Hayden Kennedy, uno dei più forti alpinisti della sua generazione, è morto. Ha commesso suicidio, il giorno dopo che una valanga ha travolto la sua compagna, Inge Perkins, sull’Imp Peak, vicino Bozeman, Montana. 27 anni lui, 23 lei, erano una coppia nella vita e in montagna. Ed è enorme la lezione che Kennedy ci ha lasciato. Una lezione di etica e umanità.

Kennedy non era un alpinista come tanti altri. Era prima di tutto un esteta, un purista della montagna. Quando nel gennaio 2012 schiodò, insieme con Jason Kruk, la Via del Compressore di Cesare Maestri sul Cerro Torre in Patagonia fu sommerso dalle critiche. I maligni lo avevano attaccato ferocemente, tacciandolo di essere un irresponsabile, un mutilatore di imprese, un teppista delle montagne. Eppure c’era tutto quello che Kennedy era in vita, in quella decisione. Scalando by fair means il Cerro Torre non voleva distruggere la memoria di Maestri, ma dimostrare che un altro approccio a quella parete patagonica, per anni considerata inviolabile, era possibile. Kennedy e Kruk, sul Torre, non sono stati molto diversi dagli alpinisti che hanno deciso di scalare gli Ottomila senza aiuti supplementari, senza spedizioni di stampo militare. Eppure, anche nei giorni successivi alla sua morte, gli insulti e gli sfottò verso Kennedy ci sono stati. In quel grande colatoio che sono i social media, ove chiunque può vomitare le proprie frustrazioni, non ci sono solo state le condoglianze e i messaggi di affetto per una vita così giovane e così preparata che non c’è più. L’invidia di alcuni, per fortuna pochi, però non potranno mai cancellare l’importanza di Hayden per l’alpinismo moderno.

La lezione di etica che ha fornito nei 27 anni di esistenza è forse uno dei più limpidi esempi di come dovrebbe essere vissuta la montagna. Hayden era senza ombra di dubbio uno dei più dotati alpinisti degli ultimi 40 anni. Il Cerro Torre non è che una delle punte della sua carriera. I 125 chiodi levati dalla via di Maestri sono nulla in confronto a tutte le imprese che ha concluso in vita. Dal Messico al Karakoram, Kennedy cercava le linee più pulite, le vie più eleganti. Non per forza dovevano essere le più difficili o le più fisiche, perché il bello si può trovare anche su un 6c, e non solo oltre l’8a. Il punto è che Kennedy partiva da un assunto che è complicato da trovare al giorno d’oggi, nel quale gli sponsor contribuiscono a che gli atleti cerchino in modo costante nuovi limiti. Kennedy voleva prima di tutto divertirsi e vivere la montagna. Non gli interessava battere record, non voleva dimostrare di essere il più forte del mondo. Era umano. Era una persona che voleva divertirsi. Era uno di quelli che Lionel Terray avrebbe definito “conquistatore dell’inutile”. Andava in montagna perché lo voleva più di ogni altra cosa. Perché gli piaceva. Perché era libero. Come ha ricordato Davide Frattini sul Corriere della Sera, Reinhold Messner aveva capito il modus vivendi di Kennedy, dopo la storia del Torre. «Maestri è stato libero di mettere i chiodi nel 1970, Jason e Hayden sono stati ora liberi di toglierli, hanno dimostrato che era possibile salire senza. Hanno tutto il mio rispetto per aver sottratto la Via del Compressore alle grinfie dell’alpinismo di conquista», disse Messner. Ed era vero. La libertà e l’etica di Kennedy sono le prime due eredità che non potranno mai essere cancellate.

Hayden Kennedy with his girlfriend, Inge Perkins
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Credit: Inge Perkins/Instagram

Ma poi c’è l’altra, quella più difficile da mettere per iscritto. La morte fa parte della vita di ogni alpinista, dilettante o professionista che sia. Partendo dal presupposto che tutti dobbiamo morire, ci possono essere – sommariamente – tre categorie di persone. Chi ha paura della morte. Chi ignora la morte. Chi è consapevole della morte. Chi va in montagna, e lo fa come Kennedy, fa parte di quest’ultima tipologia di individui. La nostra non è una cancellazione del rischio, bensì una sua mitigazione. Siamo consapevoli che è possibile morire in montagna. Che sia una scarica di ghiaccio o di rocce, che sia il distacco di un seracco o un ponte di neve nascosto, che sia una manovra sbagliata o che sia un chiodo arrugginito, ogni volta che ci mettiamo l’imbrago e ci leghiamo in cordata, siamo consci che potremmo non tornare a casa. Non è un caso che quel grande e indimenticato maestro di vita che è stato Bruno Detassis disse che, andando in montagna, la cosa più importante era soltanto una: tornare a casa. Era quello, e lo è anche oggi, l’alpinista più forte. Perché significa che catalizza i suoi sforzi non solo per raggiungere una vetta, ma anche per la discesa. Non esistono montagne assassine. Esistono invece persone che sono talmente irresponsabili e vanesie da credere di essere invincibili. Kennedy era l’esatto opposto. E l’umiltà, in montagna, paga sempre. Umiltà con sé stessi, coi compagni di cordata, con l’ambiente circostante e con la vita. È questo l’unica maniera possibile per apprezzare la montagna e la propria esistenza.

Infine, c’è ancora qualcosa che ci ha lasciato Kennedy. Hayden ha dimostrato, con la sua morte, che no, gli alpinisti non sono superuomini. Non sono degli esseri sovrannaturali che non hanno paura di nulla, che sono incapaci di provare emozioni, che non hanno limiti. I limiti ci sono per tutti. E come tutti, siamo fragili. Abbiamo bisogno di un punto di gravità più o meno permanente. E il suo era Inge. Che non solo era la sua compagna di vita, ma anche di cordata. Rotto quell’equilibrio, non c’è più nulla che possa ripristinarlo. Ci si sente persi. Esattamente come quando avviene la ricerca di quella persona che è capace di farti svegliare ogni giorno con la voglia di vivere ogni istante della tua vita a cento all’ora, la si trova finalmente e poi questa scompare. Perché quella persona è anche quella che è capace di capirti al volo, senza bisogno di parole inutili, di stimolarti, di supportarti e di sopportarti. In un commovente ricordo pubblicato da Black Diamond, la società statunitense ricordava che Hayden e Inge si erano trovati da poco. E subito avevano capito di essere l’uno il complemento dell’altra. Due persone che non solo amavano la montagna, che si amavano l’un l’altro, ma che condividevano anche una precisa idea di vita. La libertà e l’etica di cui sopra. Ed è per questo che decisero di andare a vivere laddove potevano essere davvero loro stessi. A Bozeman, nel cuore delle Rocky Mountains. Per fare ciò che più piaceva loro, cioè vivere la montagna a 360°. E sebbene oggi piangiamo Hayden e Inge, non dobbiamo mai dimenticare le lezioni che sono stati capaci di trasmetterci durante la loro vita. La passione per la montagna non muore mai. E loro lo hanno dimostrato.