Caccia all’orso nella wilderness più autentica

Cacciare senza essere sentiti, senza impatto sulle prede, assecondando i ritmi degli animali. Mantellina mimetica, levatacce e passo svelto per raggiungere la posizione di tiro. Arrivare in vista di camosci e stambecchi richiede qualche sforzo in più, in termini di fatica, di tempo e di esperienza alpinistica. L’orso impone invece una maggiore conoscenza del territorio, delle abitudini degli animali e non di rado la presenza di un cacciatore locale, disposto a svelare le postazioni giuste. Alla fine però il bersaglio è a tiro, si definisce il calibro… un 300 mm fisso, per i ‘colpi’ a lunga distanza, o un 14 mm quando si è quasi al corpo a corpo. Anche l’equipaggiamento varia, passa da strumenti automatici e leggeri, a quelli più pesanti, ma precisi e con capacità di raffiche prolungate, anche 10 colpi, pardon scatti al secondo. Del resto anche la fotografia naturalistica prevede un certo istinto venatorio, ma in nessuno caso termina con qualche testa appesa al muro. Mal che vada una stampa incorniciata, o una gallery postata sui social.

Oggi per la sessione “diaframmi” presentiamo parte dello sconfinato lavoro fotografico realizzato da Gianni Bavaresco, alpinista padovano che da 33 anni ormai scorrazza a giro per le Alpi a osservare la fauna selvatica, quindi fissarla su pellicola o sensore… a seconda dell’epoca. Come per l’alpinismo, anche nella fotografia naturalistica esiste un’etica. Nel caso di Gianni l’approccio è severo, potremmo dire “by fair means”. Prevede di frequentare solo zone selvagge, quelle dove le ‘prede’ non mangiano dalle mani degli escursionisti. Niente parchi dunque, ma aree in cui gli “incontri” bisogna sudarli, è necessario appostarsi prima dell’alba e ovviamente conoscere il territorio. Poi scatti a mano libera, senza cavalletti, quindi nessuna post-produzione.

«Spesso uso la mimetizzazione per avvicinarmi al massimo, è una rete speciale, ho imparato dai cacciatori» spiega Gianni «gli animali non riconoscono la sagoma perciò si arriva fino a 10 metri, meglio ancora se tra noi c’è una spaccatura, una crepa. Così si sentono al sicuro, sanno che non potrò raggiungerli».

La scelta della tipologia di soggetto prevede location diverse: Altopiano di Lavarone per i camosci, a Passo Coe; Alpi Giulie per le Volpi; stambecchi a Cima di Pramaggiore. Poi ci sono gli orsi, parte del capitolo di oggi, animale cui Bavaresco ha dedicato molto tempo, energie e intelligence. Leggasi conoscenze in grado di condurlo nel luogo giusto al momento giusto. Tramite un amico di Cividale è entrato in contatto con un cacciatore sloveno. «Siamo stati accompagnati nei boschi, a Masun nella foresta di Kocevje»…

Quindi ecco gli scatti di Gianni Bavaresco, cui seguiranno altri suoi lavori su paesaggi alpini e non appena il freddo inizierà a fare sul serio, proporremo una raccolta sul Ben Nevis, parco giochi in cui l’autore ama scalare in punta di picche e ramponi.

 

 

By | 2017-11-18T21:51:20+00:00 6 novembre, 2017|

Rispondi