Transamerica Pyramid, ovvero la verticalità di San Francisco

      Era forte ed incessante il desiderio di tornare alla vita totalmente dedicata ai suoi desideri, natura profonda, montagne e foreste, animali e amori.

        … Trangugiò acqua il più possibile per idratarsi, si vestì e scese usando le scale. Si sentiva bene ed in forma, la mazzata del lungo viaggio unitamente al fuso orario già non si faceva più sentire.

Si ritrovò in reception bissando un cameriere in alta uniforme che cercava di convincerlo ad accompagnarlo nella affollata sala per la colazione.

Il concierge appena lo vide, senza quasi guardarlo gli consegnò una busta bianca chiusa. Marek la prese e la aprì andando verso la grande porta girevole di uscita.

“Domani 16, ore 9.15 AM, Transamerica Pyramid. 325 metri. Civico 600 Montgomery Street. Spigolo Sud-Est.”

  Fuori all’aria aperta si sentì bene. Respirò forte riempiendo l’addome e spalancando gli occhi. L’aria calda e l’atmosfera erano perfette. Le informazioni appena lette gli davano la sicurezza ed il programma del suo immediato futuro. Saper cosa fare a volte fa stare meglio.

Gettò la busta ed il foglio minuziosamente stracciato nel cestino dorato dell’hotel.

  Oggi avrebbe passato la giornata a localizzare il grattacielo da scalare e studiarlo a fondo ma senza dare nell’occhio. Avrebbe dedicato anche un po’ di tempo a visitare il museo d’arte più importante di San Francisco.

“Taxi Mr…?” “No grazie cammino”, rispose in italiano sebbene l’inglese lo conoscesse bene.

     Camminare lo rilassava, la deambulazione era un in sé una sorta di preghiera. Gli piaceva sbilanciare il suo corpo in avanti, muovere la gamba destra e poi la sinistra in successione sincrona e perfetta, fissare il punto dove arrivare ed una volta raggiunto puntarne un altro.

Era come disegnare con il corpo il proprio viaggio. Come se la vita stessa fosse fatta da un’infinità di punti da collegare tra loro, senza un percorso prescritto e prestabilito. Perdersi così nella fantasia strada facendo, sapendo dove andare, ma lasciandosi trasportare dal vento e dal calore, dagli odori e dai richiami della luce, e disegnare la propria esistenza.

E la sua vita era nata e vissuta tutta in montagna in salite e discese. E ultimamente su piani inclinati verticali di palazzi e grattacieli di città forestiere.

E la prossima cima era quella piramide immobile di cemento costellata da migliaia di finestre di questa grande città oltreoceano.

Camminò una buona mezzoretta guardandosi attorno ma senza mai fermarsi o incrociare gli sguardi dei passanti.

   La vitalità carnale e vivace di San Francisco gli piaceva e lo metteva di buon umore. Lui non guardava nessuno e nessuno guardava lui, come fosse trasparente.

Improvvisamente dietro l’ennesimo spigolo di palazzo si profilò in tutta la sua potente interezza e maestosità la Transamerica Pyramid.

La mastodontica e ben proporzionata guglia di cemento, ben riconoscibile anche da lontano per la sua particolare forma, era l’obelisco di orgoglio architettonico della città, situata nel cuore del quartiere Financial District sede di banche e società d’affari mondiali.

Un polo nevralgico ed economico importante degli Stati Uniti d’America.

Marek si sedette scegliendo la panchina che gli poteva far vedere in toto lo spigolo sud-est designato alla scalata.

Da lì sotto, dalla partenza della perfetta linea dello spigolo che si infilava vertiginoso verso il cielo azzurro californiano per quasi trecento metri filanti e lisci come la pelle del culo di un bambino, il pensiero di doverla salire slegati gli faceva paura più dell’inferno.

  Marek era avvezzo a queste visioni e sapeva che un trucco per non farsi intimidire troppo era di guardare metro per metro come se il punto lassù in alto in cima fosse fatto di un migliaio di puntini.

Bastava collegarli tutti insieme, senza guardare in su e tantomeno in giù. Un gioco da ragazzi si diceva tra sé e sé. Ma non ne era convinto neanche lui. Anche se questo era quello che avrebbe dovuto fare il giorno dopo.

  Localizzò con precisione il punto di attacco, un pilone di cemento liscio che si allungava in verticale per una ventina di metri prima di raggiungere la prima finestra rettangolare.

Avrebbe sfruttato lo spigolo per provare ad arrivare al primo davanzale.

Da lì in poi forse sarebbe stato un po’ più facile.

I primi metri erano sempre i più difficili. Staccarsi da terra con la gente vicina che urlando non ti permette di concentrarsi, creava uno stato mentale complesso e  delicato proprio nel momento più arduo. Ma poi via via salendo tutto sarebbe andato a posto riallineando pensieri e movimenti nella progressione.

Era un film già visto parecchie volte. Era bastato uno sguardo da lontano ed uno da vicino per capire esattamente dove attaccare, e non gli sembrò neppure così difficile stavolta.

  Una scalata di oltre trecento metri, continua e sempre uguale fino in cima. Una serie di movimenti sincroni, addirittura noiosi, cercando la perfezione come una sonata di Mozart.

La cosa più complicata anche questa volta sarebbe stato non perdere la concentrazione,  conservare e ottimizzare le forze fino in cima sull’esiguo piano della sommità. Attenzione massima ad ogni passo, scrutando e saggiando ad ogni appoggio dei piedi in aderenza e ogni mini appiglio su quello spigolo liscio ed affilato.

Sembrava che questa volta tutto fosse più facile delle ultime quando il clima era sfavorevole e umido rendendo tutto scivoloso e la riuscita aleatori.

  Gli venne in mente  quanto aveva penato sullo Shanghai World Financial Center in Cina in mezzo ad un inquinamento scivoloso che rendeva tutto sdruccioloso.

Anche a New York aveva rischiato tanto, tribolando sul vecchio cemento centenario e scrostato dell’Empire State Building.

  Ed era ancora limpida la paura che aveva avuto a Singapore sull’United Overseas Bank Plaza One. Il caldo, l’umidità e il sudore alle mani gli avevano fatto perdere l’aderenza più volte mettendo in forse la salita e la sua vita.

Ma tutto era passato, e al meglio. Il grattacielo che ora faceva bella mostra davanti a lui sembrava un vecchio amico che lo invitava a bere un bicchiere di vino rosso all’ombra del campanile del paese.

Eh sì, ripensando a tutte le salite che aveva fatto nel passato, questo piramide oblunga che si ostentava nella sua bellezza come una sposa nel sole sembrò a Marek addirittura facile. Ed era la prima volta che lui dimostrava tutta questa sicurezza.

Sarà stato il clima perfetto, caldo al punto giusto, poca umidità oceanica, le condizioni del muro verticale in ottime condizioni. E poi da lassù di certo lo sguardo avrebbe potuto guardare lontano, molto lontano, se mai ne avesse avuto il tempo.

“Si, tutto facile questa volta”, pensò sorridendo sornione. Ma era più un incoraggiamento, conosceva benissimo i rischi mortali a cui andava incontro dopo soli pochi metri verticali. Si trattava di scalare senza corde e protezioni. Free Solo come si dice in gergo alpinistico.

  Si alzò dalla panchina ripassando a memoria tutto quello che avrebbe dovuto fare l’indomani, e per ultimo ragionò che gli sarebbero bastate un paio di scarpe a suola liscia per l’aderenza ed il sacchetto di polvere di magnesio legato dietro sulla cinta.

Ma sapeva con esattezza che gli sarebbe stato fornito il materiale per l’impresa, e come sempre era successo niente era mai mancato, anzi tutto era come previsto perfetto!

Ora mancava solo saper l’orario di attacco, presto di certo avrebbe avuto informazione, ma sapeva che non avrebbe dovuto lui cercare, ma sarebbe stato contattato al momento giusto. Teneva nella tasca destra dei jeans il telefonino nero.

Erano esattamente le 12.50, si sentiva particolarmente bene e carico per l’indomani come un toro Brahma prima della corrida.

Avrebbe avuto tutto il pomeriggio da dedicare a se stesso e alla sua grande passione, l’arte.

  Entrò in un internet-point e fece una veloce ricerca sui musei e mostre di San Francisco. Gli brillavano gli occhi, c’era tanto da vedere e ampia scelta di arte moderna, quella che lui prediligeva.

Si annotò una mezza dozzina di indirizzi sul palmo della mano sinistra con la penna ed uscì dal negozio di volata.

Si sentiva eccitato e vivo. In piedi sul bordo della strada con la mano ed un sorriso disarmante  fermò il primo taxi che passava. Non era ancora seduto che aveva già pronunciato: “151 Road Street, Museum of Modern Art, thanks guy”.

Il guidatore sorrise ed in pochi minuti lo condusse in una delle più belle zone della città, nel bel mezzo della zona di Yerba Buena, e si fermò proprio ai piedi del Pacific Bell Building.

  Marek pagò invaso da uno sguardo beato, con gli occhi ed il cuore puntato sull’ingresso del museo che già dalla presentazione prometteva grandi emozioni.

E di certo non lo lasciava indifferente la dicitura che riferiva che il progetto del SF Moma, così soprannominato, fosse dell’architetto Mario Botta, figura d’orgoglio dell’architettura moderna italiana.

Entrò con passi lenti per onorare quel momento, con tutti i sensi al massimo dei regimi, ingordo e goloso di vedere.

Ne uscì dopo quattro ore accompagnato da un uomo di colore con una divisa ben stirata ma di due taglie più grande perché l’orario di chiusura era terminato da un bel po’ e lui era l’ultimo visitatore.

In piedi sull’uscita del museo si sentiva ebbro e stordito dallo spettacolo fantastico a cui aveva assistito.

  Un’infilata di più di ventimila opere tra dipinti, fotografie e sculture. Una sfilata di Andy Warhol, Jackson Pollock, Henry Matisse, Marcel Duchamp ed una carrellata  esaltante del meglio del ‘900 artistico mondiale, e forse era riusciti a vederle tutte.

Ubriaco di bellezza, emozionato fermò un taxi che lo consegnò davanti all’entrata dell’hotel, ma non prima di essere passato a vedere il rosso Golden Gate Bridge.

Il ragazzo in livrea gli aprì la porta, Marek pagò il tassista e si diresse senza guardarsi attorno a prendere la chiave al bancone  di marmo rosa di fronte a lui.

  Si diresse verso le scale snobbando i ricchi e luminosi ascensori a porte spalancate che sembravano casseforti dorate.

Salì ed entrò in camera che erano le 19.15.

Ripensando e ripetendo il programma dell’indomani prese il telefono e ordinò la cena che non tardò ad arrivare accompagnata da un profumo promettente.

Mangiò piano con un sottofondo televisivo che annunciava le news della BBC. Ma non ascoltava.

  Aveva fretta di sdraiarsi e di chiudere gli occhi. Finito di mangiare spense la televisione e le luci e si sdraiò direttamente a letto.

  Sognò ad occhi aperti i suoi desideri, quelle stagioni naturali scandite con perfezione e precisione, inno supremo alla bellezza della vita.

Una vita senza più appuntamenti ed orari, aerei e lusso inutile, falsi nomi e rischi mortali inauditi e vani. Voleva quell’equilibrio che conosceva bene. Voleva bruciare incubi e paure, insicurezze e sfiducie.

Avere il coraggio che spetta ad ogni uomo libero,  l’ardire di dire basta a chi lo ingaggiava per un qualcosa a cui non credeva e che lo allontanava da se stesso.

Si svegliò senza neanche essersi reso conto di addormentarsi. Attraverso le palpebre chiuse vide la luce del giorno.

Stette con gli occhi chiusi per qualche secondo in cui ripassò mentalmente il programma della mattinata. Poi aprì gli occhi di scatto e si alzò in piedi. L’ultimo flash di pensiero fulmineo gli ricordò beatamente che la sera stessa sarebbe ripartito in direzione est per casa. Ma fu un vento fulmineo che scomparse immediatamente, lasciandogli comunque un sapore buono in bocca.

  Aprì il frigorifero e divorò avidamente tutto quello che poteva, escluse quelle cose che per abitudine non mangiava mai, tipo patatine e snack artificiali.

Pane, frutta, una confezione di prosciutto crudo di chiara provenienza italiana, formaggio giallo come il tuorlo delle uova. Burro e marmellata. Frutta secca e quella fresca esotica che faceva capolino nel cesto al centro del tavolo di vetro. Bevve acqua fino a vomitare.

  Avrebbe avuto bisogno di tante energie nelle prossime ore. Di tempo prima di uscire dalla stanza ce n’era a sufficienza. Si sedette sulla poltroncina di pelle rosso bordeaux e con i pensieri volò lento come un’aquila prima della picchiata su un piccolo di camoscio allo scoperto tra le rocce.

Quando riguardò l’orologio al polso erano le otto e cinquantuno minuti, né presto né tardi, giusto.

Indossò un paio di pantaloni in lycra attillati e la t-shirt con una grande scritta sul dorso di una ben nota marca multinazionale di articoli sportivi.

Vestì le scarpe da ginnastica, prese lo zainetto che aveva trovato la sera prima sopra al divanetto di pelle rosso bordeaux. Dentro c’erano le scarpette designate per la scalata ed il sacchetto di stoffa cerata con il magnesio.

L’omino dietro il bancone vedendolo in tenuta sportiva gli disse: “Mr, questa mattina jogging?”

Marek annuì solo leggermente senza proferire parola ed uscì.

Il taxi prenotato era già davanti all’uscita, alla fine del tappeto rosso cangiante con la scritta cubitale ma elegante dell’hotel.

Aveva già la porta aperta e lui entrò. Il ragazzo del taxi si voltò quel tanto che basta per chiedere dove andare.

Six hundred Montgomery Street, thanks”, e partirono.

Dopo pochi minuti l’auto si fermò davanti all’ingresso principale della piramide di cemento armato e vetro, quaranta metri prima dell’angolo predestinato dove uno dei pilastri dello spigolo metallico dell’edificio poggiava arrogante a terra reggendo un quarto delle migliaia di tonnellate del pachiderma di cemento.

  Tra l’entrata, dove Marek era sceso, e lo spigolo perfettamente a metà percorso c’era una panchina di marmo chiaro senza schienale.

Guardò il consumato orologio nero Suunto Vector che gli fasciava il polso sinistro assieme a cinque cordini di kevlar, vezzo e gioielli da alpinista.

9.27, raggiunse a lunghi passi ma senza dare nell’occhio la panchina, sfilò le braccia nude dallo zaino e lo aprì, si tolse le scarpe da ginnastica e si infilò quelle ben più strette da scalata.

Si sistemò dietro con un piccolo moschettone sulla cinta dei pantaloncini il sacchetto colorato. Al volo mise dentro allo zaino le scarpe da ginnastica. Si alzò e lo ficcò nel vicino bidone delle cartacce.

  Fu così veloce e determinato che nessuno si accorse di ciò che stava succedendo. E il bello doveva ancora cominciare.

Senza esitazione e come in trance in pochi passi fu all’attacco. Negli ultimi pochi metri aveva già aperto la stringa del sacchetto del magnesio attaccato dietro la schiena e ci aveva infilato dentro voluttuosamente prima la mano destra e poi la sinistra ritirandole bianche con uno sbuffo e soffiandoci forte sopra per eliminare l’eccesso della polvere grippante bianca.

Così era pronto alla base del viaggio verticale. Guardò verso l’alto senza però poterne vedere la cima troppo lontana. Duecentosessanta metri o poco più lo invitavano a salire ma allo stesso tempo lo respingevano malvagi e sarcastici.

Ignorando tutti gli avvertimenti, si sfregò le mani per impregnare ancor più la polvere bianca nella pelle callosa e partì. Si sentiva bene, per niente nervoso.

  Il potente traliccio era ancora immerso nell’ombra proiettata nel palazzo bianco al suo fianco al di là della strada. Le mani di Marek non sentirono né freddo né caldo. Si spalmarono sulla superficie metallica come fossero ventose.

I piedi un po’ in opposizione su spigoli evanescenti in pochi secondi gli permisero di alzarsi di una manciata di metri.

Fu come se il mondo tutt’attorno e sotto si fosse fermato in sospensione. Nessuno si accorse di niente. Il tempismo consumato dall’esperienza aveva congelato la scena per quei pochi secondi necessari per distaccarsi da terra senza essere disturbato.

  Marek si meravigliò di quel silenzio irreale protratto. Contrariamente a quello che aveva sempre fatto si fermò un attimo alla fine del pilone portante.

Sentiva il suo respiro nella pancia alzare il diaframma, profondo e organizzato con i battiti del cuore forte come la roccia delle sue montagne. Insieme ed all’unisono suonavano come tamburi una danza tribale, antica, incessante e psichedelica. Tutto era sotto controllo. Intorno silenzio da voci e da traffico metropolitano.

Guardò giù stranito dal fatto che nessuno si fosse ancora accorto di lui, abbarbicato al nulla ad una manciata generosa di metri sopra le loro teste.

Ma non perse tempo a meravigliarsi, non era lì per guardare, bensì per farsi guardare.

  E ripartì proprio nel preciso momento in cui un grido forte come l’ululato del lupo uscì strozzato e terrorizzato dalla gola di una signora elegante con una borsetta firmata appesa al braccio sinistro.

Sorrise Marek, “tutto a posto” pensò, “la giostra scricchiolando è partita”.

Ruotò la testa verso la parete con soddisfazione, in fondo lui era l’artista protagonista in quel palcoscenico artificiale ed asfissiante. Riprese a salire sentendo in lontananza sempre crescente voci ed urla sommesse, improperi e ben presto le prime sirene stonate della polizia, vigili del fuoco ed ambulanze strillando arrivare sotto di lui.

  Pensò: ” Tra un po’ entrerà in scena anche l’immancabile uomo in giacca e cravatta con il megafono a consigliargli di scendere …”. E mentre lo pensava a bassa voce Marek già non sentiva più niente, se non solo se stesso, il suo corpo, il suo cuore, i suoi pensieri sereni, le sue paure sopite che gli davano una forza divina e lo rendevano immortale. In fondo questo eran quello che sapeva fare. E sapeva farlo bene, alla perfezione.

  Lì sotto migliaia di teste sfocate trepidavano in un continuo ed incessante ooohhhhh simile ad un mantra dell’Asia profonda.

Ed ogni volta che toccava terra tutto quella melodia sommessa si trasformava in applausi e grida di sfogo gioioso. Ma dentro di lui si rompeva ancora una volta il sogno, la speranza di trovare quell’equilibrio cercato tra le pieghe del viaggio estremo verticale.

  Marek desiderava ed agognava stare solo lassù, il più vicino possibile alla sua leggerezza, silenzio, libertà anarchica.

Con la sua arte sapeva coinvolgere ed emozionare tutte quelle teste con il naso rivolto all’insù, quelle anime in apnea con bocche spalancate con il fiato sospeso sembravano implorargli di scendere e far terminare quella visione eccitante, fin troppo emozionante ed insostenibile.

Al contrario lui da lassù non sarebbe mai sceso.

                             Gli ultimi metri di una vita

  Le pale dell’elicottero sbattevano l’aria come sculaccioni nel sedere di un bambino capriccioso.

La voce amplificata del megafono grigio davanti alla bocca del poliziotto gracchiando parole stupide ed inutili lo riportò alla realtà.

Aprì gli occhi già aperti e vide sotto di sé il nulla dell’abisso crudo e algido appena scalato. Alzò lo sguardo verso l’alto con un senso di vomito. Si sentì sorpreso vedendo gli ultimi cinque metri di parete di cemento.

Oltre c’era solo l’azzurro screziato di bianco dello sconfinato cielo californiano.

Con tre bracciate fu sopra, e i piedi potettero poggiare a piè pari su un piano orizzontale.

  In un attimo era lassù, aveva terminato la sua opera. Ma ancora più veloci le manette fecero un clack metallico due volte chiudendosi strette sui suoi polsi indolenziti.

Le voci sbraitanti ed inferocite dei poliziotti in divisa arrivarono al cervello di Marek ovattate e fatte di domande senza senso.

I molteplici flash accecanti dei fotografi invadenti e maleducati aumentavano il rombare sordo nel cervello di Marek.

  Le telecamere lo filmavano senza tregua. Venne strattonato malamente alla stessa stregua di un pericoloso delinquente. In un attimo si trovò nel veloce ascensore che lo condusse scortato da quattro militari in divisa da guerra e mascherati nell’atrio del palazzo e poi di filata nel cellulare che a sirene spiegate si diresse evidentemente fino al comando centrale di polizia.

E poi l’interrogatorio con la luce opprimente piantata davanti alla faccia ancora sudata ed allucinata. Domande su domande con risposte mute e sguardo assente come da copione.

Ancora minuti violenti e frustranti e poi all’improvviso l’attesa telefonata all’agente in borghese davanti a lui celato dalla luce abbagliante.

Lo sguardo improvvisamente inebetito e stordito dell’uomo con il telefono in mano ed il silenzio conseguente fece capire a Marek che era proprio la telefonata che aspettava per dare un taglio finale a quella messa in scena. Tutto era finito!

La situazione mutò repentinamente sotto lo sguardo rincretinito degli agenti in piedi attorno a lui.

Straniti gli tolsero le manette con ritrovato garbo e rispetto e lo accompagnarono fuori dalla stanza buia della sguardo muto. Dallo sguardo stampato in faccia era chiaro che si chiedeva chi potesse essere quel bell’imbusto  per essere così protetto.

Attraversò il corridoio accompagnato dall’investigatore che qualche istante prima aveva avuto ordini da chi sa chi. Venne fatto salire su una macchina nera lucida districandosi tra un muro umano di giornalisti eccitati e telecamere accese.

Marek indossava ancora la t-shirt con l’evidente scritta sulla schiena che pubblicizzava neanche tanto celatamente lo sportivo brand mondiale.

Il silenzio regnò sovrano indiscusso nell’abitacolo dell’auto diplomatica. Si fermò davanti al suo albergo e con poche parole sommesse ma precise gli dissero che aveva cinque minuti per cambiarsi e recuperare i suoi effetti personali in camera. Lo avrebbero aspettato nella hall e poi lo avrebbero scortato fino all’aeroporto e da lì imbarcato a vista sul volo diretto San Francisco-Milano Malpensa.

Così fu, e dopo averlo accompagnato al gate, prima del congedo gli infilarono furtivamente nella tasca destra del gilè nero che indossava una busta bianca.

Marek la aprì camminando verso chissà dove. La aprì curioso ma già sapendo che quella sarebbe stata l’ultima volta.

           La libertà non si mendica, la libertà si esercita.

By | 2017-12-01T18:14:02+00:00 24 novembre, 2017|

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