Scalare le montagne, vivere avventure in parete, tra i ghiacci, in regioni artiche o in qualche pianura sconfinata non è solo questione di allenamento. Certo, essere preparati, motivati e disposti al sacrificio sono elementi essenziali per la riuscita, tuttavia una delle doti che spesso si trascurano è la capacità di narrare queste esperienze. La vera valorizzazione dell’avventura deve per forza passare attraverso le immagini, i video e la capacità del protagonista di trasmettere emozioni, il senso di un progetto cui ha dedicato passione e progettualità spesso complesse.

Ciò vale oggi, nell’era dei social media, con la possibilità – ma potremmo quasi parlare di necessità – di trasmettere in tempo reale le fasi salienti della ripetizione di un super-tiro in falesia. Stesso dicasi per i resoconti delle grandi spedizioni internazionali, talvolta anticipati da ‘teaser’ quotidiani pubblicati via satellite direttamente dal campo base. Lo stesso accadeva dieci, venti o trent’anni fa, quando al posto della rete i contenitori erano le riviste di settore, con pagine di carta patinata oggi quasi soppiantate dal web. All’epoca però i comodi smartphone iper-connessi non esistevano, c’erano pesanti reflex, camere da presa o le prime “compatte” cui si affidava l’onere di raccogliere la luce in un supporto chiamato pellicola. L’impossibilità di rivedere a schermo le varie pose, magari di rifarle, imponeva all’autore una certa preparazione tecnica. Doveva saper fotografare, conoscere la luce per trovare l’equilibrio fra tempi e diaframmi, scegliere l’inquadratura per congelarla al momento opportuno, sperando in un risultato accettabile.

Verticalità dolomitiche. Foto archivio Dell’Agnola

Sembra preistoria ma gran parte di noi ha fatto i conti con queste esigenze fino a una dozzina di anni fa. Il primo lustro del nuovo Millennio è stato impresso su pellicola, non su sensore. Pensate ad esempio alle immagini dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che proclamò la prima decade del 2000 “Decennio Internazionale per la Cultura della Pace e della Non-Violenza”. Intenzione nobile ma non proprio andata a buon fine, la cui memoria resta in gran parte su pellicola, salvo i pochi professionisti dotati di reflex digitali – costosissime –, ma all’epoca ancora in minoranza. Idem un anno più tardi, quando gli obbiettivi di New York impressero la tragedia del World Trade Center, ancora su pellicola, così come (qualche mese prima) le immagini del G8 di Genova. Chissà cosa sarebbe accaduto se all’interno della Diaz ci fossero stati una ventina di smartphone.

Lo stesso è stato per l’alpinismo, per i grandi viaggi d’esplorazione, diciamo pure per l’avventura in ogni sua forma, dalla celeberrima foto di Lacedelli e Compagnoni in vetta al K2, alle immagini della spedizione al Polo Sud di Roald Engelbregt Gravning Amundsen. In questo contesto, uno dei più attivi alpinisti e narratori, per immagini e parole, è Manrico Dell’Agnola. Agordino classe 1959, da ragazzino si è innamorato dell’avventura verticale, a partire dai monti di casa, le Dolomiti, dove ha maturato quella che lui chiama “montagnicità”, la versione alpina dell’acquaticità. Ovvero l’attitudine di trovarsi a proprio agio negli ambienti talvolta severi delle Alpi, o come accaduto poi, anche in contesti extraeuropei. Serve appunto attitudine alla montagna per concatenare in giornata la via Philip-Flamm e la Solleder (in tutto 2.000 metri di parete per 64 tiri di corda, in 17 ore) in piena Nordovest del Civetta. È una delle grandi realizzazioni di Manrico, portata a termine con l’amico Alcide Prati nell’agosto 1990. Sarà questa tra le sue più importanti avventure – ma non l’unica – vissute in più di 40 anni di attività, in buona parte testimoniate da uno sconfinato portfolio di immagini e video, analogici e da qualche anno anche digitali.

Si, perché Manrico Dell’Agnola è un alpinista tra più prolifici ed eclettici in Italia, ma di professione è fotografo e creativo nel settore pubblicitario. Da anni collabora con riviste e aziende del settore e non, contribuisce con foto e testi alla stesura di libri e guide di montagna, è Accademico del CAI e socio del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna). Per tre anni ha diretto la rivista del CAAI e nell’ottobre del 2002 ha presentato “Uomini fuori posto” (ed. Rocciaviva), la sua prima opera autobiografica. Anche da questo deriva la notorietà delle sue avventure, ovvero alla capacità di unire avventura e capacità di narrazione.

É proprio a partire dalla sua autobiografia che noi di Alpinismi conosceremo presto Manrico, precisamente a Treviso, nel corso del Festival Letterario “Carta Carbone”, dedicato appunto alla letteratura autobiografica. L’appuntamento è per domenica 15 ottobre alle ore 15 presso i Musei Civici Santa Caterina. Nel corso dell’evento, intitolato “Uomini fuori posto”, il climber e fotografo agordino sarà presentato da Emanuele Confortin di Alpinismi, rivista partner della rassegna. Sarà l’occasione per parlare di motivazione, di preparazione e in senso più ampio di “montagnicità”. Quindi del suo rapporto con le istituzioni, della sana anarchia che ne ha scandito le scelte di vita e forse anche influenzato lo stile di arrampicata, in Dolomiti, o sulle grandi pareti del Capitan, in Yosemite, poi in Groenlandia, in Patagonia, in Himalaya, e in molte altre zone remote del mondo. Terre d’avventura da conoscere attraverso i racconti di Dell’Agnola, ma anche con foto e filmati che si alterneranno alla conversazione.

Riposo in Yosemite. Foto Archivio Dell’Agnola

In chiusura, prendiamo a prestito da “Uomini fuori posto” la bio alpinistica di Manrico, necessaria per cogliere la versatilità del suo andar per montagne… e avventure. …a 12 anni sale la sua prima cima, l’Agner, ma ostacolato dai genitori inizia ad arrampicare a 20 anni. Dopo numerose ripetizioni (ha salito quasi un migliaio di vie), tra cui molte prime, e circa 30 vie nuove, si è specializzato nell’arrampicata veloce sia in cordata che in solitaria salendo più vie in poche ore. Le solitarie iniziano dopo solo un anno di attività con la prima ripetizione assoluta, oltre che in solitaria, della via della Libertà sugli strapiombi sud della Torre Venezia in Civetta, Dolomiti.

Manrico Dell’Agnola slegato in Patagonia. Foto Archivio Dell’Agnola

Seguono sempre in solitaria slegato: le 5 classiche della Torre Venezia (Civetta), Tissi, Andrich, Ratti, Livanos, Castiglioni, in sole 6 ore totali; la via Philipp-Flamm alla parete N-O (Civetta) 2h. e 40; la via Simon-Rossi alla parete nord del Pelmo e la via Solleder-Lettenbauer alla parete N-O del Civetta in 11h. totali con spostamenti camminando e in mountain bike.

In cordata con Alcide Prati sale la via Cassin e Carlesso alla Torre Trieste (Civetta) in 7h; la via Comici alla Grande, via Cassin alla Ovest e Spigolo Giallo (Tre Cime di Lavaredo- Dolomiti) in 8h; il concatenamento Philip-Soleder (succitato); la via Viddesot-Rudatis-Rittler, spigolo della Busazza (Civetta) e via Gilberti, spigolo dell’Agner in 12h totali.

Inoltre ha salito 6 volte El Capitan, in Yosemite Valley, California: via Nose, via Triple Direct e via Salathè. La Salathè è stata salita in un solo giorno con Ivano Zanetti, nel 1999 invece sale in 4 giorni la via Zodiac VIII grado e A4 e nel 2008 Tangerine Trip e Mescalito.

Ha partecipato ad una spedizione in Himalaya al monte Meru e 3 in Patagonia Argentina e Cile. La sua esperienza spazia inoltre anche in Africa, in India meridionale in Canada, Pakistan, Tailandia, Messico, Perù, Marocco, Norvegia ed Inghilterra.

Nel 1997 all’isola di Baffin sale quattro vette vergini con la moglie Antonella ed alcuni amici. Sempre a Baffin nel 1998 sale due vie nuove, una di 800 metri e una di 1100 con difficoltà sino all’VIII inferiore su cime vergini.

Nella primavera del 2000 attraversa in autonomia da est ad ovest la Groenlandia, 650 Km. in 32 giorni di marcia con temperature oltre i meno 35 gradi, con la moglie ed altri due alpinisti, mentre alla fine del 2002 ha compiuto un’importante traversata parziale da nord a sud dello Hielo Patagonico Sur in 39 giorni. Nella primavera del 2004 nella Gran Sabana venezuelana insieme alla moglie, Mario Manica e Giorgio Meneghetti ha aperto una via nuova sul Tepui Acopàn.

Di questo e altro si parlerà a Carta Carbone di Treviso.