Paraclimb e specialclimb, quando la disabilità non è un limite

C’è un aspetto dell’arrampicata che spesso viene dimenticato nel nostro Paese. Si tratta degli scalatori disabili, che proprio sulle pagine di Alpinismi hanno trovato più volte spazio, come nel caso di ArrampicAnde. Ecco perché dunque si sente l’esigenza di parlarne in modo più approfondito. Perché la disabilità non deve far paura, e perché non vi è nulla di strano rispetto ai normodotati. Anzi, in molti casi è vero il contrario.

Alice Rosato in parete. Foto archivio Paolo Michielini

In Italia la disciplina sportiva del Paraclimb e dello Specialclimb fa riferimento alla F.A.S.I. (Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana). Esse svolgono la propria attività con atleti diversamente abili suddivisi in diverse categorie tra le quali si trovano inseriti i non vedenti, gli amputati e i motori a loro volta diversificati in base alla tipologia e al livello di abilità per quanto riguarda il Paraclimb mentre per lo Specialclimb raggruppa in varie categorie gli atleti con difficoltà intellettivo relazionali.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza, ho avuto la possibilità di lavorare con tutte le categorie sia nelle gare a livello nazionale, in raduni e allenando personalmente un’atleta donna amputata all’avambraccio sinistro proveniente dal nuoto paralimpico, un’esperienza quest’ultima che mi sta arricchendo moltissimo sotto il profilo atletico in quanto vi è uno stimolo continuo per la ricerca di nuove soluzioni nel risolvere i singoli movimenti.

A livello italiano esiste un circuito di gare paraclimb che definisce i migliori atleti che poi parteciperanno agli europei e ai mondiali anche se le palestre a livello nazionale che organizzano eventi di questo tipo sono ancora poche. In particolare nell’ambito dei visivi l’Italia può vantare atleti che conquistano il podio regolarmente sia in Europa che a livello mondiale così come è successo a Sheffield qualche settimana fa. E per ciò che mi concerne, trovo che operare in questo ambito specifico dello sport sia altamente stimolante. Questo perché di norma le persone diversamente abili che fanno sport hanno una motivazione molto alta ed è quindi possibile spingere al limite e spesso superare le proprie abilità.

Questo del fare al meglio delle nostre abilità è un concetto che soprattutto nel paraclimb risulta particolarmente evidente. Probabilmente a causa del fatto che, essendoci una “diversità”, fa in modo che ci si concentri più facilmente sul proprio limite per raggiungerlo e di alzare l’asticella un po’ alla volta. Giocare con la propria diversità non ha nulla di diverso di giocare con la propria normalità. Credo passi tutto attraverso l’accettazione di sé stessi e della propria condizione e partire da quella per migliorare le proprie performance.

Peccare di presunzione e relegare l’attività con gli atleti diversamente abili ad una mera inclusione sociale secondo me limita molto le possibilità di apprendere sia nella metodologia di allenamento sia nei soluzioni tattiche che si possono mettere in atto. Mi spiego meglio. Lavorare con un atleta non vedente e condurlo lungo una linea di salita di una certa difficoltà richiede un alto grado di allenamento e una conoscenza del proprio corpo che rispetto a un atleta normodotato è nettamente superiore. Questo proprio perché per compensare il deficit visivo gli viene richiesto un maggiore impegno fisico che tradotto significa maggiore resistenza allo sforzo nella ricerca degli appigli. La percezione oculo-manuale e soprattutto podale sono molto più sviluppate in un atleta diversamente abile piuttosto che in un atleta normodotato. In particolare, posizionare un piede senza vedere l’appoggio nella maggior parte dei vedenti è un atto molto difficile. Di contro, per un non vedente il solo sentire l’appoggio gli basta per capire quanto può caricarlo senza scivolare. Sembra strano ma è così. Molto spesso, infatti, noi vedenti siamo condizionati dalle dimensione dell’appoggio e caricarlo instaura tutta una serie di ragionamenti, i quali fanno perdere di “vista” quello che è il concetto di base e cioè il sentire l’appoggio sotto il piede. Questo è solo un esempio ma ne potrei fare molti altri per le altre categorie.

Per concludere, desidero sottolineare quanto una “pratica sportiva normalizzata” possa attraverso lo sport migliorare la qualità della vita. Non solo. può anche essere in grado di esaltare le capacità individuali se praticata in forma compiuta, cioè secondo le regole che gli sono proprie avvicinando sempre di più gli atleti diversamente abili agli atleti normodotati.

By | 2017-11-18T23:16:22+00:00 30 ottobre, 2017|

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