Agneléze, Erèra, Pizzòcco, un libro svela i monti della Destra Mis

La maglietta bianca che pareva bucata da pallottole vaganti, col fondo delle braghe ridotto a brandelli come se fosse un naufrago sfuggito alla fauci degli squali. Me lo sono trovato davanti così all’improvviso, una domenica di inizio autunno, Paolo Paganin, appena entrato nel piccolo bar “alla Soffia” in Val del Mis insieme al giovane Matteo Fontanive e ad un manipolo di compagni di navigazione. Un colpo, se non fosse stato per il suo sorriso rassicurante, largo come sempre, e gli occhi azzurri che brillavano di meraviglia. Poche domande che nemmeno servivano: erano stati lassù, là dentro, là sopra, dietro e dalle parti di… insomma in uno dei soliti posti sempre diversi che gli avventurieri dei Monti del Sole, dei Feruch, della Val Falcina, di Cimia, dei Piani Eterni… si ostinano a frequentare come se fosse la prima volta, esplorando, perdendosi, ritrovandosi e raggiungendo una via di fuga dai mughi e dai precipizi per scendere a valle di solito all’imbrunire, giusto giusto per non lasciare in pensiero le donne di casa.

La copertina del libro, un’opera collettiva per conoscere le Dolomiti più selvagge

Eppure sono proprio loro, Paolo e Matteo, ad aver scritto insieme a tanti altri le pagine della guida appena uscita che parla di queste montagne, figli spirituali di Pietro Sommavilla, alpinista bellunese che per anni ha condotto ricerche nel territorio pubblicando nel 2014 “Monti del Sole e Piz de Mezodì” ed ora il nuovo “Agneléze, Erèra, Pizzocco. Monti della destra Mis” in collaborazione con Paolo Bonetti. La nuova guida di questo complesso alpino bellunese compreso tra i comuni di Sospirolo, San Gregorio, Cesiomaggiore, Gosaldo e Santa Giustina, è stata pubblicata proprio quest’estate dalla Fondazione Giovanni Angelini con il contributo di tanti autori, esploratori delle montagne ma anche della loro storia. Un importante libro di ben 400 pagine che fissa sulla carta i percorsi in passato ben battuti da boscaioli, pastori, soldati, cacciatori, contrabbandieri e (perché no!) camosci… riscoperti negli ultimi decenni da chi è rimasto stregato da queste montagne certamente non facili – tranne per pochissimi sentieri noti – ma affascinanti e ricche di bellezze nascoste: “smarrirne la traccia equivale a perder un’opera d’arte!”. Nucleo dell’opera sono infatti le relazioni dei sentieri, dettagliate e corredate da alcune inedite cartine disegnate a mano con minuziosa cura dei particolari, e il recupero dei toponimi e degli oronimi che rischiavano di andare perduti, “con il convincimento che dal loro studio congiunto si possano ricavare informazioni autentiche sulle vicende delle passate generazioni”.

Dal Col Dorin verso il Monte Pizzocco. Foto Marco Cassol

Quei sentieri che, in occasione della presentazione della sua guida, lo stesso Sommavilla, ricordando la smania giovanile di arrampicare, ebbe a definire «gli intrighi necessari per arrivare a mettere le mani sulla roccia» e che ora, forse pago delle soddisfazioni avute e più incline a riflessioni mature, accompagna il lettore a riscoprire – lui stesso degno compagno e allievo di Giovanni Angelini – secondo lo stile di chi non conquista la vetta, non si porta a casa la via, ma scruta fin da distante la fessura nascosta, il passaggio regalato da un’apparentemente impossibile cengia, le scorciatoie tenacemente già occupate dagli intrighi dei maledetti ma salvifici mughi!

Pietro Sommavilla alla presentazione del libro. Foto Emanuele Confortin

Già oltre quarant’anni fa, quando ancora non si era perduto come oggi il contatto dell’uomo con la montagna, Angelini si chiedeva: «Dove sono i sentieri della nostra prima età? Che sicuramente c’erano e più non sono. Non molti, penso, che vanno sui monti pongono mente alla vita dei sentieri: che pur vivono della vita degli uomini. Quanti, ripeto, si chiedono come un sentiero nasce e progredisce, si conferma e consolida, ha deviazioni o varianti o interruzioni, ovvero decade si deteriora si smarrisce o si cancella, infine scompare?».

I vestiti strappati dei naufraghi del Mis, scesi quel giorno dalle creste dell’Agneléze, ricordano bene di che sentieri si tratta in queste valli: nulla a che vedere con i classici tracciati Cai. “Selvaggi” è l’appellativo spesso usato per questi posti, meglio chiamarli severi, perché non ammettono fretta e presunzioni, “wilderness” solo all’apparenza perché i segni dell’uomo ci sono, eccome, ma compaiono agli occhi di chi li cerca con umiltà.

Nel bosco del Spigol Sèch. Foto Elvio Damin

La cartina spesso non basta e la relazione della guida va studiata con molta attenzione, perché piccoli particolari inosservati possono deviare dall’itinerario prescelto. Sembra quasi che sia necessaria una sorta di iniziazione per muoversi nell’ambiente di queste montagne, che richiedono di essere avvicinate con cautela, magari accompagnati da qualcuno più esperto, prima di capirne l’animo e lasciarsi prendere dalla passione. Il premio è un’atmosfera di rara bellezza, insieme alla sensazione di aver bisogno di poche cose per essere felici.

Note di scialpinismo, speleologia, antica cartografia, botanica, zoologia, archeologia… e tante, inedite, piccole e grandi storie degli uomini che queste montagne le hanno vissute (i malgari, i boscaioli, i primi scalatori…) accompagnano e interrompono le relazioni «per riflettere su quello che era il territorio, come degli scalini nascosti, dove si inciampa perché la montagna va affrontata con lentezza» (cit. Sommavilla).

Pochi libri infatti abbracciano un pubblico cosi ampio: la guida può interessare sia a chi ama camminare in montagna lungo itinerari non scontati, che richiedono notevole capacità di orientamento e uno studio attento del territorio, sia a chi è legato ai luoghi dove vive o semplicemente è innamorato di queste Dolomiti Bellunesi e desidera, anche semplicemente seduto in poltrona, conoscerne la storia, pur con l’avvertenza che “non basta una intera vita per conoscere come si vorrebbe i monti del paese dove si nasce!”.

Un suggerimento: preso il libro in mano, subìto il primo fascino della foto di copertina, tuffarsi di cuore nelle ultime 5 pagine, dove il rigore ingegneristico che fin dall’inizio caratterizza le descrizioni sistematiche dei sentieri, con l’attenzione costantemente rivolta a segnalare ogni possibile passaggio o variante tra creste, pendii e valichi, lascia via via spazio, in maniera sorprendente, a un epilogo poetico che accompagna il lettore attraverso un sogno: “Un anziano alpinista sale un sentiero imboscato e incerto…”.

Zèngia Bruta in Val Brenton, foto Elvio Damin

Morsèca e Agnelezze. Foto di Elvio Damin

Il monte Pizzocco dalla Val Scura. Foto di Claudio Signori

Castel del Brenton e Spigol Sèch. Foto Elvio Damin

By | 2017-10-18T15:45:02+00:00 20 ottobre, 2017|

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