia fra compagni resta, ma fa male pensare che per molto, troppo, tempo non potrai scalare con loro.

Si torna così alla ricerca. Si cerca un nuovo compagno di cordata, che sia non la replica esatta degli altri, ma che sia altrettanto affidabile al punto da consegnargli la tua corda e quindi la tua vita. È un processo lento, a volte lentissimo, che può regalarti enormi piaceri così come cocenti illusioni. Provi e riprovi, ma nel 90% dei casi finisce tutto in una bolla di sapone. Però chi ha la passione per la montagna nel cuore sa che prima o poi si trova una nuova cordata. E allora si continua a fare progetti, pensare giorno dopo giorno a quella vetta ancora non scalata, si cercano nuove vie, si vive la montagna a 360°. Perché una volta che ti entra dentro quella malattia per la montagna, non se ne andrà mai.