Sul Similaun, per conoscere la passione per l’alpinismo

Ci sono vette che, anche se non sono per forza le più elevate, ti restano dentro. Vuoi per lo sforzo che hai fatto, vuoi per le emozioni che hai provato, vuoi per i compagni di cordata che erano con te. Già è difficile spiegare le sensazioni che ti spingono ad andare in montagna, ma lo è ancora di più raccontare perché quella cima è particolarmente significativa a livello personale. Eppure, uno ci deve provare. E sebbene non sia difficile, questo è il caso del Similaun.

Come ogni volta, ci sono mille progetti in testa, poco tempo a disposizione, ma alla fine scatta quel momento. Per una strana congiuntura astrale siamo tutti d’accordo, siamo tutti disponibili e le condizioni meteorologiche sono ottimali. La scelta del Similaun, la vetta più alta della Val Senales in Trentino-Alto Adige con i suoi 3.607 metri, non è casuale. Tutti e tre l’abbiamo già scalata, e il pensiero di ritrovarsi di nuovo lassù, con quella splendida visuale che si può godere dalla sua cima, è troppo forte. Siamo verso la fine di settembre, nei giorni scorsi ci sono state diverse nevicate, ma il bollettino nivologico è rassicurante. Non ci saranno sorprese, come ci conferma anche il gestore del rifugio al Giogo Basso. L’unico piccolo problema potrebbe essere sul traverso poco prima della cresta finale. In genere è ben ghiacciato, ma la nevicata potrebbe aver coperto la crepacciata. Siamo però abbastanza scafati da saper riconoscere i pericoli, e soprattutto non abbiamo alcun problema a rinunciare quando le condizioni non sono quelle migliori. «Bene, allora è tutto deciso. Prendiamoci venerdì, sabato e domenica. Si torna sul Similaun», ci diciamo mentre guardiamo la cartina. E così sia.

L’attesa è quella tipica. Almeno per me, l’eccitazione dell’ascesa ha un effetto assurdo. Invece di riposare, la notte prima il mio corpo decide che l’adrenalina deve essere rilasciata a dosi massicce. Impossibile dormire bene, impossibile non sognare i movimenti, impossibile rilassarsi. È una condizione che non ho mai avuto nemmeno durante gli esami universitari. E in genere, come sa la moglie, riesco a mantenere controllo, freddezza e compostezza anche nelle situazioni più estreme. «Sei glaciale», dice sempre mio padre. Ed è vero più o meno sempre, tranne la notte prima di un’uscita. Le ho provate tutte, dal mangiare leggero all’andare a dormire presto, a bere un bicchiere di latte caldo prima di coricarmi, passando per la valeriana. Niente. Prima di una scalata, la reazione del mio cervello è sempre la stessa. È troppo eccitato per far riposare i miei muscoli. E gli altri lo sanno, e infatti mi prendono in giro. «Poco male – mi dico -, vorrà dire che riposerò al rifugio». Ma il primo problema è quello di arrivarci, al Rifugio Similaun.

La scelta migliore per godersi al massimo questa cima è infatti quella di dividere la scalata in due tronconi. Il primo, una volta arrivati a Vernago e aver parcheggiato lungo il lago, è dedicato all’arrivo al Giogo Basso, dove è collocato il rifugio da cui il giorno successivo – nel secondo troncone – si potrà tentare la vetta. Se si è ben allenati e non si fanno pause, in circa 3 ore e mezza si passerà dai 1.700 metri di Vernago ai 3.000 del rifugio. Considerato che il mio corpo si rifiuta di rispondere agli stimoli, so già che ce ne metterò un poco di più, anche perché le corse ho sempre preferito non farle in montagna. E come me, anche i miei compagni.

Una volta allacciati gli scarponi e controllato tutta l’attrezzatura, partiamo. Per stare leggeri, non abbiamo portato le scarpe da avvicinamento, ma abbiamo lasciato il parcheggio già con gli scarponi da ghiacciaio. Nonostante i nostri siano fra i più leggeri sul mercato, il loro peso si fa sentire sul sentiero che conduce al rifugio. E mi viene in mente quella volta che, durante l’avvicinamento alla Palla Bianca, fui costretto a desistere all’ascesa per via di un paio di calzini che avrei dovuto buttare e che, complice lo sfregamento contro questi stessi scarponi, mi procurarono un paio di vesciche talmente grandi da farmi rinunciare. Stavolta non è così, però. Non sono stato così sciocco da non cambiare le calze e fra una foto al panorama e una pausa per reidratarsi, siamo alla nostra prima meta verso le 3 di pomeriggio, in perfetto orario sulla nostra tabella di marcia. Meno di quattro ore, tutto il tempo per rilassarci, chiedere informazioni sullo stato del ghiaccio, leggere un libro e, soprattutto, rifocillarci in vista del domani. Un piatto di pasta, dello spezzatino sopraffino, un paio di bicchieri di rosso, e siamo ancora lì, a guardare fuori, laddove se tutto va bene saremo domani.

La notte al rifugio passa tranquilla, se non fosse per un maledetto raffreddore mal curato che mi dà noia. Prima di coricarmi, tuttavia, prendo una pastiglia di Actigrip, uno dei più comuni farmaci da banco. Tecnicamente, è considerato doping dalla comunità dei medici sportivi, poiché contiene pseudoefedrine. È però l’unica cosa che potrebbe darmi una mano, aprendomi i bronchi. E già in passato ha funzionato egregiamente. Ci svegliamo con calma, alle 5, e dopo una buona colazione, siamo pronti. La tabella di marcia prevede di essere in vetta fra le 9 e le 9.30, in modo da avere una finestra abbastanza ampia da tornare alla base senza incontrare difficoltà nella progressione in discesa.

La salita, come detto, non presenta particolari difficoltà, ma c’è un aspetto che non deve essere mai sottovalutato. Ci sono i rischi soggettivi, come la scarsa preparazione fisica o l’over-confidence, e ci sono i rischi oggettivi, come la situazione del ghiacciaio e la presenza di altre cordate. Siamo ben rodati, e siamo veloci, ma alla fine c’è sempre il rischio di trovarsi dietro a una cordata poco esperta o molto lenta. Ma allo stesso tempo, c’è anche il rischio di dover fare la traccia sul ghiacciaio, e anche se quello del Similaun non presenta molti pericoli, si tratta pur sempre di una massa “vivente”, in movimento. Sottovalutare questo aspetto può provocare incidenti non da poco. Siamo tranquilli, siamo legati e il morale è alto. Quasi mi dimentico del raffreddore, dato che i bronchi funzionano bene (grazie all’aiutino), e il tratto iniziale sul ghiacciaio, fino alla lunga curva verso destra, lo faccio da primo. Poi ci cambieremo dopo la curva, e così si farà per la discesa.

È quando affondo i ramponi sul ghiacciaio che mi ricordo perché adoro l’alpinismo. La sensazione che regala la progressione in conserva su ghiaccio è incomparabile. Sei legato ai tuoi compagni, ma sei anche legato allo stesso ghiaccio. Lo devi rispettare, lo devi capire, lo devi decifrare. Se lo rispetti, lui rispetterà te e la tua cordata. Non sono ammessi errori, e quindi entri in simbiosi con esso, con la neve, il ghiaccio e la roccia. Mentre procedo, fischietto mentalmente, quasi sempre, e talvolta pure dal vivo, se non fa troppo freddo. È un modo del tutto personale per, da un lato trovare la sincronia dei passi, dall’altro per omaggiare il gigante di ghiaccio su cui sto piantando i ramponi. E penso, penso sempre. Penso ai movimenti, penso al ghiacciaio stesso, e penso tantissimo sul fatto che preferisco un’ora di alpinismo a mille ore di arrampicata. Infatti nella mia vita trovo sempre qualcuno che mi ricorda che sono “troppo pigro” nell’arrampicata sportiva e trad. Ed è vero, perché non ho paura ad ammettere che sono un animale da ghiaccio e misto, da aria sottile, da albe a 3.000 metri e gelo, tanto gelo. Lo stesso gelo che troviamo una volta arrivati alla cresta finale, e poi alla vetta, con il vento che se non fosse per le maschere ci avrebbe congelato perfino le sopracciglia. Ancora una volta, il Similaun mi ha ricordato che la sensazione di libertà che si può trovare a queste altitudini, in queste condizioni climatiche, vale tutto l’oro del mondo.

Ma perché ci piace così tanto il Similaun? È una risposta a cui non ho ancora trovato una risposta, devo ammetterlo. Forse perché è un’ascesa plaisir, piacevole, ma comunque abbastanza lunga da dover essere divisa in due giorni. Forse perché dentro di me fa sempre riflettere il fatto che su quelle rocce Ötzi ci ha posato i piedi. Forse perché da lassù si può vedere da un lato l’Austria e dall’altro l’Italia. O forse perché mi affascinò la storia di Josef Raffeiner e Theodor Kaserer, che nel 1834 scalarono per primi questa vetta. La verità è che non ci sono ragioni particolari. Piace e stop. Del resto, l’alpinismo è fatto così. È qualcosa senza il quale senti che non potresti vivere. E alcune montagne te lo ricordano più rispetto ad altre. Nel nostro caso, quella montagna è il Similaun.

By | 2017-12-24T22:03:30+00:00 20 dicembre, 2017|

Rispondi