The Great Trail, da sola in bici nel Canada più selvaggio

Talvolta le avventure, le grandi avventure sono il riflesso di una necessità. Qualcosa di fisico che toglie il sonno, rende quasi sordi, condiziona i pensieri impossessandosi pian piano della propria volontà. La soluzione è una: partire. È accaduto anche ad Antonella Giacomini, insegnante di educazione fisica bellunese con il vizio delle grandi traversate e delle nevi perenni. Dopo anni di attività, Antonella ha messo a segno uno stuolo di esperienze, dalle scalate all’isola di Baffin all’attraversata in autonomia della Groenlandia (650 km in 32 giorni, temperatura media -32°c), dallo Hielo Patagonico Sur (39 giorni) alla Gran Sabana venezuelana… e altro ancora. Oggi Antonella ci porta in Canada, alla scoperta del Great Trail, uno dei percorsi di avventura più lunghi al mondo, percorso in gran parte in solitaria, in bici, tra luglio e agosto. Ecco il racconto e la galleria di immagini.

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Credo che da tempo avessi bisogno di un viaggio così, completamente da sola. Credo che ci sia un momento in cui ognuno senta il bisogno di dimostrare a se stesso qualcosa. Mi viene in mente l’amico Antoin, navigatore normanno, che festeggiò i suoi 60 anni conducendo una barca dall’Europa all’America. Quando lo vidi al ritorno era raggiante; sul suo volto la fierezza indomita di chi aveva combattuto per qualcosa di importante ed aveva vinto“.

Da buon cancro, io sono di indole pigra, quanto ho fatto in questi anni ha richiesto sforzo, dedizione ed un po’ di autoconvincimento. Ma ho sempre saputo che le sensazioni che avrei ricevuto in cambio mi avrebbero drogata; resa dipendente da quel sentirmi appagata, soddisfatta e capace. Credo che sia proprio quando l’uomo non si sente più capace che scatti la crisi e la melanconia.

Le capacità sono molteplici e diverse: l’atleta investe soprattutto nel fisico, l’intellettuale magari di più nella mente, i mediocri come me un po’ qua e un po’ là.

Nulla in modo assoluto e categorico, solo qualche picco da una parte o dall’altra. Ad ognuno un proprio mare con tante onde da cavalcare. La cosa certa è che l’altezza delle onde, con il passare del tempo, probabilmente diminuisce, ma la cosa fondamentale è che qualsiasi sia la nostra onda, la si affronti rimanendo sulla cresta.

Whitbourne; è il 18 luglio, un martedì afoso. Sono seduta al tavolo di uno squallido fast food annesso all’altrettanto squallido motel dove stanotte sarò costretta a dormire. Per la mia tenda nei dintorni non c’è posto. Oltre i vetri, non proprio trasparenti, sfrecciano auto e camion lungo la Trans Canadian Highway; per quel che mi riguarda inaffrontabile in bicicletta anche se ben lontana, come traffico, dalle autostrade italiane. È per quello che mi trovo qui, perché domani prenderò un DRL, ovvero l’autobus che giornalmente garantisce, in entrambe le direzioni, il collegamento tra St John’s e Port Aux Brasques, tra la costa est e quella sud-ovest di Newfoundland, l’isola più estrema e più selvaggia del Canada Orientale.

Guardo quel groviglio di patate fritte, formaggio fuso e improbabile sugo di carne (forse la mia prima poutine?) che mi appresto a mangiare convinta non so se più dalla fame o dalla disperazione. Non ho grosse alternative; accerchiata da sobri Burger King, Mary Brown’s e Tim Nortons vengo salvata dallo “store” della pompa di benzina che, per me inspiegabilmente, vende birra. Non so se alla titolare del mio spoglio fast food, annesso al mio fatiscente motel, abbia fatto più effetto la mia faccia desolata di prima o quella felice del dopo aver trovato la birra, sta di fatto che me la lascia bere in pace senza richiedere patetici sacchetti camuffanti. Queste le condizioni psicofisiche in cui all’epoca ho scritto il pensiero “virgolettato” che apre questo racconto. Forse il tentativo di dare una giustificazione a questi due mesi, per lo più da sola, in Canada in bicicletta? Boh! In compenso un successo di like, di commenti e visualizzazioni.

A questo punto del mio viaggio sono 10 giorni che girovago da sola, e ne ho almeno ancora 20 prima che due mie amiche mi raggiungano per concludere in modo più turistico questo lungo vagabondare alla ricerca di “The Great Trail”. Mi ci è voluto un po’ a scoprire che The Great Trail non lo conosce nessuno e che in realtà non è altro che un marchio registrato per indicare quell’insieme di sentieri, percorsi e tracciati che in buona parte compongono il Trans Canada Trail. Questo sì i Canadesi lo conoscono, ma non lo praticano poi così tanto e soprattutto ovunque, smentendo quanto lo spot del consolato in Italia vorrebbe far credere.

È da un po’ di tempo che la motivazione per le mie esperienze si dipana lungo fili conduttori reali o inventati per l’occasione. Forse tutto ha avuto inconsciamente e involontariamente inizio nel 2000, quando attraversai con gli sci la Groenlandia da est a ovest per ripercorrere la prima traversata di Nansen; da qui hanno avuto origine i numerosi tentativi allo Hielo Patagonico con gli sci, la Carretera Austral in bicicletta e tanti altri viaggi più o meno avventurosi.

Contestualizzare quello che si fa, dandogli una connotazione storica, geografica, ambientale, culturale o quant’altro, oltre che sportiva ed esplorativa, dà sicuramente un valore aggiunto all’esperienza, o una scusa buona per partire.

Questo viaggio canadese è nato così: un post su Facebook del consolato canadese sull’inaugurazione nel 2017 di The Great Trail, un insieme di ciclabili, sentieri, strade secondarie capaci di collegare l’est con l’ovest di uno degli stati più estesi al mondo. Il lavoro corale di un’intera popolazione che per 25 anni ha scavato, spianato, transennato e tabellato più di 24.000 km.

Da un po’ tempo mi interesso di viabilità sostenibile ed anche di ciclo turismo. A tale proposito ritengo che sia importante andare a vedere quello che fanno gli altri per importare e, quando possibile, adattare alcune soluzioni a casa propria. In Italia in generale, ed anche nel tanto decantato Nord-Est, le ciclabili o i percorsi con precedenza ai ciclisti sono pochi e, cosa peggiore, quando ci sono, sono totalmente snobbati dalla maggior parte dei “corridori” della domenica.

Così decido di andare a vedere cosa fanno oltreoceano.

Scarico l’app, acquisto cartine (la libreria Vel di Sondrio in questi casi è ineguagliabile), sovrappongo tracciati che spesso non corrispondono o addirittura non trovo, calcolo distanze errate con Google, mi avvalgo di tutta la tecnologia possibile, che so usare male e che in fondo mi infastidisce. Infine arrivo alla conclusione che non mi troverò mai in un “white out” islandese e quindi fermerò la gente per strada e busserò alle porte tutte le volte che non saprò dove sono o penserò d’essermi persa. Così il viaggiare diventa anche un’esperienza socio-antropologica per la quale Mastercard è poco più di un suono vuoto.

Dopo aver capito che a St. John’s il mio fantomatico The Great Trail non è assolutamente affrontabile con una bicicletta attrezzata e carica come la mia (50 kg circa), decido di cambiare programma; ne seguo la parte iniziale per poi raggiungere la costa e fare il periplo prima della penisola di Avalon lungo la Irish Loop drive. Mi è subito chiaro che, percorrere a tutti i costi la vecchia linea ferroviaria dismessa per mantener fede ad un progetto pensato sulla carta, non avrebbe reso giustizia e merito a quest’isola, la cui bellezza assoluta è data dalle sue coste dure e selvagge e non tanto dall’entroterra. Le pendenze certo cambiano; niente falsi piani da sonnolenta locomotiva, ma un susseguirsi di vertiginose discese, per raggiungere i piccoli porticcioli, e salite da spingere per ritornare al di sopra degli scogli; il tutto sotto un sole meraviglioso ed inusuale per quelle latitudini e sferzata da un vento che, non ho mai capito perché, come tutti i venti che si rispettino, soffia sempre contrario.  Ma la scintilla è scoccata, il legame con questa terra ed il suo popolo è via via sempre più forte; dormo sui soffici prati in riva al mare, mangio per terra, a volte invece da sola in accoglienti cucine mentre i miei ospiti incuriositi mi tempestano di domande alle quali spero di rispondere, non capendo quell’antico dialetto irlandese inasprito e soprattutto velocizzato da secoli di uso e abuso. Inseguo con la mia bicicletta balene che pasteggiano a riva, pulcinella di mare che goffamente atterrano sulle scogliere, maestosi iceberg che pigramente scivolano al cospetto della penisola di Twillingate e l’isola di Fogo.

Valeva quindi la pena sopportare un fast food squallido e il suo altrettanto squallido motel e il compromesso di un autobus per evitare un tratto di autostrada e raggiungere le coste più a nord, più dolci, anche se più fredde e battute dalla pioggia.

Quando lascio Newfoundland sono passate più di due settimane e oltre 1000 km. Mi sento prosciugata; ho ricevuto molto e ho dato molto. Lo stesso ricevere richiede sforzo e dedizione; richiede apertura verso l’altro, disponibilità a capire e condividere, sapersi muovere in punta di piedi. Devo al popolo di quest’isola una grande lezione di educazione, civiltà e accoglienza. Ma mi sento provata; non potrò mai dimenticare questa terra, ma ho bisogno di cambiare e di andare in nuova Nova Scotia.

I pascoli, il bestiame, gli altissimi silos bianchi e verdi, i cartelli che indicano il pericolo che bambini su slitte ti attraversino la strada mi danno un senso di rilassatezza. È vero che il Cabot Trail, che percorro solo in parte, è estremamente duro e che la maggior densità di popolazione insieme ad alcuni tratti obbligati di autostrada mi mettono ansia, ma quando finalmente intercetto nuovamente The Great Trail sono lungo le Celtic Shores, tra Inverness e Port Hastings: costa bassa, piccoli villaggi celtici, musica ovunque e ottima birra alla spina, che non guasta mai.

Ma l’apoteosi del mio vagabondare in bicicletta la raggiungo a PEI, come semplicemente i Canadesi chiamano la splendida Price Edward Island. Qui The Great Trail, che in realtà è il Confederation Trail, dà il meglio di se stesso; quasi 400 km di linea ferroviaria che conduce dolcemente da est a ovest e si dirama verso i centri principali sulla costa, attraversando boschi, paludi, campi in fiore di patate, colza, trifoglio, mais e frumento a tutti gli stadi di maturazione. Sabbie che cantano, enormi dune fossili che si muovono, terre rosse che richiamano le trecce della tenace e caparbia Anna (dai capelli rossi), i tetti verdi della Green Gables House a Cavendish e le sue romantiche stanze che furono fonte d’ispirazione per Lucy Maud Montgomery. I fieri villaggi acadiani, dove ascoltare musica parlando un antico francese, le saporite zuppe di astice, le lisce ostriche in bocca, PEI bombarda tutti i sensi lasciando me e le mie amiche, nel frattempo arrivate, letteralmente stordite.

Decanteremo il tutto lentamente, seguendo le acque turbinose del San Lorenzo lungo le Chemin du Roi; Quebec City, Montreal città fantastiche che però rompono l’incantesimo. Ma io ormai mi sento di aver cavalcato la mia onda. Non so bene quanto alta sia stata e poco mi importa, ma sento di aver raggiunto una specie di epifania. Come la “Gente di Dublino” di James Joyce sono consapevole di aver vissuto un’esperienza che mi ha ricondotta ad una profonda riconsiderazione di me e questo mi fa sentire capace.

By | 2017-12-04T18:13:36+00:00 22 novembre, 2017|

2 Commenti

  1. Adriana novembre 27, 2017 al 2:51 pm - Rispondi

    Brava Antonella, belle parole da donna forte, coraggiosa e nello stesso tempo riflessiva e consapevole.
    L’opportunità di questo viaggio fantastico è un sogno da condividere per far capire prima di tutto a te, ma anche ai lettori, che il viaggio non è mai solo quello che si pensa, ma dà inaspettatamente altro e comunque sia, dà valore alla vita.

  2. Antonella Giacomini novembre 30, 2017 al 9:30 pm - Rispondi

    Grazie Andriana. Credo che tu abbia colto in pieno quanto volevo trasmettere e ne sono felice. Ti auguro un’esperienza così.

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