Finding Titomanlio, alla ricerca della prima via di Finale

É una tersa mattinata di fine settembre quando decidiamo di andare a Rocca di Corno, alla ricerca della dimenticata prima via di Finale. Parcheggiamo la nostra malandata Citroen, all’imbocco della valle Ponci, sulla Iulia-Augusta. Questa strada, in un tempo ormai lontanissimo, è stata tra le arterie fondamentali nella rete di comunicazione romana e ancora oggi è costellata di massicci ponti che, incuranti dei loro duemila anni, si ergono fieri sulla lecceta. Non fa ancora caldo. Seguiamo la traccia di sentiero che porta alla base della parete accompagnati dai consueti mugugni esistenziali di Ga e dalle immancabili supercazzole di Richi, che in questa disciplina è notoriamente un artista. Pietro, più silenzioso, prende il comando della truppa e cambia marcia, a quel punto tutti ammutoliscono e ansimando si fanno rapidi al suo seguito. Tutti, eccetto Ga che continua, salmodiando rosari di improperi, in free solo. Thor, quadrupede canino di dantesca memoria, lungo questo nostro viaggio iniziatico interpreta in modo egregio il ruolo dell’animale totem e dall’alto della sua stazza equina controlla severo l’incedere della masnada. Il sentiero fila via rapido e in breve siamo alla base della via. Una cengia rocciosa corre ordinata sfiorando l’attacco di vie celeberrime frutto di un alpinismo trapassato remoto (Il Portale, Il Pescecane, Il Topo), ma anche di uno sport climbing sempre passato, ma ben più recente ed atletico (Proiettile Umano, Bei tempi, Pescegatto, Fora et labora). Ai lati restano alcuni itinerari figli della contestazione e del free climbing: Spencer Tracy, Ten, Folletto Rosso. Quest’ultima, opera di Leardi e Parodi, meritò addirittura la prima di copertina dei Cento Nuovi Mattini del Gogna. E tra queste ecco infine la nostra fatidica meta: la Titomanlio.

Ripetizione della Titomanlio. Foto Michele Fanni

«Prima ascensione: R. Titomanlio, G.F. Negro – 1968

Sviluppo 60 metri. D sup. Bella salita. Attrezzata.»

Così citava, in buona sintesi, l’antica guida del ’76.

Titomanlio. Foto archivio Michele Fanni

Titomanlio, con un cognome così non si può che fare la storia. Questo nome da triumviro ha da sempre esercitato su di me un fascino epico, da mito delle origini. Ulisse, Enea, Orlando, Titomanlio…

Poi un giorno, nel corso di alcune ricerche storiche, mi imbatto virtualmente nel signor Gianni Carravieri, presidente del CAI G.R. Liguria. Insieme al fido Ga lo raggiungiamo in quel di Genova e lì, il signor Gianni, ci presenta un lungo elenco di nomi e indirizzi… tra questi compare anche il Titomanlio! Ci guardiamo increduli ed emozionati, possibile che il mito abbia un indirizzo reale? Ci sentiamo un po’ come lo Schliemann dinnanzi alla porta dei Leoni a Micene, vaben, forse così è troppo, ma siamo comunque parecchio su di giri!

G.F. Negro, compagno di apertura della Titomanlio. Foto Michele Fanni

Roberto Titomanlio, oggi, vive nell’operoso Nord-est. Orbene, come novelli Brancaleone ci dirigiamo ebbri di baldanza ad espugnare la nostra Gerusalemme: si fa rotta su Verona, terra di balconi e rovinosi amanti.

Incontriamo il mito” in una piovosa giornata di fine maggio, all’interno di un elegante ristorante specialità pesce. Siamo ospiti di questo mite e paziente gentiluomo dagli occhiali tondi. Ci racconta con flemma d’antan di “quei tempi là”, delle scorribande finalesi con il clan Vaccari, delle mangiate a quattropalmenti all’osteria la Pergola di Orco, o alla Locanda del Rio in quel di Feglino. Tra le sue parole poca roccia, poco alpinismo, tantomeno eroico, ma un’immensa umanità.

Quasi non ricorda di quella prima volta a Rocca di Corno, e confessa di essere venuto a conoscenza del “primato” solo anni dopo. Della via rammenta una grande grotta a metà parete, l’idea prima chiacchierata con i fratelloni Vaccari e poi portata a compimento con l’amico Gian Franco. In fondo sono passati solo 49 anni… Ha smesso di scalare dopo solo cinque anni di attività, si è sposato con la signora Katia, professoressa di matematica, ed ha messo su famiglia, ci racconta con non poco orgoglio.

Andiamo via ripagati da tanto equilibrio. Siamo un po’ confusi: cercavamo un mito ed abbiamo trovato un uomo sereno e soddisfatto da una lunga e felice vita, lontana dallalpinismo.

Pietro e Ga sono già partiti e salgono lesti sul primo tiro, un bel muretto fessurato che si sale seguendo una leggera diagonale verso destra. Nel frattempo, Richi ed io cincischiamo preparando gli ultimi ferri. È una vita che non ci leghiamo alla stessa corda. Ricordo un freddissimo e puzzolentissimo (per motivi che non sto qui a spiegare) camino Palestro alla Rocca Castello, poi un’impressionante Sinfonia di Mulini a Vento alla Aguglia di Goloritzè e una delirante discesa del Rio Bendola in occasione del suo addio al celibato. Con Richi non si corre mai il rischio di annoiarsi…

Ripetizione della Titomanlio, Foto Michele Fanni

Pronti via, ci alziamo sulle punte e diamo anche noi inizio alle danze. Un poco alla volta raggiungiamo in sosta i nostri compari e poi, superato un piccolo antro seguito da uno strapiombino, eccoci nelle fauci della grotta, dove comodamente facciamo sosta.

Ogni eroe che si rispetti ha sempre un fedele compagno di avventure, un nobile gregario, che tuttavia resta un poco in ombra nonostante si presti ad un ruolo a dir poco fondamentale: Don Chisciotte e Sancho Panza, Sherlock Holmes e Watson, Super Mario e Luigi, Titomanlio in questo caso lega il suo nome a quello di Gian Franco Negro.

Incontriamo Gian Franco nella sua casa in Val Borbera. Lo abbiamo scovato grazie alla preziosissima lista del Carravieri, fondamentale passepartout di questo nostro viaggio nel tempo. Siamo a ottocento metri sulle colline alessandrine, poco sopra le ultime valli del genovese. Si preannuncia un ottobre assai secco e i boschi tutt’intorno si sono tinti d’un colore bruno e arido. Il signor Negro ci accoglie sorridente offrendoci baci di dama e the freddo all’ombra di una tettoia davanti all’uscio di casa. Ci racconta di una prima un tantino friabile sul Monte Bersaio con il Gogna e di alcuni corsi sulle tecniche di sicurezza (e che sicurezza!) tenuti dal grande Giorgio Bertone nel lontano ’66. Anche nella sua memoria quella “prima” a Corno è soprattutto il ricordo di una bella giornata tra amici e niente più. Ci narra con una risata rotonda del secondo tiro e di una grotta coperta da una sottilissima sabbia bianca. Ricorda che mentre recuperava a spalla l’amico Roberto, piano piano, come risucchiato verso il centro della terra, si è ritrovato sommerso fino alle ginocchia in mezzo a quel polveroso biancore.

 Anche lui sembra soddisfatto delle sue scelte e del suo percorso. Anche lui ha smesso di scalare prestissimo, nel ’75, «per seguire la famiglia». Tutto sommato non sembra che la roccia gli manchi poi tanto.

La cordata di testa è già in vetta mentre noi arranchiamo lenti sull’ultimo tiro. Un traversino verso destra, un po’ esposto, porta ad un alberello e da qui in pochi metri si giunge in cima, ritrovando la dimensione orizzontale. Libero pede pulsanda tellus diceva quel vetero-climber d’un Orazio. Un buon albero si presta per l’ultima sosta e via, fine dei giochi.

In alcune guide recenti, inspiegabilmente, questo tiro è stato cancellato. Quale ultimo passaggio viene presentato un diedro sulla sinistra, sicuramente più bello e soprattutto ricco di fittoni resinati, ma pur sempre una variante. I fratelloni Vaccari ripetendo, pochi giorni dopo l’apertura, l’itinerario degli amici non persero l’occasione di raddrizzare un po’ la linea e, a suon di cunei, riuscirono a superare l’ostico ed estetico diedro. Poi qualcuno, negli anni a seguire, ha sentito la necessità di richiodare l’intera via e (probabilmente per suo gusto) ha preferito privilegiare la variante Vaccari alla più arzigogolata linea percorsa dai pionieri. Ed ecco che l’uscita della via originale è caduta nel dimenticatoio…

Pietro corre a ripescare il povero Thor che stoico e paziente è rimasto ad attenderci alla base. Ga osserva l’orizzonte muto, sembra quasi accennare un sorriso sornione, rasserenato. Richi mi offre una barretta alle carrube perorandone, a gran voce, le virtù organolettiche e la bontà. Io mastico e medito.

Alla luce di questi incontri con i pionieri mi chiedo, «per quanto tempo avrò bisogno di questa roccia? Roberto e Gian Franco sembrano sereni e felici, protagonisti di esistenze compiute, senza la vana ossessione di pareti e tacche da strizzare. Che sia davvero un capriccio il mio andare per sassi?»

Thor abbaia tenorile e pluf, mi riporta alla realtà, scorgo tra la macchia Pietro che arriva di corsa col suo cagnone. Mi indica col dito un tetto sporgente, davvero impressionante «vedi, quella è Silvester, un 7b di Gullich, incredibile no? Quando mai avrò quel livello lo voglio provare!»

Lo guardo con fare complice e malandrino, poi gesticolando come mimi del circo Barnum iniziamo ad immaginare i possibili passaggi che quel cubo sporgente sul vuoto potrà mai riservare…e con un nuovo pluf, tutti i miei dubbi se ne vanno a Ramengo.

« Dammi , ti dissi, la castità e la continenza, ma non ora»

Sant’Agostino

Questa bislacca ricerca storica ha avuto un ampio ed articolato seguito, tanto che nella primavera prossima, in concomitanza delle celebrazioni dei 50 anni di arrampicata a Finale Ligure, il collettivo Finale’68, orchestrato da Gabriele Canu e dal sottoscritto, presenterà due differenti opere, che in un certo modo vanno a completarsi: un film – documentario ed un diario di viaggio. Per capire meglio cosa stiamo combinando potete visitare il sito www.finale68.it  e la pagina facebook  Finale’68 fb.

A breve lanceremo una raccolta fondi sulla piattaforma Indiegogo ( tra pochi giorni troverete il link d’accesso sul nostro sito). Se non avete paura di affidarvi a vecchi chiodi arruginiti e siete curiosi di conoscere le storie dei pionieri, seguiteci e sosteneteci!

By | 2017-11-18T22:32:49+00:00 3 novembre, 2017|

Un commento

  1. Antonio Badano novembre 5, 2017 al 3:58 pm - Rispondi

    Con Titomanlio, Negro ed Alessandro Gogna abbiamo fatto il corso di Alpinismo assieme negli anni 60 alla ligure.

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